Prefazione

Scandito nelle tre sezioni di La mia Itaca, Epilogo. Radici e 2014. Sera d’agosto a Santa Giulia, il libro di poesia di Anna Raffaella Belpiede, Torino da bere, è un unico poema scritto intorno al significato profondo dell’amore umano. Come in tutti i poemi che si rispettino, si potrà individuare con facilità il protagonista, e ac­canto a lui alcune figure paredre che condividono la sor­te e le gesta dell’eroe principale. In realtà si tratta di un’eroina, che è l’autrice stessa, e le sue figure di sostegno maggiore sono le due figlie, Marta e Giulia, accanto alle quali, ben più in miniatura, c’è la figura dell’amica Ana, e del Mapà, il padre di Marta e di Giulia, nonché una discreta serie di personaggi storici realmente vissuti, facenti parte della cultura pragmatica della scrittrice. Cultura pragmatica: sarebbe espressione sciat­ta per un filologo, ma è efficace per indicare che alla scrittrice serve l’incontro diretto con la realtà. Anna Raffaella già sceglie la forma del poema sostanzialmente perché si tratta di un narrato, costruito intorno a una vicenda reale, e non è, invece, il sofisma rielaborato sui fumi delle liricità astratte dell’animo umano. Ma attenzione, perché il versante di formazione culturale della scrittrice ha una derivazione vagamente surrealista. In­fatti, tra i personaggi storici realmente vissuti e che fan­no capolino nel poema ci sono il pittore surrealista René Magritte e lo scrittore iper-surrealista Alejandro Jodorosky, padre fondatore della psicomagia. Di per sé, ovviamente, le due citazioni non vorrebbero dire proprio nulla, perché chiunque potrebbe citare Maometto senza perciò essere necessariamente musulmano. Ma il fondamentale e centrale elogio alla città, che Anna Raffaella scrive con impeto di trasporto e con versi bellissimi, tra i più dolci e delicati che la Città dei due fiumi abbia mai ricevuto e che culminano con l’acme di una dichiarazione d’amore – Amo questa città / ancora a misura d’umano / Alla sua bellezza mi ristoro / e depongo l’ancora / del mio vagabondare – ci ricostruiscono l’emozione di un amore ispirato, sì, alla realtà delle co­se, ma anche attratto dalla magia profonda che la realtà racchiude in sé e che apparentemente è svelata dai giochi di linee e di cerchi magici, dalle fughe della vista in vi­sioni epicizzanti o al contrario in troncature inattese, con un processo alchemico di prospettive caleidoscopiche simili e sempre diverse, per il quale, a detta di tutti, la Città di Torino la fa veramente da padrone, fino al punto di scatenare la follia dei filosofi o dei poeti e peggio ancora di coloro che furono nel contempo sia filosofi sia poeti e che si sono ritrovati a baciare cavalli nel cuore magoso della Città. Non è il caso della nostra eroi­na, la quale non si lascia ingannare dal fascino di Torino proprio come Ulisse non si fa soggiogare dal can­to delle sirene. Anzi, Anna Raffaella stabilisce in Torino la sua autentica Itaca, anche se lei è nata in Pu­glia, nella regione del Parco delle Saline della Regina Margherita di Savoia, in un panorama naturale tra i più belli di tutta Europa. Ed è da quella terra, di sole e di sale, che inizia il viaggio d’amore raccontato nel poe­ma, cioè l’esperienza profonda di generosità verso la vita che sviluppa la scrittrice, dapprima come liberazione dall’impostura educazionale di un contesto di stampo patriarcale e conformista e poi nello slancio irrefrenabile verso la bellezza, la gioia di impegnarsi con e per gli altri, le attrazioni incantatrici della cultura, il fascino della storia, la missione di trasmettere il sapere acquisito, le emozioni della sensualità, gli amori tradizionali e le relazioni pericolose, per stare in metafora, la navigazione in tranquille acque di fiume e la navigazione nei marosi dell’alto mare. Ci sa­rà, allora, anche il viaggio nel nuovo mondo, con la predilezione del Centro America, la terra dei grandi rivoluzionari – e tra di loro viene citato Augusto Nicolás Calderón Sandino, eroe e martire della rivoluzione nicaraguense, antesignano dei guerriglieri, che poi ebbero maggior fortuna a Cuba – ma anche la terra dei grandi poeti e prosatori e autori di epici poemi, che raccontano la storia infinita del mondo e dell’uomo che lo abita. Anna Raffaella, però, racconta con maggiore facondia la storia delle donne, che abitano e che hanno abitato il mondo, e lo fa non certo per puntiglio femminista, ma per la posizione di partenza di visione delle cose, cioè per lo sviluppo naturale della sua prospettiva necessariamente legata all’essere donna, come lascia mirabilmente intendere nella splendida de­scrizione che l’autrice fa della Piazza dedicata alla battaglia di Vittorio Ve­ne­to. Quella vittoria, su cui si pone il fondamento di tanta retorica e di tantissimo sangue in­nocente di giovani soldati caduti, passa decisamente in sordina e viene invece esaltato il grande utero fecondo della Gran Ma­dre che difende e rigenera i Torinesi, dirimpettaia alla piazza che a lei si rivolge, e che trasmette ai torinesi le virtù profonde di cui sono dotati e l’orgoglio semplice, ma definitivo dei loro antenati: La classe degli umili qui / aveva una grande storia. Mai il vocabolo marxista – e marxiano – di classe è stato impiegato in un contesto co­sì volutamente colluso con quello di “stile, valore, ca­pacità, merito”, e sarebbe in base a questa seconda accezione per cui vige nel parlare popolare l’espressione “la classe non è acqua”. Si tratta, dunque, di una magia verbale, direbbe Jodorosky! Per finire, il titolo stesso del poema ama ricordare e contemporaneamente anche sfatare il passato gramsciano e gobettiano di Torino, città così assiduamente comunista da apparire più realista del re, nella difesa delle retoriche e dei riti celebrati dalla sinistra, per cui l’uso di un’espressione apertamente di rottura con la nomenclatura deputata, e quindi il ricorso al fantasma craxiano della Milano da bere, vuole essere l’ennesimo gesto di rottura delle catene della tradizione, vuole inneggiare alla libertà di comportamento e di pensiero, per fare più ricco il mondo e migliore il nostro futuro.

Sandro Gros-Pietro

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