PREFAZIONE

Duccio Mugnai è un poeta lirico tanto riservato quanto esercitato e continuo nella lettura e nella scrittura poetica. La sua prima raccolta di poesie si chiama Lamento e preghiera (2017) e disvela già dal titolo l’indole dello scrittore, rivolta allo studio e all’interpretazione del mondo interiore, ma con elezione a traguardare la disamina verso un riferimento metafisico.
Questa sua seconda raccolta, intitolata In vita, lungi dal rappresentare una sconfessione del precedente lavoro, lascia intendere come la strategia di indagine si sia dilatata alla realtà mondana che ci circonda o più esattamente si sia aperta a coniugare in una sola endiadi la carne e lo spirito in quanto elementi connaturali della vita umana. È la vita stessa, con il suo rovello di entusiasmi e di delusioni, di fascinazioni e di inganni, di delizie e di croci, a prendere il boccascena della recitazione poetica. Non si tratta propriamente di una visione dantesca, cioè di un movimento a salire della mondanità verso la soglia metafisica attraverso il vasel della poesia, riformulata dal dolce stil novo. Al contrario è movimento à rebours, cioè di discesa dalla visione delle grazie metafisiche – o se vogliamo, semplicemente mitologiche – alla cruda realtà mondana, che è un continuo alternarsi di illecebre e di disinganni. Si badi bene, che non si accenna a un voyage vers l’enfer, con ambientazioni tragico-drammatiche di sofferenze inaudite. Non c’è alcuna apocalisse né dannazione demoniaca. C’è invece l’acquisizione di arresa consapevolezza, senza possibilità di uscita, che il mondo è una continua parvenza ingannatrice in cui noi siamo immersi senza probabilità di riscatto, in attesa dell’atto conclusivo della vita: scrive il Poeta Oh Dio, come è triste portare sé stessi / quella vigliacca, dolce malinconica, croce / di un vivere per il morire.
La poesia diviene, allora, l’arte che più di ogni altra disvela la natura profonda dell’esistenza. Sotto questo profilo, Duccio Mugnai riprende il messaggio ungarettiano lanciato con l’ermetismo: la poesia è essenza rivelatrice dell’e­nig­ma della vita. Non è un caso che Mugnai richiami apertamente i celeberrimi versi di I fiu­mi apparsi nel 1931, “Stamani mi sono disteso / In un’urna d’acqua / E come una reliquia / Ho riposato”. Ungaretti è al centro delle evocazioni poetiche di Mugnai, tuttavia non è il solo poeta a fare capolino nei suoi versi. Infatti, il poeta Wystan Hugh Auden viene richiamato per la poesia che egli dedicò alla memoria di William Butler Yeats. La sostanza del messaggio di Yeats è riassunta nei versi di Mugnai, Cantar la natura / l’amicizia / la vita / leggendo versi di Yeats. Ad affascinare Mugnai, in verità, non è solo la Poesia, ma anche la musica, altro carattere in comune con molti poeti inglesi del Novecento, specialmente i concerti di Mozart e la musica di Verdi, che erano i musicisti beniamini del già citato W.H. Auden. Mentre tra i grandi pittori del passato secolo viene citato Marc Chagall, superbo interprete della pittura surrealista e visionaria, ma anche grande conoscitore e illustratore del­la Bibbia. Precisamente al tema biblico è dedicata una delle più belle e solari poesie di Mugnai. Si chiama Leggendo il Cantico dei cantici, e consiste nell’evocazione di un mon­do quasi edenico, confinato nel mito di una rappresentazione poetica per metafore religiose, in cui trionfa la purezza della carne e dello spirito: Il letto degli amanti / sono foglie e sabbia / le mura della loro stanza d’amore / fusti d’albero stillanti resina / il tetto che li rende segreti e preziosi / l’intreccio di rami di pino / un’ombra soffusa e dolce / tempera il caldo meriggio estivo.
Nella poesia di Duccio Mugnai trova sviluppo e attenzione anche un’indagine di auto-psicanalisi che è riferita alle stagioni di sviluppo della personalità dell’autore, vuoi con ricordanze del passato familiare – come avviene nella poesia Fratelli, ove viene apertamente nominato lo zio Franco – vuoi con richiami alle sue differenti residenze in città italiane, tra le quali riconosciamo una delle capitali italiane dell’arte e del turismo culturale di massa, che non fa di certo una bella figura. Leggiamo, infatti, nella poesia Prospettiva metafisica, un’au­tentica stilettata di versi carichi di sdegno, Tu mi ingannasti, / crudele, vigliacca, ipocrita città d’arte. / Avevi promesso bellezza e vita / a me e a chi amavo. / Giovani, / non conoscevamo ancora il segreto veleno / dei tuoi padroni e dei tuoi servi. / Delegasti alla nostra squallida periferia / la disumanizzazione, / il lento soffocamento mortale / matrice di benessere. È, dunque, una lirica – quella del nostro Poe­ta – anche accesa ai sentimenti forti, come l’indignazione, la frusta civile dei costumi e del malcostume, il J’accuse di zoliana memoria che persiste come sentinella in scolta anche nella poesia moderna. Una Poesia, dunque, che si fa sempre alfiere di una ricerca del vero e non si limita al chiacchiericcio quotidiano dei tanti blog che ospitano un autentico tsunami di versi d’occasione. La chiusa finale della raccolta è affidata alla poesia scritta per rendere omaggio a uno dei massimi interpreti del Novecento, A Mario Luzi, in forma di testimonianza del valore dell’opera dello scrittore fiorentino, sia come uno dei sostenitori storici dell’ermetismo in quanto poesia di essenzialità e di verità della parola sia, anche e soprattutto, come l’Ulisse italiano che compie il viaggio nel sentimento del tempo: si tratta del grande enigma che ha connotato l’intera opera luziana, in termini di stupore per le vicende del mondo e di profonda fede sul significato inesauribile della vita oltre la parvenza e oltre l’inganno che il tempo produce.

Sandro Gros-Pietro

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