Lettera di Giacomo Trinci

Cara Céline,
scrivendo del tuo libro la forma della lettera mi si è presentata; mi sono trovato così coinvolto da svolgere un lavoro simile al tuo, parallelo in un certo senso, al tuo cancellarti identitario, all’abolizione del cavicchio dell’io, come lo chiamava Gadda, e anch’io mi sono dovuto cancellare per seguire la tua Ape in un avventuroso viaggio; mi sono tolto le mie intenzionalità corrive e ordinarie di buon lettore, più o meno sensibile alle curve dello stile, alla lingua, il tutto però guardato da fuori, nel rassicurante riparo della camera giudicante che guida la distanza.
Ecco, tutto questo non è permesso da quel meraviglioso ibrido di poesia in prosa, di prosa ritmica, da quella “cosa scritta” che è il tuo Foulard amaranto. Di qui, aggiungo, la forte valenza pedagogica che si accompagna alla lettura: cioè, il tuo racconto esige un lettore, capace come te di abbandonare ogni sicurezza, garanzia retorica e anche esistenziale; di buttare corazze, guide, armature, e di affidarsi, nudo, alla bufera musicale di una parola vivente, non morta, non separata dal mondo: in ultima analisi, non letteraria. Un lettore formato dalla tua pagina, volta per volta, sorprendente, acuta e arguta nelle sovrapposizioni di tempi e spazi, nomade e provvisoria, di una fragilità dirompente. Un lettore femminile, si potrebbe dire, per una cosa scritta che trascorre da verso a verso, travestita da prosa, o all’incontrario; cosa scritta, non testo, di femminile, tenera concretezza.
Già nei tuoi precedenti libri, Dire mu, Blu cobalto, la parola ingovernabile giocava e ci giocava in rocambolesche imprese retoriche, in sdilinquimenti caustici e scivolamenti continui, ma qui in questa cosa scritta la radicalizzazione si fa poetica e pedagogica per un lettore nuovo, disposto anch’esso a lasciarsi giocare, ad avventurarsi, lancia in resta, in un turbinoso sconfinare di generi e stili.
Si parte da una condizione di estraneità, il “fou” di “lard”, lo sventolare leggero e impietoso di un vagare folle di parola che passa di bocca in bocca; che degenera, biforca, si dirama di vicolo in vicolo, di rada in rada e si disperde, come l’io con la sua ape girovaga per strade e tornanti che non tornano, o che tornano mutanti. È come se ti ponessi, Céline, in una condizione di servitù del linguaggio e, quindi, com’è di ogni servitù, accedi ad una non esistenza in un certo senso piena di grazia. Nella tua cosa scritta, la protagonista, vero punto vuoto da cui il mondo esplode, esce di casa, da sé stessa, in modo definitivo, così netto che la casa dietro di essa scompare: girovaga, passeggia come uno di quei personaggi di Robert Walser, portatori di quel leggero, imprendibile “fou”, follia, che li fa, felicemente, cessare di esistere nella pesantezza. Si può uscire dal mondo per fare una passeggiata, per girovagare, ma soprattutto si esce dal mondo per farsi fantasma, Céline, vuoto di carità per parole di vita contro le parole morte che ci circondano.
In questo senso questo tuo libro è operazione altamente pedagogica, e poetica: poetica, perché pedagogica. Il tuo lettore avverte da subito, che la forte estraneità da cui tu parli e ci parli, è un luogo della mente che battaglia con parole, opere e dimissioni dall’umano; un vero e proprio “abitare la battaglia” che, riprendendo uno straordinario titolo verdiano di Gabriele Baldini, percorre le strade impervie, le mappe segrete e ardue dell’invenzione d’opera.
Come vedi, ho scelto per parlare di questo libro la forma della lettera, questo perché non volevo e non potevo affidarmi né alla recensione, né alla prefazione: non potevo cioè, come scrive Manganelli scrivendo di un libro di Zinov’ev, Cime abissali, né “essere un lettore veloce di libri lenti”, come è di chi recensisce, né preparare un discorso su qualcosa che nega la cosa su cui preparare il lettore. Dovevo partire da un lettore lento, come sono io, per un libro veloce, scattante, irto di sbalzi, curve e controcurve, come la tua cosa scritta; qui giocare le mie carte di ascoltatore attento e modesto. Per la tua partitura delicata e sfuggente, femminile e “imperdonabile”.

Giacomo Trinci

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