<b>PREFAZIONE</b>

Ho letto fin dall’inizio i versi di Michele Piovano con adesione: per l’asciutta sobrietà dei suoi toni, per il suo rifiuto di ogni accentuazione enfatica, per il garbo risentito con cui si guarda attorno e si chiede “Quale è la realtà / che ci circonda?”. Ecco un secondo aspetto interessante: volge l’occhio – come è giusto che sia – più sull’esterno che dentro di sé, anche se, in effetti, il risultato che ne ricava non è molto incoraggiante e allora rimpiange di non possedere la “bella dimensione dei gatti (o dei saggi)”. Eppure una buona dose di saggezza non manca ai suoi versi. Anzi, è proprio nella misura dell’osservare, nell’equilibrio pacato delle osservazioni che sembra muoversi, saggiamente, la sua poesia. È vero che attorno, di fronte, nella realtà della sua quotidiana esperienza, vede troppe presenze perdersi nelle nebbie o troppe “scadenze ogni volta / inascoltate”, oltre a una buona misura di orrore che il tempo ci propina. Ma è anche vero – ed è qui che il suo riflettere in versi si fa complesso, e dunque più autentico e attendibile – che trova sempre, davanti a sé, o almeno non si stanca di cercarla, quella “manciata di vita / che mi tende la mano”. E infatti, dal grigiore nebbioso di una condizione sempre a un passo dalla noia e dallo squallore, da una condizione di periferia quasi assoluta, spuntano spesso messaggi di quieta vitalità sorridente: Ecco ancora “i gatti / che an­nusano l’ombra sotto la panca / a mezzogiorno”, o il crescere della stagione assolata, del luglio “dentro l’ombra degli alberi”; o ancora quei momenti che finalmente appagano in cui “L’aria è così fresca di luci mattutine / da abbagliare il turista / mentre passeggia con l’ignoto”. Certo, è anche Piovano un po’ il turista dell’ignoto, un turista che conosce “il sapore discreto del tempo” che va, e che ama il silenzio: “avidamente bevo il silenzio”, dice infatti.
Dunque, in queste poesie prevale una pronuncia pacata, se vogliamo discretamente malinconica, e uno stile volutamente usuale, tanto che l’autore ci spiega: “mi infilo i guanti per dipingere / il linguaggio consueto”. Ma si nota anche un felice legame con la nostra tradizione recente, e la presenza di letture poetiche che alimentano e irrobustiscono la voce di Piovano. Le citazioni o le epigrafi ci portano ad alcuni protagonisti della poesia d’oggi, non solo italiana. Ma in questi <i>Percorsi probabili</i> – e tutt’altro che casuali – troviamo il rimando a classici del Novecento, quello esplicito a Gozzano, o quello evidente a Sinisgalli. E non mancano tratti montaliani nell’ “implosione tranquilla” (ma quanto, poi?), di questi versi. Tutto questo per dire che il loro autore non vuole certo collocarsi ai margini della ricerca poetica del nostro tempo, ma vuole esserne parte viva, personale, attiva. E ci riesce con naturalezza, con intelligenza e stile.

Maurizio Cucchi

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