PREFAZIONE

Nel pensiero laico di Nino Pinto esiste un’età dell’oro che è un paradigma della metafisica. Si tratta di una costruzione mentale, ma non già di un’ideologia, perché Pinto non è un idealista, capace di trascurare o addirittura di rinnegare il mondo reale. Anzi, ne subisce l’assedio. La realtà delle cose, infatti, lo assale di continuo, e ciò di per sé non gli procura alcun danno. Ma ciò che lo infastidisce oltre misura sono i meschini calcoli del tornaconto immediato, con cui la realtà è scomposta e soppesata. Egli sovente si limita a chiamarli “inganni”, come se fossero dei tromp l’oeil studiati apposta per approntare trappole illusorie e causare cocenti delusioni nello spirito debole di chi vi casca. Ma dalla realtà Nino Pinto non vuole allontanarsi, poiché solo in essa può credere, e non certo nelle costruzioni ideali dei mondi illusori che non esistono, pur con tutto il rispetto che egli riserva da un lato alla fantascienza e dall’altro alla religione. Il Poeta vuole vivere senza inganni, senza infingimenti, senza interpretazioni che sono sempre de­for­mazioni del mondo reale. Nino Pinto dirige la sua specola di poeta sull’essenza pura delle cose reali. Ciò che Pinto realmente detesta con tutto il cuore è, dunque, l’accademismo, cioè l’avere introdotto una costruzione idealizzata di regole e di teoremi per interpretare e per rappresentare la bellezza e la verità e, quindi, avere spostato il discorso del poeta dal mondo reale dei fatti alle regole accademiche di rappresentazione delle cose nelle immagini e nelle parole degli artisti e degli scrittori. Questo fatto crea in lui l’autentico disagio dell’intellettuale, che non nasce affatto, in Pinto, dall’esclusione del poeta dalle stanze del potere e dalla fine storica del ruolo cesareo della poesia, ma che nasce, in­vece, per l’invenzione dell’accademismo, cioè del linguaggio specifico delle arti e della letteratura per raccontare una realtà, che realtà non è affatto, bensì un’invenzione di regole della rappresentazione, ossia di inganni, per dirla in breve.

Si potrebbe trovare un illustre antecedente della poetica di Nino Pinto nel movimento preraffaellita che ha animato la ricerca teorica e artistica nella prima parte dell’Ottocento, e non sarebbe un caso notare che le copertine dei suoi libri di poesia recano quasi sempre una citazione direzionata e voluta nei confronti dell’opera pittorica dei preraffaelliti, come fosse Dante Gabriel Rossetti, autore della Venere verticordia cioè la “Venere che apre i cuori”, e che si può bene dire sia stato il poeta e il pittore fondatore del preraffaellismo. La verità, tuttavia, è che Nino Pinto non è affatto epigono dell’uno o dell’altro. Per dirla con Dante, egli “non è nipote” a nessuno, ma certamente può guardare con maggiore o minore simpatia le teorie dell’uno o dell’altro. Tuttavia, la sua scelta, come si è detto, è contraria a fare accademia e a seguire una scuola, uno stile, un decalogo prestabilito di modi di esprimersi o di tematiche da privilegiare. Ne viene fuori, allora, la forza e l’essenzialità di una poesia denunciatrice e quasi polemica, che realizza subito una scrittura ellittica, alimentata e sottesa a due fondamentali fuochi: il mistero e la partecipazione.

Il mistero nasce dalla rinuncia di abbracciare un’ideologia, cioè una determinata “visione prescritta” della storia del mondo e della visione dell’universo, nella sua complessità spaziale e temporale. L’unica certezza per il Poeta rimane l’enigma di come si giustifichino le realtà che ci circondano: in ciò risiede quell’aura di titanismo che si riverbera nella poesia di Pinto. Il poeta intende resistere davanti alla consapevolezza di essere destinato alla sconfitta e alla solitudine, e non intende rinunciare di partecipare fino in fondo alla sua lotta per impadronirsi del mondo reale in cui è sprofondato, gustarne la bellezza e subirne tutti gli inganni che la stessa natura ha già leopardianamente approntato e che l’uomo in aggiunta, attraverso il suo accademismo, ha ulteriormente moltiplicato e diffuso. Viviamo sprofondati nell’inganno come una spugna vive nel mare, al punto di esserne permeati fino nei precordi dell’animo. Eppure partecipiamo con un impulso irrefrenabile alle vicende della vita che ci infiammano e ci consumano come un “tizzo ardente”, e non vi è scoramento o peggio rinuncia nella mente del Poeta, ma piuttosto eroica consapevolezza della sua inevitabile sconfitta finale, unita all’impegno di non mollare l’attaccamento alla verità, alla bellezza e all’amore, la massima virtù scaturente dal cuore umano, che sarà pure sempre un discorso infarcito di regole accademiche e di inganni incantatori.

Resta l’opzione dell’età dell’oro, come fosse un mito caro ovvero un ameno pensiero della mente che in esso si riposa e si rigenera alla lotta che indefinitamente lo attende e lo consuma. Quasi fosse la ricarica delle pile consumate del poeta, con cui lo scrittore può ricostruirsi l’energia che è andata perduta, il mito dell’età dell’oro risiede nell’epoca e nell’epica degli dèi che osservavano da vicino, invidiavano, amoreggiavano, premiavano e punivano gli uomini, vivendo praticamente in loro continuo contatto. Gli antichi avvertivano ovunque la loro presenza, nello sbocciare della primavera e nel tracimare dei fiumi, nel sorgere del sole e nel calare delle tenebre, la presenza degli dèi era continua, accettata e realmente vissuta nel cuore degli uomini. A quel tempo, il cuore degli uomini era totalmente aperto al mistero della vita e, quindi, a Venere verticordia. È stato quello dunque l’unico periodo di congiunzione dei due fuochi della scrittura, il mistero e la partecipazione, in un’unica fiamma di calore e di condivisione. Nino Pinto ne parla con disincantata e arresa nostalgia, in cui è possibile scorgere la dolcezza amara di un sorriso benevolo.

Sandro Gros-Pietro

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