Premio I Murazzi per l’inedito 2018 (Dignità di stampa)
Motivazione di Giuria:

 

Il romanzo inedito scritto a quattro mani da Carlo Bosso e da Liaqat Kasemi, Cara mamma, ti prometto che tornerò presto, è stato premiato con la Dignità di stampa, all’unanimità dei consensi, al Premio I Murazzi 2018 per il contenuto di umanità e di sofferenza che viene documentato nel racconto riguardante l’odissea compiuta dal protagonista nel suo viaggio dall’Afghanistan all’Italia alla ricerca della salvezza e della libertà, in quanto appartenente all’etnia Hazara e alla fede sciita, che nel suo Paese d’origine è ferocemente avversata dai Talebani. Il racconto rappresenta un documento di rilevante importanza storica sulle condizioni di abiezione e di violenza cui sono sottoposte le minoranze etniche dei musulmani, ma è anche una testimonianza di luce e di speranza sulle possibilità di riscatto civile, se i più deboli vengono aiutati e assistiti nel loro impegno di riconquista della dignità umana.

PREFAZIONE

Ho conosciuto Liaqat Kasemi al Circolo dei Lettori di Torino nel dicembre 2016, poco prima delle festività natalizie. È venuto ad assistere alla presentazione di un mio libro insieme a dei nostri amici di famiglia e al termine dell’incontro mi ha avvicinato per domandarmi se avessi voglia di dare un’occhiata alla sua storia. Mi ha spiegato che si è appassionato alla letteratura dopo il suo arrivo in Italia diversi anni fa e ha scritto il racconto della sua vita, sta cercando qualcuno di buona volontà che lo aiuti a trascriverlo in un italiano corretto.
Liaqat ha un aspetto assai giovanile e un’aria simpatica, deve avere meno di 30 anni e mi chiedo subito quale vita possa descrivere un giovanotto ancora agli albori della sua esistenza tuttavia accetto con una certa curiosità e mi approprio della chiavetta su cui ha raccolto i suoi appunti.
Qualche giorno dopo la inserisco nel mio portatile e inizio la lettura.
Il testo è scritto in un italiano approssimativo e comunque comprensibile, la storia che racconta è davvero incredibile. La scorro velocemente in un groviglio di sentimenti che si dipanano insieme al procedere delle pagine: stupore, indignazione, incredulità, commozione… e potrei continuare a lungo.
Mi dico che, se l’avessi ricevuta un po’ di anni fa, a fine millennio per intenderci, avrei faticato a credere a ciò che leggevo, avrei sospettato esagerazioni o elementi di fantasia. Liaqat infatti è afghano e a quell’epoca del suo paese d’origine conoscevo ben poco. Giusto che la capitale si chiamava Kabul, che era da poco uscito dalla sanguinosa invasione sovietica contro cui la sua popolazione aveva lottato tenacemente per anni e che stava subendo le scorrerie altrettanto devastanti e spietate di un gruppo di integralisti islamici definiti “talebani”.
Quindi si era verificato l’11 settembre con tutte le conseguenze che ricordiamo bene, gli Stati Uniti e i suoi alleati avevano scatenato la reazione contro alcuni paesi mussulmani in cui si sospettava trovassero rifugio e aiuti i terroristi tra cui, appunto, l’Afghanistan.
Da quel momento le notizie su quella lontana, misteriosa, indecifrabile nazione hanno iniziato a raggiungerci con frequenza, con dettagli e storie il cui ricordo recente contribuisce a rendere molto verosimile e realistico ciò che Liaqat narra. Sì, non ho dubbi sulla sua sincerità sebbene vari passaggi della sua storia mi lascino esterrefatto e inorridito per la conferma di quanta crudeltà e quanta efferatezza sia in grado di raggiungere l’essere umano.
La vita di Liaqat è stata pesantemente condizionata da due elementi, due peccati originali di cui ovviamente non ha colpa e di cui non è stato ancora possibile trovare il battesimo riparatore come abbiamo fatto noi cristiani: il primo è quello di essere nato in Afghanistan, cioè una terra irrequieta e primitiva, divisa in etnie assai diverse tra loro e in perenne lotta, da secoli; la seconda di essere nato “hazara”, vale a dire una minoranza etnica con connotati somatici particolari e unici, ma soprattutto portatrice di un marchio infamante e spregevole, cioè l’essere di religione sciita in una società in stragrande maggioranza sunnita.
Questo aspetto ha presto sconvolto l’infanzia di Liaqat determinandone un’incredibile sequenza di vicissitudini e di sofferenze iniziate all’età di dieci anni allorché, in seguito alle drammatiche vicende che hanno travolto la sua famiglia, è dovuto fuggire da casa.
Da quel momento la sua vera e propria odissea è durata circa diciotto anni e solo ora pare essere in procinto di risolversi in una sorta di “sbarco ad Itaca” finalmente rassicurante e salvifico.
Ebbene questi diciotto anni, a dispetto della sua giovane età, rappresentano davvero una vita tanto sono stati intensi, combattuti, sofferti, ricchi di episodi tragici, violenti, disperati ma pure di squarci di amicizia, pietà, solidarietà, generosità.
Ciò che mi colpisce in modo particolare nello scorrere le avventure di Liaqat consiste nella sua volontà di non perdere mai la sua dimensione umana, lui ha la capacità straordinaria e sorprendente di uscire da terribili esperienze ammaccato, ferito, disperato eppure non soffocato né posseduto dalla sete di vendetta o dall’impulso di restituire ad altri quello che ha sofferto sulla sua pelle.
È oggetto di ingiustizie, violenze, prevaricazioni di una società spietata e crudele, spesso infarcita di un fondamentalismo religioso che si trasforma in ossessione e in un orrendo pretesto per compiere azioni violente e malvagie sino alle estreme conseguenze. Lui le vede, le subisce, le stigmatizza, ne esplora le ragioni, tuttavia sa ugualmente essere pietoso e altruista; guidato dall’esempio e dal ricordo del padre e dal suo orgoglio “hazara” non segue i suoi avversari, i suoi aguzzini sul terreno della violenza e della perversione. Anche quando è costretto dalle circostanze a commettere dei reati, ad approfittare dell’ingenuità e magari dell’ignoranza dei suoi connazionali, a ricorrere a stratagemmi e alla corruzione è comunque consapevole di essere al di fuori delle regole sociali, delle leggi e se ne rammarica, lo fa con riluttanza e tormento d’animo e se ne pente il più delle volte.
Insomma i malvagi, gli orchi, gli infernali seguaci di un fondamentalismo cieco e insensato non lo hanno avuto, Liaqat ha saputo staccarsene e affrontarli usando armi opposte alle loro come la ragione, il sentimento, la pietà.
Questo lo ha salvato, gli ha impedito di annegare nel mare delle debolezze e delle cattiverie umane, lo ha tenuto a galla nei momenti più bui e terribili del suo percorso di crescita, gli ha permesso di rimanere se stesso, di superare grandi dolori e privazioni e soprattutto di cercare la strada maggiormente invisa ai suoi aguzzini, quella della conoscenza, dell’istruzione.
Così è riuscito a trovare sempre il coraggio di continuare a vivere, anche quando tutto sembrava perduto e lasciarsi andare sarebbe diventata la via più semplice per eliminare le difficoltà e le sofferenze; come lui stesso evidenzia la speranza non lo ha mai abbandonato, la speranza e la voglia di lottare per costruire un futuro finalmente sereno e libero dai tentacoli della stupidità e della crudeltà dei suoi simili.
Nel suo racconto Liaqat non si limita a riportare le tumultuose vicende che hanno accompagnato il passaggio dall’età infantile all’adolescenza e infine alle soglie della maturità, bensì prova anche a fornirci spiegazioni e informazioni sulla storia, le tradizioni e gli aspetti sociali del suo paese, su alcuni episodi particolari che lo hanno coinvolto, sulle differenze tra la civiltà orientale in cui è nato e quella occidentale in cui oggi vive. Ci offre la sua visione di quasi neofita del mondo contemporaneo in cui noi italiani ci dibattiamo, il suo pensiero e le sue riflessioni sull’uomo, le sue debolezze, le sue virtù.
In conclusione desidero sottolineare che nel “tradurre” le sue pagine ho cercato di essere il più fedele possibile al testo che mi ha sottoposto, limitandomi a svilupparlo con un linguaggio immediato e, mi auguro, scorrevole senza togliere o aggiungere nulla.
Sono convinto che la sua storia vada presentata esattamente così, come Liaqat ce la scrive, con le sue avventure, i suoi protagonisti, i suoi commenti, le sue spiegazioni. Il racconto sembrerebbe concludersi nel 2014, dove è evidente la sua fatica per inserirsi in una società in chiaroscuro che per certi versi ammira e apprezza ma che gli crea pure fastidi, incomprensioni, delusioni.
In realtà, come il lettore avrà modo di scoprire, l’epilogo del racconto compie un salto di due anni collocandosi nel 2016. Qui si scopre che il nostro narratore è maggiormente integrato nella comunità torinese e quindi vicino all’agognata stabilità economica e sociale nonostante il permanere di dubbi e perplessità che continuano a turbare i suoi sonni. Senza anticipare nulla l’epilogo, grazie ad una grande sorpresa, rappresenta il degno finale di una vicenda tanto avvincente e straordinaria.
È indubbio che con questa storia, nonostante la sua giovane età, Liaqat ci impartisca una grande lezione di vita che chi ha cuore l’affermazione di valori fondamentali, quali la giustizia sociale, l’integrazione, la conoscenza, il rispetto della diversità, la solidarietà umana farebbe bene a non dimenticare.

C. B.

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