Prefazione

Poeta di lungo corso, che ha già conquistato da lustri l’attenzione della critica più sensibile, Flavio Vacchetta viene volta a volta indicato come autore che “possiede lo stile fluente, musicale, con felice senso del ritmo”, altrove di lui si dice che è “uno fra i poeti più interessanti e brillanti della poesia contemporanea” o ancora si scrive di lui come autore di “versi lirici e allo stesso tempo epici, volti a marcare un pas­sato che s’intreccia continuamente col presente”. Tutti e tre gli aspetti di stile e di contenuto appena riportati si ritrovano anche in questo ultimo libro di Poesia, caratterizzato da un titolo drammatico e definitivo, così profondamente infisso nella memoria storica collettiva, da divenire addirittura una forma proverbiale, sia pure di condanna senza alcuna possibilità di appello: Crucifige. Il fondamento cristiano della nostra cultura occidentale, così come è sottolineato da Benedetto Croce – Non possiamo non dirci cristiani – diviene nell’evocazione che Vacchetta fa della figura di Maria e anche di Cristo una eco affievolita, quasi smozzicata, trapuntata da lampi sonori di altri tempi e modi di civiltà, una sorta di ecolalìa franta, che ha disperso il senso compiuto e coerente del messaggio cristiano, scomposto in una serie di stringhe e di frange attinenti a universi paralleli.
La scena della rappresentazione dei fatti della storia è sempre la questione nodale in Vacchetta, il quale sostanzialmente è un affabulatore sanguinetiano: loro ci raccontano storie, espongono vicende, e trattano le “cose” della vita, ma le elaborano cortocircuitandole in un impareggiabile Laborintus del linguaggio. Tuttavia, sarebbe distorcente collocare Vacchetta nella grande area dispersiva degli eredi del Gruppo 63, in un elogio della vocazione disgregativa della letteratura. C’è in Vacchetta una memoria letteraria che risa­le ben prima della lezione rivoluzionaria di San­guineti e che si rifà alle esperienze di inizio secolo Novecento in campo espressionistico. Andrebbe citata un’interpretazione di Gottfried Benn, tra l’altro rimarcata anche da Gianfranco Contini, in Letteratura italiana Otto-Novecento, in cui il poeta e saggista tedesco sostiene che con l’espressionismo “la parola descrittiva, esplorativa finisce. Non c’è posto per essa. Diviene freccia. C’è una dissipazione della lingua mirante alla dissipazione del mondo”. Non va nemmeno discordato un forte patrimonio letterario più meritoriamente casalingo e tutto italiano, cioè il paroliberismo ovvero le parole in libertà di Filippo Tommaso Marinetti.
Crucifige è sostanzialmente la storia della civiltà occidentale – che non può non dirsi cristiana – e che si consustanzia con la vicenda del poeta Vachis, soprannome di Flavio Vacchetta, in una disgregazione del racconto, tale da assumere valenze e possibilità diverse, nell’arte combinatoria delle possibilità della vita. Ne deriva che accanto alla storia tragica di Maria – Figlia di suo Figlio, per dirla dantescamente – si sdipana la storia d’amore di Vachis, le sue memorie di Beneso, in Galizia, a fianco dei soggiorni a Radda in Toscana, a Bordigotto, in Sori presso Genova. Ogni cosa, però, non appare più esposta da una “parola descrittiva, esplorativa”, ma è infitta e trapassata da una freccia oppure è marchiata e miniaturizzata o criptata in un acrostico, sovente non più decrittabile, come potrebbe accadere a una lapide antica, ovvero una stele proveniente da un film di fantascienza di Stanley Kubrick, a sua volta tratto da un romanzo distopico di Arthur C. Clark. Tutto ciò serve a sottolineare la straordinaria modernità dello stile criptato, alluso, deviato della poesia di Flavio Vacchetta: vi ritroviamo neologismi (millimetrare, verdoleggiare, illibero); ci imbattiamo nel padre di tutti gli acrostici – I.H.S. – e in altri che rimangono indicazioni misteriose e indecifrabili; siamo presi da tiritere di parole, sciarade in rima e più sovente in assonanza; siamo avvolti nel fascino di un amore che si arronciglia in spire scombiccherate; ci sperdiamo nelle piatte savane dei proverbi biblici, che qui assumono la forma di misteriosi aforismi.
Flavio Vacchetta è un autentico giocoliere della parola poetica, che nella sua pagina assume i riflessi dell’iride e del mistero tipici delle aurore boreali, nelle quali la luce balla di riflessi visionari sotto la spinta e l’attrazione di forze magnetiche invisibili: similmente, si deve intendere – e se ne ha la precisa sensazione – che il mondo poetico di Vacchetta è qualcosa di molto più grande di quanto appare sulla pagina, perché è condizionato da una materia oscura che il lettore non può leggere nel testo, ma di cui avverte la presenza per le distorsioni che tale antimateria poetica produce sul linguaggio.

Sandro Gros-Pietro

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