PREFAZIONE

L’ultima raccolta di Nedo Soldaini: Dolce mio assenzio, sin dal titolo evoca quasi programmaticamente la struttura antitetica della silloge poetica, tutta giocata sulla raffinata e al contempo sofferta contrapposizione di due opposte realtà esistenziali, che si inverano e si superano dinamicamente. Il riferimento all’assenzio non è per nulla casuale, ma implica una precisa conoscenza simbolica di quanto si vuole significare: il termine, infatti, deriva dal greco apsinthion – formata dall’alfa privativo che va a negare il sostantivo psinthion – e va a indicare un qualcosa che non reca diletto; mentre il nome ebraico dell’assenzio deriva da una radice che significa “esecrare”, ed il Deuteronomio pone questa pianta tra i veleni. Dal punto di vista simbolico, poi, l’assenzio rappresenta il dolore sotto forma di amarezza, e soprattutto il dolore causato dall’assenza. Sulla base del riferimento all’Apocalissi giovannea, secondo la mortale amarezza, i filologi J. Chevalier e A. Gheerbrant arrivano a ipotizzare che, a livello analitico, “l’assenzio rappresenti una perversione della pulsione genesica, una corruzione delle fonti, le acque che diventano amare”.
Ma qual è questo interno dolore, questa inquietudine che ammorba l’animo del poeta, che lo porta al dis-gusto nei confronti del mondo e dell’esistenza in sé e per sé, che ingloba ogni istante in una pesante e nebbiosa cappa di insensatezza?
Ce lo spiega a chiare lettere Nedo Soldaini nella prima sezione della silloge non a caso intitolata Anamnesi (ah, la potenza semantica delle parole!), mutuando un termine squisitamente medico che sta a indicare quella parte della visita clinica volta a raccogliere i dati riguardanti le patologie re­mote e prossime del paziente: quindi, una sorta di riassunto dei propri vissuti – in questo caso psichici – che possono ri­guardare solo il passato, come un brutto incubo rimosso, o possono inglobare anche la dimensione del presente.
E, da un certo punto di vista, anamnesi sintetizza e al contempo rappresenta la logica continuazione della precedente raccolta: Un niente perfetto (2008) che – ancora una volta il titolo estremamente emblematico – si poneva come una sorta di trasposizione in versi di alcune tematiche filosofiche tipiche di un certo esistenzialismo, da L’Essere e il Nulla di J. P. Sartre alle numerose varianti sul tema dell’angoscia, da Kierkegaard a Camus, da Karl Barth a Heidegger. I temi universali dello sradicamento, della negatività che non riesce a trasfigurare il dolore dell’uomo, dell’accidia che banalizza tragicamente ogni percorso esistenziale venivano oggettivati ed universalizzati partendo dall’esperienza personale, che serviva quasi da exemplum per una cruda analisi sul significato dell’esistenza dell’individuo. Anche in Anamnesi ritornano, se possibile ancor più amplificate, le amare riflessioni (veramente d’assenzio) della raccolta precedente. Sin dalla lirica d’esordio Prologo al lettore non vengono lasciati margini di dubbio: “T’insidiano muri pieni di vetri d’intorno, / eretti a segarti le nocche protese, le mani…” l’esistenza si protrae tra “acri solitudini”, che non lasciano adito a spazi salvifici, tende all’oblio che, solo, può cancellare l’insensatezza del tutto, mentre da lontano, “da reconditi luoghi, / cavalli viola nitriscono / l’imminente naufragio”. Il tema della solitudine – che in questo caso non è l’ultimo portato dal processo di individualizzazione dell’uomo m­oderno, do­po la scomparsa delle certezze geocentriche di stam­po tolemaico, ma riguarda una situazione astorica e quasi metafisicamente di sganciamento del consorzio umano e di ogni sua finalità propositiva – si staglia totale e compiuto: “Sono un uomo nel vuoto / un uomo sordo cieco muto / Sopra un immenso piedistallo di silenzio nero / … Questo assoluto di uno zero ripetuto”. Un siffatto uomo ha perso anche la nozione del passato (che in qualche modo lo potrebbe salvare in quanto, come determinazione temporale, presuppone un presente ed inevitabilmente un futuro, che potenzialmente trattiene in sé un germe di speranza e di riscatto) in quanto vive perennemente rinchiuso in esso, conglomerato in una dimensione che assorbe, nullificandolo, ogni presente.
Un altro tema, caro a Soldaini, è quello dell’incomunicabilità, che è anche e soprattutto un dato caratteristico del mondo moderno: “… le stesse parole imprigionano / create come futuro per incarcerare gli uomini, / nella distante relazione di un’altra umanità”. La prigione delle parole. Eravamo abituati a considerare altre prigioni conoscitive: dal mito dell’antro platonico, nel quale ogni conoscenza può avvenire solo obliquamente, alla concezione schopenaueriana del Velo di Maya, che ci impedisce ogni approccio diretto al mondo oggettuale, dalla caverna di holderliniana memoria, nella quale il poeta imprigionato attende di essere rapito dal messaggero degli dèi Ganimede per riappropriarsi della parola divina alla visione del mondo dell’“uomo assurdo” di Camus, che sa solamente che “nella coscienza attenta, non vi è più posto per la speranza”. Soldaini va oltre il concetto di incomunicabilità per sostenere che le parole furono create per incarcerare l’uomo per sottometterlo. Mi pare di avvertire in queste estreme considerazioni un’eco della filosofia gnostica, laddove si parla dell’arconte Ialdabaoth che gettò l’uomo nelle più basse regioni della materia, di modo che egli vivesse in una dimensione oscura, lontano dalla luce vivificante della vera conoscenza, ignaro dell’Essenza dell’Essere e delle sue manifestazioni, in preda al dolore e alla disperazione più cupa. Una situazione di smarrimento, di spaesamento dell’uomo rispetto al mondo di appartenenza che si posiziona come misura di lontananza e di estraneità rispetto a Dio, quasi una forza alienante che ci rende alius rispetto all’Essere primordiale: l’uomo come straniero – extraneus – rispetto al mondo nel quale è “costretto” a vivere.
Affermazioni, le mie, che trovano riscontro qua e là nelle poesie più significative della silloge di Soldaini: “io sono passato, tutto è oltre / Io sono un’ombra / Io sono il germe / Di un abbandono”; “si può solo intravedere il mondo / attraverso un’indifesa lacrima”; “… gli dèi han mutato / gli uomini in cose… / … / … affinché vivano / eterni stupendi dolori”.
La solitudine, situazione esistenziale di per sé liminare ed angosciante in sommo grado, superiore alla stessa paura della morte, della quale è una rappresentazione in vita, in corpore vili, anticipazione del grande Nulla che ci attende nell’oltre tomba (spesse volte, l’uomo ha di fatto paura più che del morire solo, perché la morte in solitudine diventa una morte doppia, sociale e biologica, un annullamento all’ennesima potenza, uno iato intollerabile), per Soldaini si vela di un ulteriore drappo nero, che è dato dall’impossibilità di identificarla, conditio sine qua non per non poterla nominare, esplicitare, comunicare: “La solitudine non è essere in piedi sul molo / all’alba, e guardare le onde avidamente. / La solitudine è non poterla dire / Per non poterla circondare / Per non poterle dare un volto / … / La solitudine è / Questa rotta melodia / Delle / Mie / Frasi”. Più ancora della solitudine fisica che lacera le carni, più ancora dell’essere distaccati da tutto quanto ci circonda.
È la classica situazione dell’“essere gettati” nell’abisso (tanto per citare ancora una volta Heidegger, filosofo che più di ogni altro è riuscito a delineare i contorni distintivi ontologici ed ontici dell’uomo moderno), nel baratro senza fine della Reszendez (una sorta di moderna discesa agli Inferi, in caduta libera), esperienza angosciante fin che si vuole ma “necessaria” per gettare altre fondamenta che consentano all’uomo di risalire a vedere la luce (il concetto di Traszendenz, che non è Trascendenza ma semplice risalita dall’Abisso al Grund, alla terraferma).
Per il nostro poeta esiste una via che gli consenta di attivare questo processo dal sapore anagogico, si può intravedere un’entità che rompa la prigione della solitudine, che allevii il peso delle catene carcerarie? È il tema che occupa la seconda sezione della raccolta poetica: Anacrusi (ancora una volta la potenza delle parole: anàkrousis, termine inusuale anche per i greci, e del quale per lo più si conosce la valenza che ha assunto in campo musicale, in quanto sta a rappresentare il preludio di uno strumento). Penso, però, che per Soldaini Anacrusi possieda l’originale significato sia di “tirarsi indietro”, sia di “riprendere i sentimenti”, secondo l’uso che ne fa Plutarco: quindi, una sorta di sconfessione di quanto asserito con rara potenza evocativa nella prima parte del testo, un azzeramento dei concetti assiologicamente de­terminati di malinconica solitudine.
No, la ricerca prima e il ritrovamento poi di una sorta di “via d’uscita”, l’attivazione del processo di Traszendenz di cui si parlava prima, il rinvenimento d’un motore che fa muovere l’uomo da una situazione di disperazione ad una di pienezza come anticipo d’una vita autentica, non vengono abbandonati, lasciati da parte rispetto ad altre urgenze. Ma questa via il nostro poeta non la ricerca nelle alchimie del pensiero pensante o poetante, non si inerpica per oscuri e perigliosi percorsi gnoseologici e conoscitivi, per il semplice motivo che non ne è soggetto passivo: in altre parole, si lascia avvolgere dall’Amore. Si rimane per un momento stupefatti, ci siamo troppo abituati alle dimensioni conoscitive filosofiche e psicoanalitiche (sarà colpa del Neopositivismo, dell’Esistenzialismo, dello Strutturalismo, della Fenomenologia, dell’interpretazione simbolica junghiana, e di chissà quante altre diavolerie del “pensiero questionante”) a tal punto da dimenticare che esistono delle pulsioni vitali che da sole ci aprono nuovi orizzonti, non solo di vita ma anche di interpretazione dell’esistenza. E allora riemergono i ricordi ormai solo scolastici di Dante e Beatrice, di Petrarca e di Laura, di Goethe e di Margherita, di Holderlin e di Diotima, di Von Kleist e Henriette Vogel (sì, perché l’amore ti può anche aiutare a morire in due, non da soli), di Kafka e Felice Bauer.
Si delinea un mondo nuovo dove “A oriente l’alba crescente prevale”, dove si può asserire che “Dio non ha smarrito la mia strada”, dove “altra luce il mondo dei sogni / illumina dall’interno” a tal punto che “È questo un giorno che da sé si assolve”. Il poeta riscopre la realtà fenomenica, quella del mondo reale, contattabile, misurabile nella sua estensione e materialità, cangiante e dinamico, e allora può parlare di cieli di azzurro acceso, del canto invisibile delle allodole, dell’argento leggero della luna (“La Luna è un cuscino di piume / strappate agli angeli”). Chi ha apprezzato (e mi metto in prima linea tra gli estimatori) il Soldaini crepuscolare, cultore della notte, dei silenzi, delle atmosfere sinistramente cupe foriere di disperazione e di cupio dissolvi, si trova un po’ in imbarazzo di fronte alla descrizione degli “universi puri”, alla considerazione che “Le anime alate / sono le più vere”, all’enunciazione dei “meridiani della passione” nei quali “mi calavo lieve in te”, ad un mondo non più abitato da oscuri spettri ma da “angeli con ciglia di colombe, alla felicità che fa rima con rosa (“e tatuo la mia anima con un graffio di rosa / sulla candida felicità dell’essere”), al­l’“orchidea innamorata” a “il tondo terrazzo delle effusioni”, per pervenire al trionfo d’un inaspettato imenèo: “La luna spolvera / il suo epocale incanto. / I suoi dardi di fuoco / stillano nei nostri occhi. / Se i fiordalisi delle tue dita / s’intrecciano ai miei versi / un coro nuziale echeggia”.
Viene stravolta la stessa missione del poeta, non più intermediario tra gli uomini e gli dèi secondo la lezione romantico-esistenziale, non più profeta dei tempi a venire, e neppure cantore delle vicende umane; ad un certo punto Soldaini è tentato di affermare che il poeta potrebbe essere solo un clown, un pierrot (ma non scandalizziamoci troppo; esiste l’autorevole precedente di F. Nietzsche che, in alcuni versi del primo ditirambo a Dioniso, nell’autunno torinese, così si esprimeva nei confronti del poeta: “Nur Narr! Nur Dichter!”, vale a dire “Soltanto giullare! Soltanto poeta!”), salvo subito ricredersi sostenendo che il poeta è il sacerdote d’un nuovo ed antichissimo mistero: il mistero dell’Amore, della vicinanza tra gli uomini: “O solo un tempio, / dove ci si inginocchia a pregare / su cuscini di bianchi petali”.
Ai fans del Nedo Soldaini delle atmosfere gotiche, dei cieli lividi, della natura impotente, del deserto dei sentimenti, del cupio dissolvi, faccio presente che anche il testo più annichilente di tutti i tempi, il Qohèlet (meglio conosciuto come L’ecclesiaste), libro della miseria dell’uomo per antonomasia, ad un certo punto sa schiudersi per un attimo alla positività dell’amore: “Meglio due di uno solo / i loro sforzi congiunti / avranno premio migliore / e se cadono uno dei due / solleverà il compagno / … / un filo rinterzato / non si rompe facilmente”.

Eraldo Garello

Anno Edizione

Autore

Collana