Il lavoro parte dal presupposto che l’economia è una scienza sociale. Pertanto deve essere realistico, riferirsi alla realtà sia nei suoi presupposti e ambientazioni sia nei suoi effetti: non può essere “la meccanica celeste di un mondo inesistente”. Per questo motivo il lavoro analizza una teoria, la Scuola Austriaca di Economia, che ha avuto un impatto in politica. Lo analizza partendo da uno dei suoi principali esponenti viventi. Ne contesta alcuni approcci a partire dal realismo e certi approcci giuridici scorretti. A volte il diritto, ex facto oritur ius, è più realistico dell’economia.

 

Impostazione del problema

Alcune idee in economia, spesso si presentano come postulati.
La concorrenza, il sistema di formazione dei prezzi che vede le imprese come price takers, volte alla massimizzazione dei profitti.
Quest’ultima idea non tiene conto non solo che esse sono spesso price-makers e quantity takers, con ampio potere di mercato e con managers che guardano alle dimensioni dell’impresa più che alla massimizzazione dei profitti, ma che, soprattutto, nelle realtà il cosiddetto mark-up, cioè il margine di profitto per le imprese, ma anche tutto quello che serve a sostenere costi extra rispetto al lavoro come potrebbe essere il costo delle materie prime, può variare in base ai rapporti di forza tra lavoratori e imprese e non è determinato esogenamente dalla struttura più o meno concorrenziale dei mercati. Circa un’al­tra idea, quella relativa alla relazione tra risparmi e investimenti che è fondamentale per la crescita, la causalità va dagli investimenti ai risparmi e non viceversa: nella società capitalistica le decisioni delle imprese han­no un ruolo cruciale rispetto a quelle di consumatori e famiglie e le decisioni di investimento sono una variabile indipendente, che insieme all’eventuale deficit di bilancio e alle esportazioni, determina il tasso di crescita, dei profitti e del reddito; gli investimenti dipendono dalle aspettative sui profitti futuri, perché nessuno investe, se non pensa di avere profitti e non si guarda solo al tasso di interesse che si sa può essere variabile e dipendere da molti motivi anche di politica economica internazionale.
Questo nella realtà!
Anche i prezzi dipendono come gli investimenti, dalle aspettative sui profitti futuri e dalle decisioni degli imprenditori.
In quest’ultimo senso si potrebbe dire che alcune impostazioni, quelle della Scuola Austriaca di Economia, convergono con scuole diverse. Nel mio studio mi occuperò della Scuola Austriaca di Economia, mettendola a confronto con scuole di diversa impostazione e soprattutto verificando un suo possibile impatto con la realtà e con certe impostazioni giuridiche moderne che sembra negare o non tenere in conto a sufficienza.
Volendo in questo studio mettere a confronto alcune idee economiche con la realtà mi soffermo sulla cosiddetta Scuola Austriaca di Economia anche perché questa scuo­la, si afferma, avrebbe avuto un’affermazione nel cam­po delle idee, inteso in senso politico, più che nel campo dell’Accademia: perciò dovrebbe essere una teoria che dovrebbe avere molti riflessi nella pratica. Normalmente si fa corrispondere l’inizio della scuola austriaca di economia alla pubblicazione, avvenuta nel 1871, del lavoro di Carl Menger Principi di economia politica. Yanek Wasserman, recentemente, cerca di ricostruire l’ambiente dal quale scaturirono le prime due generazioni di economisti viennesi, e che forgiarono lo stile peculiare e inconfondibile della cosiddetta “scuola austriaca di economia”. Il nome della scuola austriaca è oggi associato al neoliberalismo, la corrente di pensiero che nel secondo dopoguerra ha strenuamente difeso il libero scambio cercando di contrastare l’espansione della socialdemocrazia. Il termine “neoliberale” è utilizzato per lo più dai detrattori, per etichettare quegli economisti che si oppongono alla regolazione dei mercati, all’intervento statale e alle politiche di redistribuzione della ricchezza. I principali allievi di Menger – Eugen von Böhm-Bawerk e Friedrich von Wieser – consolidarono non soltanto la reputazione scientifica della scuola viennese, ma ne ampliarono l’influenza acquisendo posizioni di rilievo sia nell’accademia che nell’amministrazione imperiale. Il periodo d’oro della scuola austriaca seguì una traiettoria parallela a quella dell’impero asburgico. Gli austriaci portarono in America il loro talento accademico, ma soprattutto lo spirito pugnace e l’istinto politico coltivato durante i turbolenti anni viennesi. Avevano imparato a proprie spese che le buone idee non si affermano per forza propria, e che soltanto un faticoso lavoro di lobbying permette di trasformarle in politiche attive. La destra statunitense da parte sua aveva immediato bisogno di nuove risorse da impegnare nella battaglia culturale contro la sinistra rooseveltiana. Diversi membri della scuola si gettarono nella mischia, ma la battaglia cambiò il profilo della scuola definitivamente. Mentre gli scritti del periodo europeo riflettono per lo più una posizione politicamente moderata rispetto agli estremismi comunista e fascista, a partire dagli anni Quaranta si nota un evidente slittamento verso il liberismo radicale. Le istituzioni di assistenza sociale – dalla sanità pubblica ai sussidi di disoccupazione – che negli anni della Repubblica Austriaca facevano parte integrale delle proposte degli economisti viennesi, nel periodo americano diventeranno vere e proprie minacce per la libertà. Emerge a metà del Ventesimo secolo una nuova figura professionale, l’economista “tecnico”. Con la matematizzazione della teoria neoclassica e lo sviluppo dell’econometria, la disciplina assume trat­ti maggiormente esoterici, si emancipa dalla sfera politica. L’economia si separa dalla psicologia, dalla sociologia, e dalla teoria politica. Gli austriaci, co-fondatori della teoria neoclassica, nuotano controcorrente fino a trovarsi emarginati. In coerenza con le posizioni adottate all’inizio del secolo, si oppongono all’uso dei modelli matematici e manifestano un aperto scetticismo nei confronti delle previsioni empiriche. Si aprono invece alla ricerca interdisciplinare, con incursioni negli ampi spazi a cavallo fra economia, sociologia e filosofia politica, e anche nelle neonate scienze cognitive. L’opposizione a modelli matematici è stata una delle principali critiche che è stata rivolta loro. I principali esponenti del filone principale della scuola austriaca include Carl Menger, Eugen von Böhm-Bawerk, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Murray Rothbard, Ludwig Lachmann, Israel Kirzner.

Per questo, questa scuola dovrebbe essere maggiormente “realista”. Mi sembra, però, che il pensiero di uno dei suoi maggiori esponenti e tanto più importante perché vivente, cioè a contatto con i problemi odierni, stante che non è solo un, anche se autorevole autore del passato, come quelli citati, cioè il professor Jesus Huerta De Soto, le proposte che avanza difettino in tema proprio di realismo, oltre che essere fondate su tesi giuridiche opinabili. Per questo, stante l’autorevolezza dell’autore, considerato a livello internazionale uno dei maggiori esponenti della Scuola Austriaca di economia, svolgerò il mio lavoro facendo riferimento soprattutto a lui. Il lascito principale della scuola va cercato fuori dalla scienza economica pura, nella politica economica e istituzionale. Ma anche in questo caso ci sono luci e ombre. Fino agli anni Settanta del Novecento quella del neoliberalismo è stata una storia di sconfitte – una lotta di retroguardia contro le politiche keynesiane e la crescita del welfare state. Secondo la narrazione convenzionale, la riscossa neoliberale comincia con i governi di Reagan e Thatcher e prosegue sotto traccia influenzando l’agenda economica della sinistra “liberal” di Clinton, Blair, e Schröder. È forse lecito affermare, come fa Wasserman, che gli economisti austriaci hanno ‘vinto la battaglia delle idee’? I semi piantati un secolo or sono continuano a produrre frutti nei luoghi più bizzarri. Chi traffica in bitcoin per esempio non sa che le idee alla base delle cripto-monete discendono direttamente da quelle degli economisti viennesi. I progetti volti a separare la moneta dal controllo statale e a proteggere il risparmio privato con una pluralità di valute sono entrati a far parte dell’ideologia anti-europeista che si oppone al monopolio della Banca Centrale.
De Soto, in particolare, propone di ristabilire il coefficiente di cassa del 100% per i depositi a vista ed equivalenti, aprire il sistema bancario alla concorrenza nel senso di smantellare e abolire le Banche Centrali, inutili nel momento in cui ci fosse un coefficiente di cassa al 100%, privatizzare il denaro, nel senso di reintrodurre come denaro l’oro e affidarsi al sistema aureo, come conseguenza di un coefficiente di cassa del 100% e di una libertà bancaria, cioè senza banche centrali.
Inizierò con una breve esposizione della Scuola Austriaca di Economia ma, poi, mi concentrerò soprattutto su De Soto sia perché è l’esponente vivente più autorevole della Scuola (perciò è quello, le cui ricette economiche oltre che tenere maggiormente conto della realtà, intesa come fatti reali) sia perché può essere l’esponente con il quale fare maggiormente i conti stante che ad eventuali critiche alla teoria austriaca possono trovare da De Soto più prontamente una replica. Del resto De Soto appartiene a quella tendenza, anche più libertaria, che politicamente in certe frange della destra (americana) ha avuto più riscontri.

Dimensioni 210 × 150 × 12 cm
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Mese Edizione

Luglio

Autore

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