<b>PREFAZIONE</b>

La poesia di Renato Greco si manifesta come rappresentazione della diversità e dell’identità del mondo. Nella semantica di Greco la <i>diversità</i> e l’<i>identità</i> non costituiscono opposizione di contrari, ma endiadi: l’unico concetto organico ed esplicativo della realtà. La realtà può essere identificata solo a patto che sia rappresentata come pluriespressiva, dispersiva, distonica. Renato Greco lo dice in modo molto più ef­ficace e immediato: deve trattarsi di una rappresentazione in <i>controcanto</i>. Il controcanto è ovviamente una metafora poetica, anche se esiste realmente la tecnica musicale dei canti opposti, specie in uso fra quelli gregoriani: si ha una melodia secondaria che si sovrappone a quella principale, ne ripete lo stesso mo­tivo, ma per toni, modi e tempi diversi, giungendo a fondersi e a contrastare, per eufonie e per cacofonie, col motivo principale, fino a formare un’unica nuova risultante armonica complessiva, divenendo pressoché indistinguibile il motivo principale da quello secondario. Ov­viamente, il gioco si complica quando i motivi diventano più di due, ma tre, quattro o anche più. Va compreso che Greco non invoca per sé un diritto alla contraddizione, e neppure pretende di imporre la protesta contestativa di chi voglia collocarsi contemporaneamente al di qua e al di là di una nozione di verità stabilita e conchiusa; al contrario, la sua scelta consiste nella rappresentazione della verità in termini di variante parametrica che continuamente si sposta lungo una linea di confine per altro incerta e indeterminata del mondo reale. È il trionfo del metodo empirico: noi sia­mo quello che sperimentiamo di essere, cioè esistiamo solo nel fenomeno, nell’accadimento, nell’evento episodico. Anzi, a bene guardare, noi siamo un relitto, una reliquia di ciò che è avvenuto. Noi siamo definiti dai resti sopravvissuti al naufragio dell’esistenza, sia­mo definiti da un’elencazione di <i>robe</i> che sono le schegge della realtà indecifrabile su cui abbiamo galleggiato prima di naufragare. Il dolce naufragio leopardiano è la conclusione inevitabile di ogni acquisizione di consapevolezza di sé: di noi sopravvivono le reliquie evocative dell’episodio che ci ha visto interpreti e protagonisti per tutta la durata dell’evento cui ci riferiamo.
Una simile scelta di poiesis, mentre può sembrare tra le più libere e possibiliste, in realtà diviene subito una severa e costrittiva opzione di campo. In­nanzi tutto impone un linguaggio denotativo anziché connotativo, in quanto non c’è nulla da comprendere nel fondamento categoriale dell’astrazione che di per sé non esiste più, ma c’è invece da descrivere le reliquie, raccontare la storia degli eventi, elencare i resti, evocare il naufragio. La poesia non sarà più scintilla prometeica, né illuminazione del veggente. Invece, la poesia diviene la chiosa sul calepino, la nota a margine sul taccuino di viaggio, la rendicontazione breviaria, il codice dattilografico di un discorso complesso che si è dissolto nell’efflato inconservabile del vissuto. La poesia non sarà neppure emozione lirica, e an­co­ra meno incantamento o disincanto causato dalla meraviglia rivelativa di un sopravolto del reale, che si esclude possa esistere o meglio si esclude che possa divenire fenomeno sperimentabile e quindi descrivibile dalla parola poetica. La poesia sarà invece convocazione rendicontale della ragione, presa di coscienza della densità interattiva dei riferimenti, rapporto di concause, relazione diagnostica e <i>autres affaires des mots</i>. Ecco, la poesia raggiunge la pienezza della sua specificità in quanto rivendica per sé l’unicità o l’eccellenza di essere un <i>fatto di parole</i>. Che, al limite, potranno anche essere parole in musica e in rima, e cioè rivelare un’anima leggera, decorativa e abbellente, un intento consolatorio o ludico, confinante con quel versante di gioiosità tragica che ha percorso come fremito ribelle tutto lo scorso secolo, dalle <i>parole in libertà</i> dei futuristi alle <i>parole innamorate</i> dei post-avanguardisti. Tutto ciò può essere e sicuramente è la poesia di Renato Greco: si tratta di un’applicazione intellettuale – un <i>exercice littéraire</i> – di quel tal concetto di verità parametrica e finitima di cui si è detto prima. Ma nel caso di Greco c’è l’adozione di un linguaggio eletto e prediletto, quasi evocato con enfasi in egemonia rispetto a tutti gli altri modi possibili di ingaggiare la parola della poesia: “[…] io e Daniele / diciamo per gli amici le parole / che ci hai lasciato e che ci suonano / ancora e sempre così vere”, scrive il poeta con arresa e fremente emozione nella poesia <i>innamorato della morte</i>, dedicata a <i>Salvatore Toma, giovane poeta morto suicida</i>. L’enfasi poetica si nota già nella dedica, cioè in quella stigmatizzazione della morte del poeta di Maglie in termini di gesto rivolto contro sé stesso, di gesto suicida, come egli aveva teorizzato nei versi, quando si sa che nella vita, più esattamente, il suo fu un “suicidio improprio”, cioè un la­sciarsi naufragare con tormentoso diletto nel gorgo abissale dell’alcol. Salvatore Toma è l’unico poeta che Renato Greco così apertamente chiami a testimonianza nei versi, fino a citarne per intero il titolo della raccolta curata postuma da Maria Corti, <i>Canzoniere della morte</i>, e definisce il linguaggio poetico di Toma “parole che ci suonano ancora e sempre così vere”, fornendoci una precisa indicazione di stile poetico prediletto: il parlare per favola, l’uso di un lessico famigliare, reso incantato e sonante da inopinati echi di rime, da melopee improvvise tipiche di un linguaggio fiabesco, da re nudo e spogliato di ogni orpello accademico, ma non derubato della sua regalità, cioè della sua funzione di primazia, di parola poetica che primeggia fra tutte le altre possibili per la forza vincente della genuinità e ingenuità con cui si esprime.
Il contrasto di diversità-identità lo troviamo cogente già nel fondamento identificativo di ogni linguaggio poetico, cioè nella determinazione dell’io narrante, che assume tutti i colori possibili dell’arcobaleno poetico: volta a volta si tratta dell’<i>io poeta</i>, che è ovviamente un personaggio inventato ad uso del poeta stesso; ma può divenire l’<i>io autobiografico</i>, che è un personaggio autentico, convocato alla confessione autoreferenziale nei versi; oppure può trattarsi di un <i>alterego</i> prospettico, cioè un <i>tu</i> dialogico ma fittizio, che serve ad attribuire profondità e contrasto al discorso; ma può essere un <i>io romanzato</i>, addirittura al femminile – “[…] sono una curiosa, / e dopo un poco ho fatto la domanda / e ho appurato che il tipetto che ride / è il nipote del Rocco pizzaiolo” – che ci svela un intendimento affabulante e prosaico presente nella poesia di Greco, cioè un obiettivo di raccontare gli eventi e, quindi, le storie della quotidianità. Nel quotidiano di Greco gran parte assumono le storie di amore, che in effetti costituiscono uno fra i più importanti temi della sua poesia. Troviamo storie di amore libero e disincantato, fatto di grande donazione di sé, di stupore, di entusiasmo, di attrazioni dolci e indelebili, ma anche fatto esattamente di tutto il contrario di quanto fino qui si è detto: testimonianza di tradimenti della donna infedele, concupiscenza di altre donne, abulie erotiche, cadute di tensione, noia sesquipedale e irredimibile logorio emotivo, anche tutto ciò è vero amore, anche tutto ciò è autentica sostanza del rapporto di legame che unisce l’uomo alla donna e viceversa, e entrambi cementa insieme in un patto di mutua complicità di vita. La vita poi è il continuo viaggio di emigrazione, fatto di attese e di speranze per un futuro migliore, ma contemporaneamente è anche il continuo ritorno dell’emigrante a quell’unica destinazione possibile, che è l’imprinting originario, cioè il paese natale: l’alternanza, nello stesso progetto, di partenza e ri­torni, di speranze e disillusioni, di attese pazienti e strappi rabbiosi costituisce l’unico volto della stessa immagine di nostalgia e bellezza che la poesia unitariamente descrive. Già in una precedente occasione di commento della poesia di Greco, recensendo il libro uscito nel 2004 <i>Prove del nostro teatro</i>, mi venne fatto di osservare che “nel caso di Renato Greco si potrebbe agitare il fantasma di Balzac e della <i>Comédie hu­mai­ne</i>, cioè l’infinita teoria dei ruoli, dei personaggi, delle ma­sche­re, che caratterizzano, come una sorta di mappatura del dna, tutta l’umanità possibile, quella passata, presente e futura”. Daniele Giancane, in occasione della prefazione al libro successivo di poesie, <i>Me­mo­ria dell’acqua</i> del 2006, riprende e arricchisce la stessa considerazione, e la aggancia al mito del “pae­se”, che assume grande peso nella tematica di Greco, e osserva: “l’operazione complessiva di Greco somiglia, in poesia, a quel grande affresco narrativo cui die­de vita Balzac: un brulicare di personaggi e di storie, ora rappresentati crudamente ora con un lieve tocco di ironia (cui Greco ricorre spesso con sapienza), ora con una presa di posizione ‘etica’ che però non diviene mai odio o rabbia, conscio com’è che la vita e la storia sia­no in sostanza ‘immedicabili’ [<i>e a fianco</i>] torna in questa raccolta, un altro dei ‘miti’ del­l’Autore: il mito del paese; pavesianamente po­trem­mo dire che ‘Paese vuol dire non sentirsi mai soli’. Greco si situa sulla stessa lunghezza d’onda del­lo scrittore delle Langhe: per lui il paese (il villaggio, il borgo, meglio se montano) è il luogo ideale in cui vivere, quello in cui la razionalità tra le persone è intensa”. L’organicità e la complessità del discorso poetico di Renato Greco conducono a una rappresentazione del testo che rimarca i modi del teatro, nei quali l’importanza dell’azione pareggia la fondatezza dei contenuti, mentre la levità della vicenda nel suo complesso è testimoniata dal breviario emblematico ricostruito per singoli esemplari episodi scenici dell’intreccio, che è cementato e composto da un linguaggio corsivo, capace di trasmettere con efficacia al lettore/spettatore la sensazione di assistere a un dramma autentico e genuino.

Sandro Gros-Pietro

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