PREFAZIONE

Il libro di poesie di Giacomo Giannone, Parole in briciole, si dipana come un breviario ovvero un libro d’ore destinato a tenere quotidiana compagnia e a fornire continuativo conforto nel corso di un viaggio che si prospetta essere imprevedibile, al culmine del quale dovrebbe esservi uno scopo ovvero una meta il cui raggiungimento non è affatto garantito. Fuori di mistero, Giannone rappresenta nel suo libro il percorso mentale di ricerca della bellezza. Non solo si tratta di un orientamento spontaneo e naturale verso il bello, ma di una vera e propria ricerca. Studiare le orme e le forme; catalogare le inerenze e le frequenze; analizzare le pressioni e le espressioni; confrontare le urgenze e gli urti; mettere in parallelo vi­sioni ed evasioni. Sarà apparso subito chiaro a tutti che si tratta di una ricerca fatta sulle parole, nel senso che le parole sono le briciole di Pollicino lasciate cadere in quel grande labirinto che è il bosco della letteratura e della poesia, così frequentato da creature chimeriche della so­prarealtà, da visioni estatiche, da incubi orrifici, da ameni paesaggi edenici, sogni infantili, quiete età dell’oro e terribili abissi della più nera depressione. Chi intraprende il viaggio di ricerca della bellezza, dunque, si incammina per tale bosco, che è un labirinto smisurato, non diciamo infinito, ma sicuramente indefinito, perché ha i confini in­certi e ogni volta scontornati rispetto al mondo della real­tà in un modo sempre simile al passato, ma mai uguale a se stesso. Le briciole delle parole servono e non servono al nostro poeta Pollicino, il quale per suo conto non si è mai chiarito nei secoli se veramente voglia trovare la strada e raggiungere la meta ovvero se sia a tal punto rapito dal fascino del bosco da desiderare di smarrirsi dentro in modo definitivo, infischiandosene dell’assedio della real­tà, che circonda per ogni dove il bosco, in rischio di estinzione.
Partito da questa ipotesi di ricerca del bello, armato di briciole di parole, oggetto di furti futuri da parte degli imprendibili volatili che saccheggiano i versi, Giacomo Giannone si rivolge con sicurezza ai luoghi dell’anima, che nel cuore di ogni poeta riecheggiano di voci e suoni antichi come il mondo, ma sempre nuovi e inconfrontabili fra loro: la rappresentazione della natura, la no­stalgia della terra natia, la memoria storica del passato collettivo dell’umanità da cui discendiamo, la radice soggettiva della propria storia individuale, il confronto con le voci dell’attualità e l’impulso etico a svolgere un ruolo di civiltà nel mondo a favore degli oppressi, l’armonia dell’amore e l’attrazione melica e dolce della sensualità. Gli argomenti sono tanti e si sviluppano come i corimbi, con peduncoli di diversa corsa disposti lungo un identico fu­sto, per poi sbocciare nella pienezza di un unico om­brello infiorato. Non c’è un tema egemone, un ritornello ossessivo, una ragione primaria, ma c’è il concento delle parole che cantano la gioia di ricercare la bellezza e in essa smarrirsi. È fino troppo banale osservare che per un siciliano, nato in una delle regioni più belle del pianeta, il canto della bellezza è per lui una agevole e appropriata pertinenza. Ed infatti esplode nei versi la bellezza dell’Isola, anzi, delle tante isole che la circondano, tra le quali giganteggia Mozia, anche è soprattutto per la facondia della sua storia fenicia, che affonda le radici nei miti e nelle leggende. L’Isola è nominata per icone caratteristiche, che sono briciole di parole inusuali, tipo le palme nane, le giummare, i sentieri delle greggi, le trazzere, le sassaie di lava, le sciare, e tante altre briciole lessicali con cui è ornato il libro da viaggio di Giannone, docente di letteratura nelle scuole superiori e, quindi, patentato in questioni linguistiche. Ma per il poeta, la vera patria è il mondo, per cui la Sicilia diviene il seme che poi rifiorisce in mille altri luoghi, Torino, Bellaria, Firenze e tanti altri siti del Bel Paese e non solo di quello. Ma accanto alla gioia vi è anche lo smarrimento, la paura, lo sconforto o più esattamente vi è un sentimento di attesa e di sospensione, assorta e timorosa, per il futuro che deve sopraggiungere, per le luci della nuova alba che sono attese nel buio, magari in una corsia dell’ospedale delle Molinette, che viene scelto come simbolo per indicare che tutta l’umanità è sofferente del male di vivere e in esso si consuma: “Si dorme, non si dorme, / si narrano lontani ricordi / del tempo passato, del tempo / che fu, insieme si sta nelle stanze di / ducotone imbiancate, insieme si sta / e si è soli”. Il tema della solitudine, così caro agli ermetici e in particolare a Quasimodo, anch’egli siciliano, è il sale della poesia in queste mirabili pagine di Giannone, che splendono non solo per l’inno di gioia dedicato alla vita ma anche per la coscienza del dolore che ghermisce ogni vita in un abbraccio alla lunga esiziale.

Sandro Gros-Pietro

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