Prefazione

Il titolo del nuovo libro di Pascal Schembri si pone in forma di domanda. Domanda che l’autore dirige forse a se stesso, forse al lettore, forse ad entrambi…
Se la risposta, attraverso attenta lettura, si trova a esaltare nelle elencazioni, nelle analogie, nelle equilibrate compresenze di denotazioni e connotazioni, la realtà dell’esistenza, sotto svariati aspetti, allora… soltanto al termine del percorso, ognuno di noi potrà sintetizzare, sulla pagina, le sensazioni più diverse, quelle che ci muovono con l’autore, e porci lo stesso interrogativo. Chi sono io tra loro?
Nell’opera prevale la visione della vita e dell’esistenza proprio attraverso la vita e l’esistenza.
Visione di personaggi che sembrano ora muoversi da soli, indipendenti, ora agire spinti insieme agli altri sul “contrasto tra la vita e la forma, tra la realtà e l’apparenza”.
I personaggi di Pascal hanno un nome e, sottinteso, per preciso volere dell’autore, c’è tra quello degli altri, anche il suo stesso nome. Cosa è un nome? Per Pascal Schembri un nome, ovviamente, oltre ad essere un segno verbale che permette di designare esseri viventi, è persona precisa che, in tempi e luoghi determinati, si muove, si guadagna la conoscenza degli altri, cerca di solito il beneficio dell’esistenza e rifiuta la sofferenza della vita.
È nome quello di Jan, quello di Albert, quello di Vivian. E… tanti altri nomi e tante altre realtà concrete appartenenti a nomi, nel testo agiscono e interagiscono, ora nell’impetuoso vortice, ora nel lento fluire dell’esistenza umana…
Per comprendere quanto lo Scrittore ci propone non esiste alcuna guida più chiara ed efficace della sua stessa presentazione. “Voglio che le prime righe del mio libro elenchino dei nomi, quelli della mia vita, della mia storia…” Con queste parole Pascal disegna una mappa che marca il preciso itinerario del suo percorso narrativo dove il punto di arrivo coincide con il punto di partenza. Conclude infatti: “Così ho cominciato il mio libro, così lo finirò. Albert, Angel, Antonio”.
L’originalità di questa narrazione è la traccia che lo scrittore segna non soltanto marcando un inizio e una fine in stretto rapporto tra loro, ma anche attraverso precisi riferimenti al Qoelet, ovvero il Libro biblico più comunemente conosciuto col titolo greco Ecclesiaste. È esso uno dei Libri Sapienziali della Bibbia, è il testo che si svolge senza un ordine preciso, ma affronta il problema della vita umana. L’uomo si trova quotidianamente a combattere con le realtà presenti sempre alla ricerca della felicità che possa alleviare il senso triste dell’esistenza. Viene a fare un po’ come il bilancio della felicità e dell’infelicità degli uomini.
Pascal ha compreso che Qoelet è l’uomo dell’adunanza, è, come egli afferma, il “Radunatore”.
E non si sente Pascal estraneo, fuori tempo, ma in sintonia con un antico Autore e con un libro probabilmente scritto nella seconda metà del III sec. a.C.
Egli non si rifiuta di ricercare profondamente nei suoi personaggi che sono personaggi di oggi, sono quelli che hanno un nome preciso, la testimonianza e le necessità di quella vita in cui ancora le comodità e gli incomodi continuano ad alternarsi. Forse perché l’uomo cerca Dio.
Con stile personale e distinto Schembri precisa, altresì, che “Ricordare i nomi è importante, è l’ultima superbia di quell’illusione chiamata Storia”. Forse Pascal vuol dirci che non crede alla Storia? Forse ci tiene ad associare la Storia all’Illusione?
No, è, per lui, motivo per meglio osservare i suoi personaggi, per meglio osservarsi tra i suoi personaggi, per meglio leggere i nomi nei loro volti e i volti nei loro nomi.
Ma la spiegazione è, senza dubbio, il “Metodo” presente nella narrazione. C’è in Pascal come un’irremovibile condizione di metodo: i valori dei moti espressi a cappello di ogni capitolo e la validità di ogni proiezione del conseguente racconto convivono nel testo come in una poesia vive una regolarità metrica. Lo schema non irrigidisce il racconto, ma collauda la compresenza di due linguaggi che, insieme, inquadrano e coordinano la ragione di una tradizione e la proposta di significarla ancora oggi.
Si legge che la canonicità dell’Ecclesiaste è certa: probabilmente il nostro Autore determinato e positivamente contagiato da questa canonicità, diventa prima meditativo, ragionatore, osservatore e utilizza poi, con sapiente metodo, quella struttura che poggia su “Tutto è vanità in questo mondo” per realizzare, nel suo libro, capitolo per capitolo e, con elevato artificio letterario, un’opera che segna la celebrazione della vita sempre: sia essa implicita, sia essa esplicita.

Rosa Simonelli Macchi
Critica Letteraria

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