Prefazione

La forza della poesia di Duccio Mugnai sprigiona da una meditata e sofferta visionarietà che lo porta a metamorfizzare la realtà concreta, che promana dal quotidiano, nelle forme alternative, balenanti, frante e per enigmi della realtà virtuale, il più sovente interiorizzata in paesaggi dell’anima. Non si tratta di un processo di fuga dal mondo reale, ma al contrario è un tentativo di avvaloramento e di approfondimento della spiegazione del mon­do. Il poeta vuole capire cosa ci sta dietro, cosa ci sta dentro. L’unico viaggio possibile, come Jules Verne insegna, è quello al centro del nocciolo, alla ricerca di una lux in nuce: un viaggio onirico compiuto a occhi aperti e a mente vigile, nel profondo del nostro inconscio.

Il mare rappresenta la metafora di base. Colà si trova la luce, l’accoglienza, la vita, il porto delle acque calme. E colà ci si incontra e scontra con la tempesta, la bufera, i marosi. Colà c’è lo schianto del “vasel” che ci conduce nel viaggio di conoscenza del mondo. Le regole del vero sapere ovvero, se preferiamo, l’incontro delle coordinate nei punti di presenza/assenza del viaggio condotto intorno alle emozioni dell’inconoscibile, sono scavate nel dolore della disillusione, nella scoperta dell’inganno, nel bruciore della sconfitta inevitabile: “Nella notte fresca di pallide immagini / ancora sensazioni. / Fluido il tempo / è scivolato. / Tutto è rimasto raggelato / Neanche gli amici ci sono più / La natura strazia nel ricordo / la mia anima / Nella notte fantasmi / incontrano il mio sguardo / senza alcun riconoscimento, / senza rivelazione. // Immerso in un universo / non mi appartiene più / e dimenticherà tutto.”

La raccolta principia con un motivo evocativo, grazie al quale il poeta richiama alla mente il dolce canto della prima giovinezza: “Ho ritrovato, / frugando tra i ricordi / volti, frasi, atmosfere, / dolci primavere lontane. / Elementi diversi per entità, luogo, tempo, / rispecchiati in me, / uniti in un’unica linea melodica, / quasi calmo canto vitale di un òboe, / chiuso in me”. Seguono le ricordanze dedicate a una ragazzina ridente e il fremito di emozioni solenni ma anche tenere suscitate dallo splendore storico, così carico di nostalgia e bellezza della città di Firenze. Prende poi abbrivo il viaggio visionario, nel vortice di metafore che la poesia scatena, che non è la “Bufera” montaliana della guerra, ma è la Burrasca delle emozioni simboliche, fatte di “legni sbattuti”, “vertigini di pioggia”, “verdi mucchi di alghe fosforescenti”, “meduse vomitate dal mare”. Il mare dell’esistenza sviluppa una vertigine di “incubi”, che lasciano “in bocca il sapore di un veleno amaro”, per le “brutture universali”, per le “angosce perenni”, che occorre affrontare con coraggio nella traversata intrapresa dai “pescatori”. Tuttavia, quello stesso mare, desertificato dall’assenza di umanità e di dolcezza, contiene le sue Oasi: “Un caffè / sorrisi ed amici / una birra e un sigaro. / Meridione d’Italia / Moli / dominati da castelli angioini / Golfi di serenità”, dove il poeta, “tra campi di candide trine” ha potuto costruire la sua “friabile tranquillità”. Così continua il progetto del viaggio di conoscenza, “Tra un caffè e l’altro / saette di idee si intersecano / formando progetti nuovi, / coraggiosi, intrepidi, veloci, / come sorrisi di ra­gazze”. Si alternano gli “inganni sottili” con le “serate appassionate”: per il poeta “l’oscurità è cibo amaro”, ma ad oltranza la “libertà di nuovo respirerà”.

Tutto ciò conduce visibilmente la poesia di Duccio Mugnai a una dimensione mitopoietica, all’ombra di divinità alluse in minuscolo, come odisseo e icaro, cioè gli esempi della bellezza oblativa, dell’alea del rischio coraggioso, levigati dall’uso secolare come i ciottoli sul greto del grande fluire della tradizione poetica. In Mugnai, in aggiunta alla tradizione della classicità che è pure bene radicata nella sua mente, c’è lo scavo tutto moderno e contemporaneo dell’indagine psicologica e psicanalitica, l’interpretazione dei sogni, le “barche az­zurre / ancorate argento / fondo marino / granelli di sabbia / specchi scaglie d’oro / nuvole come pensieri / verdi chiome di vegetazione / librarsi / spirito / a cieli di stelle”. Il grande volo del poeta inevitabilmente conduce allo schianto di Icaro: “Ingenue queste mie parole / de­boli, inermi / di fronte ai dolori / insepolti come cadaveri”. Il viaggio diviene, allora, consapevolezza del di­sin­ganno, riscontro della falsità, amarezza del disincanto: “Ho conosciuto / davanti a tavole imbandite / davanti a sguardi egoisti e falsi / l’ipocrisia della società.” E il poeta, di conseguenza, abbraccia con pienezza di vo­lontà e con partecipazione di spirito la dimensione vi­sionaria che trascende i limiti angusti e impietosi della realtà: “Tagliano, / dalla nostra linea, / sentieri lasciati inconsapevolmente alle spalle, / possibilità ormai svanite, / crudeli madri del silenzio riflessivo. / Non più real­tà, / solamente giochi di immagini, / farfalle posate / sui fiori chiusi del passato”. Ciò avviene, in quanto “l’unico spazio tangibile / è una proiezione interiore, vuota, sola, /dominata da permanenza. / Niente può fuggire, / tutto rimane come una condanna.”

Si riarrotola il percorso compiuto della vita come fosse il nastro di Moëbius, una corsa infinita dentro uno spazio concluso, motivo per cui si rinnovano le evocazioni, le figure, le metafore, e l’impeto di generosa attrazione rivolto al fascino incantatore e ingannatore del mondo, come si legge bene in Mia vita: “Ti cerco ancora, / nei miei sogni / disilluso da un fragile equilibrio. / Non trovarti / è dolore cieco, / buio che offusca i sensi. Non raggiungerti / è triste abitudine, / solitaria manifestazione / rumore sordo dei miei passi. // Terribile agonia / è vivere ancora / i tuoi luoghi”.

In questa dimensione quasi aulica di eroismo egotico, nella quale il poeta svolge la funzione di espiare i peccata mundi, quasi fosse un vate che profetizza come Cassandra e che si offre come parafulmine su cui si scarica la violenza dei barbari, la novità svettante non sta nel concepimento orgiastico del Superuomo nicciano, che si eleva nella sua disperata solitudine a sostituire il dio assente, ma risiede, invece, nel suo esatto contrario: ri­siede nell’umiltà francescana della preghiera. La dimensione della preghiera diviene allora quel vero canto iniziale dedicato alla vita da cui il poeta era partito per compiere il suo viaggio di conoscenza. Il vero canto del poeta è la Resurrezione: “Balconi nell’anima / ancora suoni colorati di un vecchio sogno, / l’abbaiare dei cani, / i rumori delle piante e degli alberi. / Il vento taglia il bosco come una lama, / segna i tempi, / apre gli aromi a svelarsi. / Irresistibili rivelazioni / oniriche, / la mia infanzia risorge nitida, / riscopro me stesso, / dove non esisto più e sono perduto. / Paradossi del cambiamento / dove tutto è rimasto uguale / congelato nella sua diversità, / ormai irraggiungibile. / Occhi chiusi / han rivisto la mia casa da bambino, / l’edera sui muri e sul mio cuore.” L’incontro con Dio, nella dimensione della preghiera e della fede, è dantescamente un supremo canto di silenzio poetico e di umiltà umana transumanata in visione divina: “Se Ti ho conosciuto, / se Ti ho visto o ascoltato, / l’ho fatto nella semplicità. / Possa esplodere la mia interiorità, / trascendimi, / grida, riso, pianto, / siano un’altra via, / possa essere già in cammino”.

Anche la preghiera, come rinuncia all’uso della ra­gione per trascendere verso l’inconoscibile, si manifesta nel suo valore epifanico di svelamento di un canto dell’anima superiore al mondo reale, vicino al silenzio degli angeli, che contemplano il mistero dell’eternità, aspirazione umana del canto poetico.

Sandro Gros-Pietro

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