Nicola Prebenna, nato ad Ariano Irpino (AV), è tornato, da agosto 2004, nella sua terra natale, dopo molti anni di lavoro, quale docente prima e dirigente scolastico poi, all’estero: in Turchia (Istanbul), Francia (zona franco-ginevrina), Grecia (Atene). Dopo il ritorno in Italia, dopo qualche anno da dirigente scolastico, è in pensione, continuando però ad occuparsi a vario titolo di scuola e di scrittura a tutto campo. È stato formatore e presidente provinciale dell’IRASE, ente di formazione della UIL Scuola. Terreno privilegiato della sua passione per la scrittura la poesia, ma si è dedicato anche alla narrativa, alla critica letteraria, alla saggistica. Molti i riconoscimenti tributatigli per la sua attività di poeta e scrittore. Molte le riviste con cui collabora. Giornalista pubblicista.
Ha pubblicato, per la poesia, editi da Genesi Editrice: Dacruma, 2001; In gurgite vasto, 2004; Era il maggio odoroso, 2011; In una parte più e meno altrove; poi Colpo d’ala, C.F.D.-Avellino, 1978; Rari Nantes, Bastogi Edizioni, 1988; per Delta3edizioni… E la fiaccola… vive!, 2005; Come per acqua cupa, 2008, Fragmina, 2013; Vulnera temporis, 2019; In Rime Sparse, Il Convivio, 2020; Per correr migliori acque, 2022; Vive l’amore e canto, 2022; Dittico arcobaleno, 2024; Per cieli nuovi e terra nuova, Terebinto Edizioni, Avellino, 2024; Fiori di campo, Il Convivio, 2025.
Suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista Vernice. Ha partecipato a numerose rassegne poetiche, conseguendo premi e riconoscimenti significativi. È presente in numerose antologie, tra cui Un secolo in un anno. Almanacco Paredro, Genesi Editrice; Poeti del Sud 3, a cura di Paolo Saggese, Sellino Editore; Trent’anni dalla Genesi, Genesi Editrice, Torino, 2010; Tutidì-Amica Poesia, idem, 2025.
Mini antologia poetica
ALBA A L’AQUILA
7 aprile 2009
Volti pietrosi
disseminati lungo il Calvario
che s’apre silente
tra cumuli di macerie e presenza di morte
nei cui pressi sarà alzata
la Croce del figlio dell’uomo
e a lui corona
le tante croci
del vuoto cittadino e della pietà.
Si rintana timida tra le cime vicine
la luna e sul volto suo di sale
all’approssimarsi della luce
piove l’ombra dell’addio.
Intanto che si contano le croci
s’aspetta che arrivi
e non importa se non sarà fra tre giorni
che arrivi
per tutti
l’invocata resurrezione.
CARLO GESUALDO IL PRINCIPE MUSICO
IL TOCCO CHE SALVA
Dall’alto del castello scruta
il principe tra volute di nebbia
e nere macchie di foreste
l’approssimarsi ostile di passi
temuti.
Lungo le feritoie appostate
giacciono le armi a scongiurare
maldestre irruzioni nell’intime
stanze del castello.
Affiorano talvolta alla mente
assopita ombre corrucciate
e dal ghigno maldestro,
e svaporano allo schiudersi
della pupilla distesa nella valle
ampia e tersa.
Lungo i corridoi bui e sbilenchi
s’annidano spettri che irrompono
sull’animo irrequieto e pungono
forte il mal di coscienza consumato
per ardore e cecità.
Ritorna vivo e curioso tra le luci
del tetro castello il principe ostaggio
del tarlo roditore e della passione
che esplora senza ritegno
e senza rispetto.
Vorrebbe premere il grilletto
su distratti sprovveduti avventurieri,
potrebbe anche cedere alla tentazione
di chiudere con un tocco maldestro
la voce dell’anima che piange,
e s’abbandona invece senza tempo
e senza spazio sulle note vive
dello strumento che riempie il silenzio,
copre l’abisso nero della mente
e la sospinge nel dominio alto del bello
e dell’armonia;
ed è il tocco che salva l’anima
e musica si fa.
Le note chiare e tristi
ricoprono, ampia, la vallata.
GIORNO
Si dischiude sul tuo volto
al tremore dell’aurora
la carezza del mio cuore
e l’avventura riparte
del dono da perpetuare
e scaglie di luce,
facendosi lago,
copriranno la terra opaca e avida
e gli animi beati si schiuderanno
alle ore in corsa
fino alla carezza prossima
dopo il velo tremebondo
del crepuscolo: e tenero,
l’amore dura.
ALLE SOGLIE DEL TEMPO
Assiso a bordo di esili neutrini
ho intrapreso etereo viaggio alle soglie
del tempo, sospinto dalla mente curiosa
che esplora e indaga; superando i pianeti
del sistema solare a noi vicino ho percorso,
cosparsa di polvere di latte,
la galassia che è nostra e senza impreviste
e sorprendenti conquiste ho puntato al cuore
di altre interminate galassie; ho atteso
che esseri a noi simili emergessero dal nugolo
di polveri cosmiche e solo luce fioca
e improvvisi dirupi di buio; e da altre galattiche
profondità mi aspettavo l’eco di voci amiche
e muto è rimasto il cielo infinito.
Non ho proseguito dopo tanto peragrare
per sentieri nuovi inesplorati e senza fine
nella folle corsa verso e dentro l’infinito,
perché sempre la risposta è stata di forza
viva di luce e ammasso variegato di chiazze
confuse di colori roteanti di piano in piano
nello squadernato ripiano senz’assi e sterminato;
non voce o volti umani ho intravisto;
dietro tanta potenza di fuoco è spirato
un sospiro breve come l’eterno e l’eco
è giunto fino a me, ho solo carpito lento
“è te che aspetto” e, vorticando nel bagliore
improvviso e intenso abbraccio, precipito
nel punto che centro si fa dell’incommensurabile
e trapassando ieri, oggi e domani, dimentico
la nostra povertà e rivestito di nuova, eterna
forma, trionfo con il Noi, tutto e nulla,
sempre e mai, dovunque e in nessun luogo,
e volteggiando tra neutrini sbilenchi e traiettorie
inconsuete vivo lo spazio eterno e l’armonia
con l’Assoluto, tale fatto anch’io
dalla forza dell’amore e della mente
che move il sole e l’altre stelle.
INDIETRO NEL TEMPO
percorrendo la Calabria
Scorre tortuosa la strada verso il mare
lasciandosi dietro verdi vette e valli
e poi s’apre la tremula marina
e prosegue il viaggio sempre più a sud;
non è ordinata e coltivata la natura
che incontro ci viene; pare selvaggia
affiorata da millenni lontani
quando impotente era la mano dell’uomo;
ed anche se poi s’è fatta esperta,
continua il rifiorire della natura
a svolgersi scomposto e intricato
a fronte di cure diverse che ad altre
latitudini si offrono a rendere
puliti siepi e giardini.
E su questo rinnovato caos primigenio
aleggiano ancora storie antiche
che parlano di dei ed eroi pronti
a sfidare le forze oscure del mondo
e dell’anima, e più selvaggio alla vista
si porge più su di esso scivola
l’olezzo di natura mediterranea intrisa
di profumi, presenze e pensiero.
Si rinnova il miracolo antico che riporta
l’ordine dove ancora regna il caos
e, pur se diversa dalla natura che altrove
si porge pulita, quella del sud che incontro
mi viene mi dischiude l’uscio di sogni
lontani e di presenze che urgono ancora
e sul caos esterno riversano segni
di ordine di mente e di pensiero
fatto fecondo e duraturo.
P R E L U D I O
Vola l’uccello libero nel cielo
sotto la volta immensa dell’azzurro
e l’ala dritta asseconda l’alito del vento;
se prossima si fa la meta
frullio leggero s’anima, e si posa
l’uccello sulla quiete posseduta.
Anche l’uomo in mille modi
si dispiega e contorce nel vortice
scomposto della vita e infine,
dopo convulso agitato respiro,
il riposo eterno è garantito.
AL VENTO
In equilibrio giace e a perpendicolo;
comincia a sfrangiarsi ubriaca
con alterna cadenza e poi più intenso
il moto si fa;
lenta la cima cede
alla quiete d’intorno e torna
stanca allo stallo di partenza;
e si ripete il moto e la pausa
l’onda e la risacca,
il guizzo e l’abbandono.
Ed io come te,
cima dell’albero che da casa
contemplo a me vicino
pencolo incerto di qua e di là,
e certezza vera
è che tra tante scosse ben è il tronco
esile fitto
alla radice che solida sfida
la furia del vento e non si flette.
Ed è il tuo moto
il male sviato che minaccia l’animo
e il mondo,
pur se il cuore dal bene sedotto
appena scalfito
resiste e, a passi decisi e ritmati,
pulsa la vita e la perpetua.
ABBANDONO
L’uccello impluma e invola
i propri passerotti,
la tigre nutre, difende, sprona
e si dispone in retro
al gruppo, una fra tante.
La lucertola sguscia,
allinea i piccoli
e la fila si allunga
uguale a se stessa e indistinta.
Dispersi nelle sorti
molteplici e varie
della specie in movimento
sprofondano animali
grandi e piccoli
nella smemoria dei cari
e pena non si prendono
ad esser soli, senza cordone
alcuno con il frutto
del loro sangue.
Ben è diverso il caso
di noi intelligenti e accorti:
uno liberamente va via
e non lo controlli;
forse, pentito, ritorna;
un altro lo spingi
ma il volo non s’alza;
un altro vola, ritorna,
va, viene;
un altro sospinto parte
e più indietro non torna;
di un altro infine ti liberi
e vola, vola, e non si posa.
Fisso rimane l’uccellatore,
inchiodato al sito
e l’occhio dritto al filo
che s’allunga, si stende, si curva
e stordito si avviluppa
senza né preda né conforto.
(ultimo aggiornamento: 2014-05-30)
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