INTRODUZIONE AL VIAGGIO DEL CAVALIERE ERRANTE

Quando Adelfo Maurizio Forni mi prese per mano per condurmi sull’ottovolante della vita, era un giorno di primavera dell’anno scorso. Lo fece con una mail, e oltre allo scritto compariva un allegato, un file corposo con dentro un’intera raccolta di poesie dal titolo affatturato: Camelot. «È una prima stesura, un abbozzo, tienine conto, bisogna lavorarci su» si giustificava il poeta, impegnato a mandare in stampa un caratteristico libro di racconti, memorie di scuola e di gioventù, Le avventure di Maurizino. Il laboratorio di chi scrive versi è sempre aperto e formicolante, si lavora di pial­la e di lima, ma a volte si mettono i testi in sonno, come avviene per i bachi da seta, che dormono della quarta prima di diventare falena. Così avvenne per Camelot, di cui non seppi più nulla fino all’autunno, quando spun­tò una seconda stesura, segno che anche durante il sonno qualcosa scava nell’inconscio e va a timbrare il verso, lo lavora al cesello.
Il viaggio era incominciato, la falena svolazza­va e i cavalieri della Tavola Rotonda di nuovo in armi agli ordini di Artù, dopo la riunione nel castello inaccessibile del re. Ma «come mai non siamo in otto? Perché manca Lancillotto!», lo slogan dei cracker Gran Pavesi di mezzo secolo fa risuona negli orecchi e mi fa pensare a un Adelfo – il nome si attaglia a perfezione – emulo dell’amante di Ginevra, che si batte perché la poesia sia il baluardo di difesa contro il mondo della barbarie, dell’ignoranza e della tracotanza, contrasti l’incubo delle macchine pensanti, e rinsaldi Bellezza e Armonia, squagliate ormai come un gelato alla crema.
Adelfo-Lancillotto non è alla Tavola con gli altri cavalieri perché è in viaggio, percorre un itinerario tortuoso e infinito, lungo una vita e oltre, la sua Ginevra è la Poesia, declinata in ogni più riposta sfumatura, divulgata nelle soste in ogni città della mente, un’amante che dà conforto e speranza ma richiede la totale dedizione, uno spirito da missionario.
Si sa, viaggiando si chiacchiera, ci si racconta i fatti della vita, i sogni e le speranze, i dolori e le passioni, perfino i sapori e i profumi di ciò che si ama, così il Cavaliere e la Poesia alla fine del cammino sapevano tutto l’uno dell’altra, e il taccuino di appunti si è fatto libro, documenta ogni tappa del viaggio, ogni virgola del vissuto, gli incontri e le esperienze, gli accadimenti che hanno scosso il nostro fragile mondo, fatto di tante domande e poche risposte.
Il Cavaliere, nel lungo cammino con la Poesia, ha raccolto mille voci e altrettanti volti, ha visitato paesi e città, reali e ideali, impregnandosi di racconti e visioni, memorizzando ogni traccia, vivendo in simbiosi con il sogno, cercando in ogni dove una piccola, nuova Camelot, inespugnabile alla barbarie. Ed è ritornato a essere Adelfo, il poeta, il cantore dei molti, il viandante dei sentimenti, colui che condivide il suo sapere con le anime sensibili, i nuovi Cavalieri in grado di continuare con altre armi la battaglia di Artù, nel nome della Poesia.
Se abbiamo scritto un verso, sostiene il Poeta, il nostro esistere è giustificato e non è così brutto morire, perché quella rima può giacere sepolta per anni e poi venire alla luce di colpo, scoperta da un bimbo come un sassolino sulla spiaggia, prezioso però come un «gioiello di gran fattura». Da qui parte il viaggio di Adelfo il Cavaliere, nella sua e in altre vite, dalla consapevolezza che la carta possa cantare anche dopo secoli, raccontarci storie meravigliose e vicende buie, guerre e rinascite, sensazioni e scherzi del cuore, ma sempre con la levità di un verso, la musica di una parola o di una rima.
Nel suo poetare si mescolano stili e piaceri, ricordi e passioni di una vita, donne amate e dimenticate, l’universo forse dorato dell’infanzia, le fughe in Grecia lontano dall’incivile civiltà del quotidiano, i sogni e le suggestioni di ciò che si è letto e visto, magari al cinema, magari dietro una scrivania o durante un viaggio. La poesia di Forni ha molti echi, ci sono gli amati francesi, Prévert a volte speziato con qualche nota di Brassens, qua e là occhieggia Caproni e ancora il Magrelli degli Esercizi di tiptologia, qualche volta, remota, si ascolta la voce di De André che attinge alla fonte del mi­to, ma poi il verso si slancia e acquista spessore originale, arriva a scavare nel vissuto, racconta di incontri con amici lontani, ricuce le tappe di un altro viaggio, quello di Nostos, il suo mondo arcaico, l’utero nel quale il poeta si rifugia, il mare e gli dei che di tanto in tanto si manifestano – «mi è apparsa Atena nel cor­po di un falco» – e il vento che decide di lui, indicandogli un’altra rotta.
La poesia diventa denuncia civile, con il rammemorare la guerra civile spagnola «condannato perché ho deciso di dire di no», le leggi razziali, oppure racconta i mutamenti pro­fon­di della società, come in Milano 1967, testo espressionista di un Delio Tessa contemporaneo, con atmosfere cangianti e perfino una traccia, sottile, del Giorgio Gaber di Barbera e champagne, e il fantasma del Carlin Porta con la sua Ninetta, «una con le gonne corte, ma porca miseria / quando la vedo non ci arrivo con i soldi».
C’è il tempo, arroccati in questa Camelot di carta e inchiostro, di omaggiare Segantini e la purezza delle cime o gli abeti delle Dolomiti che si lanciano come guerrieri Masai «verso le nuvole e Dio», di rincorrere il Grande Sogno di Federico, con una Ginger circense illuminata a colori come Loïe Fuller – e qui ecco Parigi e le danze fluorescenti – o di percorrere à rebours le stagioni dell’infanzia, con i giochi «che niente poteva interrompere / salvo la ma­­gia di una merenda», la barca di Paolo trop­po grande per uscire dalla porta e solcare le acque del lago Maggiore, o la bicicletta grigia di papà sulla quale Maurizino sedeva sul sellino piccolo «mentre le dita ghiacciavano / e stavo sotto le sue ali».
Ma c’è spazio anche per l’osservazione acuta, psicologica, di persone e comportamenti, co­me ne Il pulitore di fiori, titolo che sarebbe piaciuto a Simenon, il quale «vola sollecito / come un’ape premurosa / dalle campanule bianche e blu pervinca / al cespuglio dei gerani / meticolosamente spulciando foglie avvizzite e fiori stanchi». Ma la vita incalza, non si può sempre contemplare o suonar la lira seduti su una roccia a picco sul mare, così il Cavaliere errante si trova a fare i conti con l’oggi, con l’esistenza a misura di macchina e di ritmi forsennati, come accade nei Burosauri di Silvano Ambrogi, splendida commedia dimenticata.
«Oggi faccio lo stesso lavoro / di qualche settimana fa / uguale / perché mi hanno detto / di non uscire dalle regole / e non invadere il campo altrui», e mentre assistiamo all’arrivo dei padroni con gli alani al guinzaglio come in un quadro del Rinascimento, ci viene da ridere pensando all’uperari di Walter Valdi e al suo Il tic: «Lavoravo in quel di Baggio / in catena di montaggio / e giravo una ramella / sempre una, sempre quella». Adelfo ne fa una versione aggiornata, in linea con la velocità furiosa dell’oggi: «Il ritmo delle cose mi calpesta», ripetuto come un mantra negativo, ma il poeta riesce sempre a scampare alla “pressa”, che in milanese è la fretta, ma può anche schiacciare chi non sa più volare.
Forni è un uomo solo al comando, un Cavaliere che abbandona Camelot e va per le vie del mondo, un po’ Conte Max e un po’ Ulisse, non ha paura di invecchiare e andare in discesa – «si sdrucciola facilmente / di anno in anno» – perché sa che la Poesia gli batte sempre sulla spalla, ovunque vada e ovunque osservi, e un paladino del re non si sgomenta nemmeno di fronte all’ultima chiamata.
Ora l’ottovolante si appresta a ripartire e Adelfo il Cavaliere lo guida, certo che la sua esperienza e il suo cammino possano tracciare la via per altri uomini pronti ad ascoltare la parola poetica. Una “Proposta” che sembra evocare quella lontana dei Giganti: «Mettete dei fiori nei vostri cannoni / perché non vogliamo mai nel cielo / molecole malate ma note musicali / che formino gli accordi / per una ballata di pace».
E il poeta, che con la musica ha convissuto in una delle sue vite trascorse, ci propone una rivoluzione pacifica e meditata, un invito a fermarsi ad ascoltare il Canto della Terra, un tempo consonante a quello degli uomini e og­gi ancora udibile, ma soltanto dopo un lun­go viaggio dentro di noi. Questi versi, frutto di un cammino fecondo, sono note luminose che indicano la strada per raggiungere la nostra personale Camelot, la Città Ideale, in cui, finalmente, ritrovare quiete e felicità.

Mario Chiodetti
Varese, 30 gennaio 2020

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