Premio I Murazzi per l’inedito 2015 (Dignità di stampa)
Motivazione di Giuria

Come un arcobaleno che unisce agli estremi della campata il maestoso mito della Grande Madre fattrice dell’intera umanità e all’altro estremo la quotidianità silenziosa dell’operosità femminile, il libro della poetessa torinese Anna Raffaella Belpiede, Silenzio assordante, appare come il disegno riassuntivo di un pensiero femminile che connette con semplicità e successo il luminoso eroismo della donna alla sua invincibile paura della vita, lo slancio vitale del dono di sé, al suo opposto rinchiudersi nel rifugio della casa e della propria intimità, e illumina la rappresentazione complessiva della donna con la pienezza dei colori della vita e di tutte le situazioni possibili di gioia assoluta e al contrario di desolante rassegnazione.

Prefazione

La specialità di Anna Raffaella Belpiede consiste nel raccontare attraverso la poesia una storia umana complessa e dai risvolti drammatici, ma che poi si risolve in un lieto fine o meglio si dissolve nello spazio e nel tempo come un sogno compiuto ad occhi aperti, quasi in presenza della ragione. Qualcosa di logico rimane sempre vigile nelle proiezioni analogiche della Poetessa, che si muove in una dimensione di assoluta libertà, af­fran­cata dai vincoli imposti dalla narrazione sia dal pun­to di vista delle sequenze cronologiche sia nell’elusione dei giustificativi intenzionali. Per la scrittrice, il tempo non si limita a essere un Giano bifronte che unisce nella propria visione il passato e il futuro, ma diviene una quarta dimensione del mondo poetico, raccontato all’insegna di una proiezione antropologica dell’io-poeta con una scan­sione indefinita e variabile, al punto che il poe­ta vi­ve, sì, la sua vicenda personale in chiave autobiografica, ma essa tuttavia è anche la vicenda di Eva e di Maria Maddalena, ma è anche la vicenda della propria madre, delle proprie figlie, e via di seguito fino a consustanziarsi in una poliedricità di personaggi vivi e reali o anche di ico­ne della mitologia e della religione che appartengono più alle superfetazioni della realtà che non alla ricchezza empirica della sperimentazione del mondo reale. La poetessa avvia una sorta di bipolarità del pensiero, come se il pendolo oscillasse tra il reale e l’immaginario, per cui nello stesso libro di poesie si potrà assistere a una puntigliosa elencazione cronachistica di minimalità & minutaglie registrate con acribia nel Diario domenicale di una donna moderna, la quale, tuttavia, è contemporaneamente la zingara che non è mai stata, ancorché viva, inoltre, nello scontento di non essere la regina di Saba, a cui manchino “le terme i va­pori i massaggi le danze / e al mio fianco lui / che oggi non ha occhi per me”. In tale modo, la poesia appare scritta su un arcobaleno pontefice, ai cui estremi si giustappongono i minimi fatti della realtà con le massime rielaborazioni delle ca­tegorie ideali. Scimmiottando quel capolavoro dell’horror gotico che fece Robert Aldrich, traendolo dal ro­man­zo abbastanza modesto Che fine ha fatto Baby Jane?, viene da chiedersi che fi­ne abbia fatto Anna Raffaella Belpiede, anche se non c’è mai in questi versi né la tensione della tragedia né ancora meno la truculenza del fatto di sangue, ma ci sia piuttosto l’angoscia becket­tiana di una vita attraversata nel deserto dell’assurdo, come splendidamente in­se­gna il drammaturgo irlandese. Dove sta? dove è finita Anna Raffaella? Eb­bene la risposta poetica è che la poetessa ristà in Eva, prima donna dell’umanità, così come si ritrova parimenti in Maria Maddalena stretta fra le braccia di Gesù, così come è fantolina nel ventre della madre, anzi no: è lei stessa la madre da cui è stata concepita, anzi no, è lei stessa le sue figlie che ella ha concepito. È lei stessa a fare tutto ciò, nella dimensione temporale che tutto convalida, cioè con il pensiero poetico, che è rappresentato come fosse una libertà assoluta di esprimere la persona al di sopra di ogni laccio o lacciolo, sia delle convenienze sociali sia addirittura dei vincoli prescrittivi della ragione. Prima di tutto viene affermata la libertà della contraddizione, già pomposamente protestata da Walt Whitman, ebbene, sì, mi contraddico, sono vasto e contengo moltitudini! Il pensiero poetico diviene l’affermazione di tutte le negazioni: e tanto risultato diventa possibile, semplicemente perché è meravigliosamente im­possibile, ergo è poetico. Ecco, allora, che già il titolo, Silenzio assordante, non deve essere letto solo nella di­zione normalmente diffusa di un’omertà lacerante co­prente la violenza fatta sulle donne, sui bambini e sui più deboli, cioè l’urlo afono di Munch, ai limiti della follia. C’è sicuramente anche questa proposta di lettura, in Anna Raffaella Belpiede, cioè esiste sicuramente in lei la memoria storica del silenzio fragoroso e rimbombante dei vinti dalla storia, e prime fra tutte il silenzio a cui sono state sottoposte le donne nella temperie dei secoli attraverso cui l’umanità è passata. Ma molto più semplicemente c’è anche il compiacimento per il fastoso gioco dell’ossimoro, per cui si nega ciò che si afferma, in quanto si rivendica la possibilità di occupare tutti gli spazi del pensiero umano, anche quelli sprangati dai cancelli della ragione e che invece la poesia fa saltare con un semplice alito di fiato, sia pure in forma di un refolo in versi, ovviamente liberi. Ma ecco che il silenzio assordante è anche la storia di un amore divenuto muto. Ecco che ciò che prima era un ri­goglioso dialogo di vita, e che si alimentava nelle fiam­me dei sensi e nel vigore dello spirito, poi si trasforma nel balbettio monotono delle abitudini e infine decade in un silenzio che diviene insopportabile, in quanto è la de­nuncia del fallimento incombente dell’unione di due anime. L’amore, dunque, è sempre l’ombelico del mon­do. Ma noi sappiamo che Anna Raffaella preferirebbe dire che L’amore è sempre il ventre gravido del mon­do. C’è una tale ricchezza di metafore poetiche in Anna Raffaella da sfiorare quasi il simbolismo, come lo sono quei “gufi di notte” che vanno ad appollaiarsi sul “tetto” e sono inquietanti segnali di un’ansia inspiegabile, quasi fossero Gli uccelli di Alfred Hitchcock. Il corpo dell’opera, pure nella sua diversificata architettura poetica, risiede nell’endiadi di un amore verso un compagno e di un amore verso il paesaggio o meglio verso l’ambiente in cui la Poetessa vive. L’ambiente ha una valenza poetica pressoché paritaria a quella detenuta dal compagno, ed è costituito certamente da Scicli e in genere dal Sud aprico e immerso in una storia millenaria di miti lumino­si e di tenebrose violenze, ma anche dalla metropoli piemontese, dalla grande casa sita al­l’ombra della Mole antonelliana, che è un ulteriore ventre capace di serbare e di offrire il conforto delle abitudini e dell’aiuto casalingo e affettuoso ricevuto dalla tata.
La poesia di Anna Raffaella Belpiede, in questo canto del silenzio che non ha le caratteristiche armoniose dell’inno degli angeli, ma quelle febbrili e nevrotiche dei testi di denuncia e di testimonianza della poesia contemporanea, si muove tra fantasia e realtà in un territorio appropriazione del pensiero libero, che è testimoniato, quasi come in una didascalia lapidaria, dalla conclusione in versi del libro, chiusa come un mandala sul punto di origine, Come la prima volta, ove si legge Sospiri / in attesa dell’eterno immaginifico delirio e / non ti concedi un attimo fugace / del presente.

Sandro Gros-Pietro

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