A lungo conservati nei cassetti dello scrittore, questi quaranta racconti vedono solo ora la luce e subito manifestano intatta la loro fragranza di novità nell’ideazione e nella forma espressiva. Come suggerisce il titolo, l’atmosfera della narrazione volge sia al dramma sia alla comicità e ne è protagonista un’umanità per lo più goffa e travagliata, consumata dall’ansia di dare consistenza e orientamento alla vita, ma quasi sempre destinata a rimanere sconfitta dagli eventi avversi del destino ovvero dalla trama di inganni o di illusioni architettati dagli imbroglioni che infestano la società umana come la gramigna i campi di grano. Balza immediatamente all’occhio la straordinaria ricchezza, modulazione e profondità del linguaggio adoprato, che sorprende il lettore per l’impiego vasto ed erudito del lessico, che fa di Luciano Calzavara uno scrittore d’antan, secondo i modelli più rigorosi della prima metà del Novecento, quando lo scrittore era tenuto a fornire prova di possedere un vocabolario “raffinato e ricco”. Ma il trionfo della scrittura di Calzavara si realizza ovviamente nell’ideazione dei suoi personaggi, i quali risultano tirati in falsetto su una linea di confine tra la parodia e la cronaca romanzata e divengono metafore e icone, sovente graffiate dalla satira e talvolta travolte dalla tragedia, delle passioni umane più diffuse per l’eros, la sensualità, la ricchezza, il potere, la religione, il sacrificio, la santità: sette corde di uno strumento di scrittura che è in grado di pienamente rappresentare ogni situazione umana sia di armonia sia di dissonanza della grande commedia umana come l’ha intesa Balzac e bene prima di lui Boccaccio, e in mezzo fra loro Cervantes. Parametri molto elevati ed essenziali di scrittori che puntano dritto al bersaglio di divertire documentando la tragica e gioiosa bellezza delle umane sconfitte e di celebrare il mistero di vanità e di splendore che sono inscindibili nella vita e nella giostra irrazionale dei delitti e delle virtù degli uomini. Si aggiunga che la terra di confine in cui si sviluppa la narrazione, sempre spinta ai bordi dell’invenzione fantastica, talvolta si incupisce in ombreggiature gotiche per incubi e per ossessioni che avrebbero fatto la felicità di Poe e tal altra si illumina di iridescenza da realismo magico con soluzioni surreali che avrebbero affascinato Kafka.

Sandro Gros-Pietro

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