Prefazione

Viene automatico chiedersi cos’abbia in comune Mazzella con Petrarca, dato che la citazione è così marcata sia nel titolo sia nella copertina da apparire quasi fondamentale. La risposta più probabile è che si tratta di un innocente gioco, nel senso carducciano del termine, cioè un ludo letterario, come il Vate ebbe a dire parlando della nascita della Antica poesia toscana: “d’amor tra i ludi e le tenzon civili / crebbi”. L’amore per il gioco e per l’impegno civile è la sorgente da cui circa settecento anni or sono è sgorgata la poesia italiana, che poi nei sette secoli a seguire, seguendo quei due filoni principali di modello estetico e contenutistico – la sponda dantesca e la sponda petrarchesca – diviene una delle letterature più importanti della modernità occidentale. Ma torniamo alla sintesi iniziale distillata da Carducci: all’inizio della parola poetica italiana c’è gioco d’amore e c’è impegno civile! Sono sostanzialmente questi i due pigmenti da cui poi deriverà l’immenso monumento di scibile che è la letteratura italiana, l’unica ad essere caratterizzata quasi esclusivamente dal lavoro dei poeti e solo in via secondaria anche dalle opere in prosa. Ricordo che ai tempi dei miei studi universitari si faceva il gioco di collocare ogni poeta italiano, anche i più moderni, o nel filone dantesco o nel filone petrarchesco. E va da sé che Mazzella verrebbe collocato nella tradizione di Petrarca, non fosse altro per essere l’autore di un libro che si chiama La baia del dubbio, titolo estremamente consonante con le dubitazioni di Petrarca e invece assai stridente con le certezze di Dante.
Luigi Mazzella è un autore che si esprime con la satira e l’ironia. In critica letteraria si dice che egli sviluppa lo stile comico, cioè quello della commedia, che è altra cosa dallo stile epico, tipico della tragedia, e dallo stile lirico, che caratterizza, invece, le estasi del cuore e della mente. Lo stile comico – quello del­la commedia – si propone come obbiettivo primario la comunicazione piana e pregnante rivolta al de­sti­natario nel modo più immediato possibile, cioè si prefigge di trasmettere il messaggio e dire le cose che vanno dette senza mettere in campo infingimenti, ma tuttavia facendo uso di “grazia e di gioiosità”, magari anche in modo graffiante, al fine di marcare un segno indelebile. Per tanto tempo ha fatto scuola l’antica lezione di Orazio, Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci, lectorem delectando pariterque monendo, cioè raggiunge il massimo chi unisce l’utile al dolce e parimenti diverte e istruisce il lettore. Nella satira, che può spingersi fino al sarcasmo scarnificante, il dolce diventa subito un agro-dolce, e può raggiungere dei tassi di acidità anche elevatissimi. Ma il divertimento e l’apprendimento per il lettore è garantito lo stesso, anzi può essere anche più elevato, perché la comicità specie se caustica, ha la specialità di fare divertire i buongustai. I modelli sono tanti e si ritrovano fino nell’antichità, non soltanto in Orazio, ma anche in Giovenale e Gaio Lucilio. Però, non spingiamoci così indietro nel tempo. Rimaniamo ai tempi nostri. Pensiamo in epoca moderna a Gioacchino Belli, a Carlo Porta, a Salvatore Di Giacomo, a Cesare Pascarella, a Trilussa, a Achille Campanile, a Giovannino Guareschi, a Carlo Gadda, a Cesare Zavattini. C’è poi un settore dello “stile comico”, di cui Luigi Mazzella è un autentico cultore, che è quello dell’aforisma. E allora, in questo campo, in tempi recenti, troviamo degli esempi di alto rango in Giuseppe Prezzolini, Leo Longanesi, Leonardo Sciascia, Mino Maccari e ovviamente nell’impareggiabile Ennio Flaiano. Negli ultimi anni, l’aforisma ha trovato molti cultori nella letteratura nazionale e anche in quelle europee e oltre oceano. Si pubblicano libri di soli aforismi, sovente commentati e introdotti da studiosi e da virtuosi di quel particolare genere come Gino Ruozzi e Fabrizio Caramagna. Luigi Mazzella ormai è considerato un aforista d’antan, con un solido passato alle spalle, certo non improvvisato. Del resto, l’intero libro, Canzoniere satirico, ha un passato di progettazione, realizzazione e crescita alle spalle, perché deriva dal­le tre edizioni che l’Autore ha fatto uscire in successione de I pazzi e le smorfie, a principiare dal 2011 fino a venire a oggi. C’è stato un continuo aggiornamento, arricchimento, affinamento e incremento, con qualche ulteriore labor limae, e con l’adozione di se­vere scelte che hanno portato l’Autore a fare qualche esclusione. Francesco Petrarca ha curato nove successive edizioni del suo Canzoniere, sempre aggiungendo parecchio e contemporaneamente togliendo qualcosa. Mazzella è sulla buona strada anche da questo punto di vista di work in progress. Il libro risulta composto da tre parti: le poesie, gli aforismi e la rassegna critica. A loro volta le poesie sono scandite in quattro sezioni: L’impegno civile, La satira, I motti e i miti e La vita emotiva. Le sezioni rappresentano i quattro punti cardinali verso cui il lettore può muoversi sulla tabella degli elementi e delle occasioni: è uno schema da rosa dei venti, che ammette anche una commistione delle zone insiemistiche limitrofe e qualche sovrapposizione, ma che è molto utile a mettere fuoco le motivazioni profonde della scrittura satirica di Mazzella, e più in generale della sua poesia tout court. Sugli aforismi c’è poco da dire, come su tutti gli aforismi di tutte le letterature: c’è da goderseli nella loro carica dirompente di logicità analogica e controcorrente, capaci di mettere a nudo aspetti mai pensati della realtà o di invalidare i facili teoremi del buon senso delle cose e le verità conclamate, condivise da tutti. Infine, la rassegna critica, che è una sezione ristretta e selezionata dei pareri raccolti fra i lettori professionisti, permette di ricostruire sia i percorsi di pubblicazione che stanno alle spalle del Canzoniere satirico sia il grado di accoglienza che l’opera e l’Autore hanno già ricevuto negli anni.

Sandro Gros-Pietro

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