NEL DESERTO DELL’ASSENZA
Edith Dzieduszycka, la spettatrice impietosa creatura di pietra e di dubbi

L’opera poetica di Edith Dzieduszycka, nella sua complessità difficilmente riassumibile, fa pensare a un prisma variegato dalle molteplici angolature, in quanto propone al lettore attento una serie di possibilità d’accostamento tutte ugualmente interessanti.
Dal punto di vista linguistico, innanzitutto, occorre precisare che si tratta di un’autrice bilingue: nella stagione giovanile, i cui frutti per vari motivi non sono pervenuti a una pubblicazione, la lingua è quella francese, sua lingua madre; nell’età più matura si assiste a una decisa e proficua conversione all’italiano, ma non manca una dimensione intermedia fra le due tipologie, in alcuni casi bilingue (cfr. Cinque + cinq, Cellule). Inoltre alcuni testi francesi vengono proposti in traduzione dall’autrice stessa in una sorta di testo a fronte che rifiuta però l’intervento di un traduttore ‘altro’ rispetto a chi scrive in originale (cfr. Nella notte un treno): insomma un singolare sdoppiamento di cui non si ritrovano eguali, che io sappia, nella nostra poesia degli ultimi decenni.
Dal punto di vista strettamente lessicale, la lingua italiana usata è un esempio di anfibia fedeltà a due registri, uno sicuramente e volutamente elementare, piano e discorsivo, con una propensione alla stereotipia dei medesimi termini come per enfatizzarne la potenza espressiva in più contesti, e uno più ‘alto’ – seppur mai sublime o retorico – più ricercato e criptico, al fine di trascendere la banalità del quotidiano e del comprensibile a favore di un oltre e un altrove indecifrabili e impenetrabili. C’è poi da dire che alcuni lemmi e talvolta perfino la sintassi in questa poetessa non corrispondono in tutto ai canoni regolari della morfologia, il che rende il testo decisamente unico, grazie alla presenza di solecismi e locuzioni della sua lingua madre frammiste alla nostra: questi potrebbero sembrare dei vezzi ma non lo sono, affiorano naturaliter nel tessuto del discorso poetico.
Un’altra singolarità riguarda l’io poetante che volentieri si sdoppia, passando dalla prima persona intenta ad auto-interrogarsi su un problema per così dire amleticamente – quindi da una prospettiva squisitamente personale e soggettiva – a un modus descrittivo, narrativo-drammatico: anziché porsi domande inevitabilmente senza risposta con risultati di angoscioso smarrimento, l’autrice proietta in uno scenario fantastico dai tratti di bozzetto teatrale il nucleo del problema, talvolta inventando addirittura personaggi impegnati in un colloquio (il Lui e la Lei, ad esempio, de L’immobile volo, in situazioni surreali che senz’altro inconsciamente riecheggiano sia il Leopardi delle Operette Morali sia il Beckett di Aspettando Godot, ma restano lontanissime da tentazioni di natura filosofica o di seriose enunciazioni concettuali, mantenendosi sempre nella loro aerea indeterminatezza al servizio di una estrema levità. Come se, insomma, un dilemma che presenta nel reale caratteristiche di tragicità e travaglio, nella trasfigurazione poetica riuscisse a mettere le ali anche e soprattutto grazie all’aiuto dell’ironia.
Molto più interiormente lacerante, addirittura convulsiva e intimamente angosciosa, ci appare la musa della Dzieduszycka nella stragrande maggioranza dei testi di investigazione e penetrazione occulta che chiamerei senza indugio esistenzialisti.

E qui veniamo ai cosiddetti contenuti, che riassumerei in alcuni stati d’animo ricorrenti o persistenti: lo status dell’assenza o dell’abbandono, quello dell‘attesa, e quello della incessante ricerca. Tutta la poesia di Edith è in effetti pervasa da questa disperata esigenza di scioglimento di un enigma, quel riddle che Emily Dickinson dichiara inevitabilmente insolubile e sempre pronto a fling back to you (riproporsi, balzarsi indietro) beffandosi dei nostri sforzi di risolverlo. L’attitudine di un intelletto desiderante perennemente protesa a cogliere uno spiraglio di luce nella coltre di tenebre che lo avvolge (senza riuscire a ottunderlo) e nonostante le replicate sconfitte non rinuncia a cercare la maglia rotta nella rete, l’anello che non tiene, il varco montaliano che qui con ingannevole perfidia sembra mostrarsi a tratti accessibile per poi prendersi gioco dell’illusione che genera.
L’intelletto desidera, la mente indaga, il cuore soffre. L’io poetante sente il pensiero e pensa il sentimento. Il sentire si fa scrittura viva e palpitante.
Un percorso incessante, che procede a sbalzi ma sembra riflettere a ogni curva del cammino i battiti del cuore e l’ansimare di un respiro insieme individuale e cosmico. Il potere delle parole, catartico e salvifico, di sonorizzare l’angustia dissolvendola in musica, è anch’esso però un’arma a doppio taglio per la finitezza e l’insicurezza a cui in ultima analisi è condannato / Dove sarà finito / il flusso dei pensieri / in quale insenatura / arenata la mia nave.
La voce del poeta può anch’essa risuonare “impotente, stonata”, non deve compiacersi della dolcezza del suono ma trasformare il semplice ascolto in auscultazione:

Ascolta in fondo a te, sforzati di sentire
cosa azzittirono giorni ad altri uguali,
Scosta appena il velo dai fragili contorni
tessuto fino a trama in catene color cenere,

lascia brillare al cielo, dentro di te spiegarsi
le onde infinite che sospinge il vento
il fracasso fremente, greve di desideri
e le voci sepolte nate dal tuo silenzio.

Allora nascerà quel che in te celavano
albe di grisaglia e d’oscuri bagliori,
d’un abisso profondo vivo tu sorgerai,

della tua realtà riscoprirai le rive
e non più di chimere sarai cieco fantoccio
né di riflessi pallidi il miraggio bizzarro.

Traspare da questi versi di un sonetto giovanile (autotradotto recentemente e inserito nella raccolta bilingue Poesie del tempo che fu), una severa esortazione a non lasciarsi sedurre dalla fascinosa melodia né da estetismi di sorta, ma a scavare sempre più a fondo, più che nella potenzialità immaginifica del verbo poetico, nel suo ancestrale vigore primigenio.
La produzione poetica di E.D., quella che veramente si può dire caratterizzata da una continuità e una coerenza che sembrano rifiutare ogni sosta, ha inizio nel 2007 con Diario di un addio, silloge che può definirsi a buon diritto come un vero e proprio poema. Il risorgere di una vena poetica fervidissima ma per lungo tempo repressa è favorito da una perdita che lascia un vuoto incolmabile: a elaborare il lutto concorre inevitabilmente la scrittura, non può esserci altro strumento. Tutto ha dunque inizio con una situazione di assenza, per così dire ‘funzionale’ all’espressività specifica della musa lirica, che altrimenti non avrebbe trovato voce. Questo diario è la cronaca struggente di un’agonia e di un trapasso, con tutte le conseguenze che lascia dietro di sé la tremenda cesura che un trapasso comporta: una radiografia impietosa e al contempo tenerissima di quanto di più sublime ed eroico può rappresentare l’amore coniugale, la puntuale condivisione della sofferenza del malato prima dell’evento decisivo e lo strazio della solitudine (oltre che dell’abbandono) per chi sopravvive.
Uno studioso del calibro di Vittorio Sermonti ha dato il suo prezioso contributo alla valorizzazione di questa silloge sottolineando la finezza e l’acuta capacità di introspezione dell’autrice nell’analisi del sentimento amoroso. Su questa stessa linea si mantengono anche altre raccolte, quelle più autobiografiche tese a una ricerca esistenziale sempre più perspicua e penetrante: sillogi in cui si avverte soprattutto l’urgenza di definire attraverso la parola poetica uno ‘status’ preciso, quello generato da una ferita che è impossibile lenire, la terribile realtà di un vuoto che non si può colmare. Sostanzialmente, l’essenza dell’assenza.

Proviamo dell’assenza
del vuoto spalancato
a cogliere l’essenza
proviamo ad estrarre
dal cuore del silenzio
l’ammutolito grido
nell’onda scivolato…

Alla stimmung dell’assenza è strettamente vincolata quella dell’attesa. Ed ecco l’altro cardine, o tassello anch’esso fondamentale, della poetica di cui stiamo parlando: l’elemento – l’enigma del tempo. Quaestio vexata certo, della quale si disquisisce in filosofia da tempi immemorabili (basti pensare a nomi e numi come Eraclito, Sant’Agostino, o Bergson), il cui mistero solo il linguaggio della poesia, magico ed esoterico par excellence, riesce a evocare e rappresentare, appunto, per immagini.
La silloge in cui si impone come protagonista principe il tempo è da ritenersi d’orod’argentod’ombra. Qui vengono illustrate, con la consueta nonchalance, perizia ed ironica eleganza, le tre fasi della vita, l’infanzia immaginifica e trasognata, la giovinezza coi suoi ameni inganni e la maturità (vecchiaia?) con il suo tetro disincanto. Sorge spontaneo il riferimento, in area pittorica, al celebre dipinto di Gustav Klimt. Non dobbiamo dimenticare che Edith Dzieduszycka ha nella sua versatilità di artista davvero caleidoscopica una diuturna consuetudine anche con il disegno, la pittura, il collage e la fotografia. Il suo tono conserva in questa raccolta l’abituale distacco, non compiacendosi mai di indulgere a manierismi estetizzanti, ma le metafore così apparentemente astratte colpiscono in pieno il bersaglio prefissato, evidenziando i nuclei centrali del discorso in questione, cioè i due poli dell’effimero e dell’eterno, e ancora una volta l’angoscia derivante dall’impossibilità di fermare un corso inesorabile che ha per unico traguardo la morte.
Sullo stesso piano squisitamente lirico si pongono, fra tenera malinconia ed ironica discrezione, altri due libri, A quale Pessoa e Del liocorno l’Ombra. Al primo dei due è madrina dichiarata ed esplicita la letteratura, nella figura del poeta portoghese caro più d’ogni altro a Edith, che si rivolge al grande fingitore obliquamente attraverso i suoi eteronimi: operazione che da nessuno è mai stata tentata, a quanto mi risulta, quella di ricostruire la (più che mai) complessa identità di un illustre collega passando in rassegna le proiezioni nei doppi che, in Una sola moltitudine, riflettono le ombre dell’originale.

Dovresti passare di sguincio
attraverso il dolore di un altro te stesso
per poter raccontare il dolore tuo
proprio reale oppure finto.

La seconda silloge, di un biennio successivo, attinge invece alla mitologia, non però quella ‘classica’ alla quale siamo tutti affettuosamente legati e abituati, bensì di un background più particolare, le cui radici sono individuabili in Oriente, in India e in Cina prima dell’inevitabile approdo in Grecia: la figura del Liocorno, l’animale incredibile ricordato anche da Shakespeare nel terzo atto de La Tempesta, la cui prima rappresentazione è registrata nelle grotte di Lascaux , in Francia, nel paleolitico superiore, ma il cui vero trionfo, dopo le pittoresche contaminazioni fiamminghe, è celebrato negli stupendi arazzi de La Dame à la Licorne al Museo parigino di Cluny con i caratteri allegorici, evanescenti e misteriosofici che non possono non affascinare la nostra poetessa. Molte opere iconiche di Edith riecheggiano quello stile, e non ci stupisce che questo animale metafisico compaia nel titolo di una silloge tra le più compiute e compatte dell’ultimo periodo: la sua ombra obliqua aleggia, inquietante, anche quando non viene direttamente evocato ma alleggia nelle pagine più allusive del libro, e sarà nominato soltanto alla fine dell’ultima.
Nella poetica di Edith Dzieduszycka il dolore non è soltanto connesso all’impotenza di trovare una risposta esaustiva alla domanda esistenziale basilare (cfr. in Senza scampo l’emblematico incipit Perché? Parola chiave…); le sue radici sono anche tragicamente collegate a una precisa situazione storica del 1943, quando ancora bambina, poco più che infante, dovette assistere all’arresto dei genitori (il padre non avrebbe più fatto ritorno da Mauthausen). Nelle pagine centrali di Nella notte un treno un testo di straziante intensità registra l’evento e la pietrificazione raggelante della petite fille de glace: versi taglienti che scorrono con un ritmo sincopato come singhiozzi trattenuti in gola (cfr. prefazione del Professore Salvatore Malizia, psichiatra e psicanalista):

Bambina di ghiaccio
oramai silenziosa
la tua anima d’indelebile inchiostro hanno segnato
e sporcato lo sguardo
che prima di allora sulle cose posavi
rubato l’innocenza strappato le radici
portando in un altrove lontano e sconosciuto
padre e madre rapiti venduti dal vicino.

È l’autrice stessa a dichiarare in un suo recente scritto in prosa: I tremendi racconti fatti da mia madre dopo la sua liberazione, popolati da orchi, streghe, torturatori, la fine di mio padre, hanno lasciato in me un’impronta incancellabile. Dopo il loro arresto sono rimasta senza parlare per parecchi mesi. Infatti ancora oggi mi esprimo meglio con la scrittura che con la parola.
Si è già accennato al potere catartico della parola, soprattutto della parola scritta. A questo potere, degli scripta che manent, e per converso all’inconsistenza dei verba che volant sono dedicate due raccolte che, per citare Jakobson, sarebbero da porre come emblematiche testimonianze della funzione metalinguistica del linguaggio, quando cioè la poesia parla di sé stessa. Si tratta di La parola alle parole e Lingue e linguacce.

Ed eccomi qua alle prese col foglio
armata dalla paura di sbandare sbagliare
Ora il mio compito
questo e quello sia
calcolare le righe
che risultino giuste
né poche né in eccesso…

… Di parole gremite
perfino straripante
la bottega aperta nella strada vicina
di ogni genere ed ogni sapore
esposte in vetrina…

In modo non dissimile dalla sua ancestrale e sovrumana sorella Dickinson, con cui condivide le lettere iniziali di nome e cognome, Edith non riesce mai a saziarsi di parole, di quelle che pur non avendo espressione vocale, e appunto per questo, resteranno per sempre. È incline al silenzio ma straripa di parole che pronuncia solo in versi.

In Emily leggiamo: Una parola è morta / quando è pronunciata / dice qualcuno – / Io dico/ che essa comincia a vivere / proprio quel giorno. E in Edith: … la parola che schizza / segreta poi svelata / lo scatto a catena / senza sforzo / filante contro la pelle / dell’acqua tra le dita // delle gemme / il germogliare / all’infinito / lo strisciar della frase…

Questo germogliare infinito della parola rigenerante vita è il compagno di una parabola evocativa che non cessa di accompagnare e confortare la poetessa fino alle raccolte più recenti. Ed è solo grazie a un colloquio muto che si può arrivare, nel deserto dell’assenza, a una qualche (illusoria? reale?) comunicazione con l’amato assente. In Ritrovarsi (2024), silloge di una maturità veramente coerente e compiuta, silenzio e voce poetica sembrano comporre il miracolo di un incontro, e di un ritorno, impossibili secondo la logica e la cronologia del tempo comune (siamo qui infatti in contatto con un tempo per così dire eterno, il tempo bergsoniano della durée e della conscientia). Ed ecco che nella stanza segreta di Edith una poltrona a dondolo si trasforma in oggetto esoterico in grado di favorire una sorta di resurrezione in albis nonostante le ingannevoli promesse di una notte infìda.
Meriterebbero più di un fuggevole cenno anche le spigolature per così dire sperimentali che affiorano come ondine nel mare magnum della produzione poetica di cui stiamo cercando di evidenziare le innumerevoli fluttuazioni: uno spazio non indifferente occupano gli haiku , modalità metrica da tanti poeti e pseudopoeti abusata approssimativamente e banalmente ma da Edith distillata con alchemica precisione e rigore anche in strutture poematiche di più ampio respiro (cfr. La pietra amaranto – Genesi 2025), in cui prodigiosamente si commentano in versi due opere di narrativa contemporanea) e l’incredibile profusione di tautogrammi di Trentatré tassisti trovati tragicamente trucidati (Ensemble Poesia 2024). Un divertissement linguistico che va ben al di là del futile gioco intessendo discorsi simulati con sapiente maestria di labor limae. Quanto alle scelte metriche, E.D. ne parla in un recente scritto:

Figlia dell’alessandrino di Racine… Pour qui sont ces serpents qui sifflent sur nos têtes, e dei sonetti di Baudelaire, mi sono ritrovata catapultata alla fine degli anni ’60 nel paese dell’endecasillabo, strano animale dispari che ho praticato solo di sfuggita e quasi per sbaglio, preferendogli il quinario o il settenario.

La poesia di Edith Dzieduszycka è un monumentale caleidoscopio, e la sua luce illumina al modo di una lanterna magica, guizzi e lampi, squarci laceranti e bagliori repentini. Siamo davvero di fronte a un’opera magistrale, di cui questa modesta autoantologia può mostrare solo qualche spigolo (per tornare alla metafora del prisma da cui sono partito). Da un punto di vista psicologico, o meglio psicagogico, la sua scrittura può risultare un balsamo salvifico perché dalle nude radici del dolore, rivissute ed esplorate con impietosa lente d’ingrandimento, sa far sbocciare un fiore.
È il potere ancestrale da sempre insito nella Parola, che si fa corolla aperta / contro cielo più terso.

Silvio Raffo

Dimensioni 135 × 205 × 30 cm
Autore

Mese Edizione

Giugno

Collana

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