Prefazione

Non deve trarre in inganno l’esergo dedicato a Rainer Maria Rilke, poeta illustre dello scorso secolo, ma ancora profondamente orientato alla celebrazione dei riti del decadentismo europeo, marcato da una vocazione irriducibile alla visione introspettiva del cosmo, per il quale la realtà esiste solo come conoscenza interiorizzata del soggetto. Quella di Cristina Tirinzoni è, invece, una suggestione di simpatia e di condivisione per l’identità slabbrata del poeta delle Elegie di Duino, scrittore senza patria e senza casa, anzi con l’abitazione sovente sotto sequestro giudiziario, cavalletta che salta da un ca­stello principesco a un hotel, nell’accezione ovviamente di palazzo nobiliare di Parigi, in periplo sulle due sponde del mare Mediterraneo, zigzagante per l’Europa centrale e per le basse propaggini iberiche, corroso da matrimoni e relazioni d’amore quasi impossibili o contraddette, ma più di tutto un autentico sacerdote delle parole, un cultore in estasi del valore rivelativo del verbo poetico. È precisamente a questa facundia dicendi dell’eloquente poeta austriaco che la Tirinzoni rende il suo omaggio di simpatia e di ammirazione. La poetessa, nel­la lirica Le età del mondo, a suggello di una visione bi­blica di nominazione delle cose create dalla Divinità, si attende che la poesia esploda nella facondia di nominare come fosse una nuova Elohim, tutta la realtà conoscibile: “Dall’alto vedendo / massi e ghiacci / rocce e faglie / conchiglie / fossili / piumati uccelli / leoni dalle bocche di pietra ruminando erba celeste e salvia // mille nomi di piante ancora da inventare / il lucore di galaverne / la terra ha bordi roventi / labbra di ragazze antiche forgiate dal fuoco / come pesci guizzanti nelle reti da pesca / sulla riva abbandonate / Respirano spirito e terra // Parla anche tu, Elohim / Anche tu, ora / vendemmia parole come uva / affinché poi la nostra bocca ne abbia sete”. Nel grande caos informe ed entropico dell’universo, Ti­rin­zoni nelle sue poesie pratica dei tagli e delle incisioni, come Fontana nelle sue tele, e scontorna delle precise e meticolose porzioni di realtà, che poi descrive per balenii di immagini, le illumina con un verseggiare che è luce stroboscopica, si accende e si spegne fulminante: “Mentre qui nelle case / tutti dormono / buie le finestre ricoperte di rettangoli di plastica / gli uffici / gli archivi / le fotocopiatrici / le macchinette del caffè bevuto in piedi / le automobili allineate nei parcheggi // tutti uguali scivolano nella notte // Mostri meccanici / con la pancia d’acqua / vengono a lavare / il viso stanco della città / e tutte le follie degli uomini”. Ed ecco che improvvisamente in questa nominazione seriale del mondo, cioè nella capacità del poeta di fulminare la realtà osservata e nominarla per sempre con parole battesimali, esplode la tragedia incomprensibile e gratuita del rapporto di dolore e di necessità del vincolo vita/morte: “L’urlo è voce di donna / La senti la voce di questa donna, / ricolma adesso di sangue?”. Se vogliamo, possiamo rifarci niente me­no che all’urlo di Edvard Munch per connaturare l’angoscia e lo smarrimento dell’artista e dell’intellettuale in genere davanti alla violenza, cioè davanti alla vile distruzione della bellezza. Ma è indubbio che quei versi in realtà sfrigolano al fuoco di paglia di un anonimo evento di cronaca nera, un accidente povero, non eroico, non epico, cioè un fatto-misfatto tratto dalla quotidianità ordinaria della vita moderna. Però, sotto quei versi, la poetessa lascia intravedere che arde una brace antica del dolore e delle vittime innocenti dell’olocausto: dunque, anche ai fiumi di inchiostro dedicati alla malvagità del lupo e all’innocenza complice dell’agnello, con il fascino nevrotico del verseggiare intermittente e lampeggiante, la poetessa allude, meditativa e pensierosa.
Ovunque incappiamo nella rappresentazione di­retta o allusa di un’umanità transeunte, la quale non solo consuma il viaggio di conoscenza d’Ulisse al cui termine si colloca ovviamente il naufragio del trapasso, ma in verità si adombra un girovagare da flâneur nella migliore delle ipotesi, con passaggi e valichi, andate e ritorni, una gratuita peregrinazione tipica del castello kafkiano o, se la volgiamo in comico, una visita nel baraccone de­gli specchi. Gli uomini sono come le mosche chiuse in bottiglia, battono e ribattono contro l’indeformabilità dei loro confini d’esistenza precaria e impedita: “Staccare, / slegare destini / transumanze antiche / i nomi smarriti / una traccia di niente”. Altrove è anche rappresentato, con arresa eleganza di accettazione e di sconfitta, il sentimento della prigione e dell’alienazione da sé stessi, che, nel corso dell’esistenza, necessariamente aggalla sem­pre nell’animo di ogni essere umano, sentirsi prigioniero del proprio destino, con l’impossibilità di spezzare le catene: “come un taglio nel paesaggio / come questi al­beri che incidono il gelo / nell’indifferenza di questa lu­ce bassa sulle case // come se non sentissi la paura che ora nascondi / Poco prima del niente / quando ancora potevi immaginare gli anni in cui ancora non esistevi / Essere qui / mentre la vita / altrove trascina // e batte co­me onda sulla chiglia sommersa”.
Il fascino affabulatore della poesia di Cristina Tirinzoni è tutto racchiuso nel nitore terso del linguaggio ad altissima capacità comunicativa, non soltanto per la perfetta rilevanza e pertinenza delle parole tratte dal frasario comune, ma più di tutto per le prospettive di approdo con cui tali parole vengono ingaggiate nel di­scorso poetico, con una meta dei significati che demanda a travalicare il senso comune dell’espressione, cioè ad aprire un passaggio verso una visione più ampia e più profonda della ragione delle cose. Poetessa sostanzialmente metropolitana, nel significato sociale e culturale del termine che demanda ad un ambiente di vita tipico del terziario avanzato, Tirinzoni ha saputo conservare l’or­ma dello stupore ancora riverente, ma ormai smagato, verso la natura padrona incontrastata dell’ambiente. La poetessa ci rappresenta l’eco di quello stupore antico, provato dall’uomo quando era ai primordi del viaggio di civiltà e di dominio di terra, mare e cielo: “La dura terra trema / sopite le ire / tetri ruggiti di urti / spasimi / da tutte le profondità / strappi / escoriazioni / baricentri sbilanciati / stridori / sbattere di denti // Nel cielo un fluire impalpabile / di energie resta / E tu che ascolti // questo fremere / sempre più distante / in smisurata pacatezza”.

Sandro Gros-Pietro

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