Postfazione
“È più vero il vero o quello si crede?”

L’ebrezza della polvere

Nel suo immortale romanzo Le onde, Virginia Woolf traccia il diagramma delle vite dei suoi sei personaggi, scandendone le fasi di crescita e di declino attraverso la metafora liquida delle onde.
Ogni capitolo si apre con una minuta ma rapida descrizione delle diverse sfumature della luce solare sul mare, a cui corrispondono le diverse età dei protagonisti, dall’infanzia all’anticamera della morte.
Qualcosa di simile dal punto di vista strutturale accade nella silloge di Edith Dzieduszycka, Nelle ondose stanze, che presenta la continuità di un ininterrotto poema. In questi versi, aleggia il fantomatico sentore di una misteriosa presenza che gradatamente si rivela “il telaio del tempo”, un difficilmente decifrabile mosaico, “merletto la mente composito alterno / di pieni e di vuoti disuguale misura”, cui corrisponde un cammino di continuo interrotto, irto di ostacoli fuorvianti e soprattutto vano, poiché è ignoto il quo tendit (sconosciuta la metà) oltre al “cui prodest” (nel ripetersi di uno “sforzo patetico”).
A compiere questo divagante cammino “sull’orlo delle cose nella luce radente / del giorno agonizzante, leggermente di sbieco” non è una precisa persona, un unico soggetto, ma pare piuttosto quella “sola moltitudine” cui allude una celebre raccolta di Ferdinando Pessoa. È il percorso verso lidi imprecisati e lontani, “a cavallo del dubbio”, fitto d’inganni e di “fantasmi vaganti” di ogni essere umano.
Ogni tanto sbucano dal nulla figure di forma indefinita, “per le strade cammina gente che s’incrocia / si sfiora si strattona” lungo “i muri delle case che nascondono segreti”; appare perfino un’azzurra bambina, fiabesca immagine di verginale innocenza che pare schiudere un salvifico prodigio, ma si rivela anch’essa evanescente fata Morgana.
“Nelle stanze dell’essere” allinea e nidifica solo l’ebbrezza della polvere, e il mare che viene e che va, ristagna, si cristallizza sulla battigia “abbandonando l’umana schiuma”.
“Quel qualcosa che sfugge al comprendere nostro / per sempre rimarrà sospeso su di noi”. La vita non è una gara da vincere, poiché non c’è nessun premio e la corsa disperata di ognuno di noi ha come unico traguardo l’inconoscibile nulla.

L’ordito di questa trama, scritta un po’ di anni fa, da un punto di vista metrico è tessuto con una sapiente scansione dei versi che si ripete perfettamente simmetrica in ognuno dei testi anche dal punto di vista visivo, dodici versi suddivisi in due coppie di strofe, con rientranze dal margine di corrispondente misura.

Silvio Raffo

Dimensioni 135 × 205 × 7 cm
Autore

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Marzo

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