Prefazione

C’è una dolcezza infinita nelle parole del Poeta Armando Santinato, sempre orientate alla ricostruzione dell’armonia che corre tra i fatti e le persone e tra gli oggetti e le cose, come un inquisitore alla ricerca del bandolo primario da cui riavvolgere in ordinata matassa il groviglio ispido della realtà del mondo.
La voce e l’esito della fede cristiana e cattolica è la dimensione del linguaggio della poesia, elaborato con devozione e con bravura di esperto lessicografo dallo scrittore, nella successione degli anni e nell’affinamento delle opere, che rappresentano il percorso coerente di luminosa distillazione delle forme espressive per raggiungere la pienezza del dire nell’essenzialità del verbo.
L’equilibrio di una grazia interiore conduce il testo poetico ad organizzare nelle pagine un arsenale coeso e proteiforme della pace che diviene il saluto aurorale del Poeta, il suo messaggio di amore rivolto francescanamente a tutti i protagonisti della creazione, l’ineffabile vicenda della vita che orna e che anima la materia grezza del mondo. In onore alla tradizione del pensiero cristiano che indica in Maria lo strumento prediletto da Dio nella realizzazione della vita ai più elevati stadi dell’umana esistenza, il Poeta organizza nella sua poesia un’ode elegiaca dedicata alle virtù e alla bellezza femminile. Già fino dalle prime pagine leggiamo lo splendido endecasillabo Tu viva resti nel fuoco del cuore, spezzato nelle tre partiture versali che lo compongono e dedicato alla memoria perenne della cugina Sandra. La galleria dei medaglioni femminei procede con la poetessa Giulia Bocchio, giovane donna di delicatissimo fascino parigino, Non sapevo che spina / tu fossi nel fianco e altrove leggiamo Sei volata / con il segreto / d’ogni sospiro; a un personaggio femminile tratto dall’antologia d’autore del noto poeta Giovanni Chiellino, amico fraterno di Santinato; alla poetessa e filosofa Silvia Marzano, una fra le voci più nobili e luminose della lirica piemontese contemporanea; alla poetessa Nicoletta Consolo, rappresentante del Parnaso in Laguna veneta, Parlami / dei ricami che prepari / per la festa di primavera; e alla Poetessa Franca, Bellissima tu sei / tra le stelle del creato; alla poetessa archeologa Isabel, L’amore / ancor cerchi / scolpito nel cuore del tempo e altrove in un ritorno petrarchesco, Donna / sul tuo passo / l’occhio si curva; a Mirtha, Bella / più bella / del fiordaliso; alla poetessa ligure Franca Pissinis, Vieni / al soffice lume / della vergine luna; alla vibrante sensualità del bel volto di Blanca, fornace / che di fuoco / l’immagine tingi; alla nota poetessa e critica veneta Laura Pierdicchi, di cui Santinato talvolta omette il cognome, Miraggio / che il cuor m’allieta // in questa landa selvaggia / d’ogni luce muta e altrove ritorna la stessa metafora visionaria e orfica Miraggio / che dei sogni / l’ombra ritenti, e fra le tante dediche ancora leggiamo Laudata sie / per la forma tua bella, e ancora l’invito a ragionare d’amore Il battito ascolta / dell’anima che all’anima / dolcemente si confida; a Maria Boscolo, Donna / per te il verso / sogna l’amore e altrove leggiamo Sul duro selciato / ancor non si stanca / il nostro notturno andare; a Luisa Betteloni, Vieni sulla spiaggia / il passo leviga / la marina; a Eloise, di Novalesa, Eri bella, mossa da passo leggero; a Carolina di Polonia, ed io solo / son rimasto / con la penna in mano; a Judith di Budapest, Judith di quella estate l’orma dei tuoi passi / ancor mi resta e altrove leggiamo Amor / che rispunti // l’insidia non temer / del falco vespertino; a Beppina, Immagine / sospinta dal vento, che è una “mezzafigura anonima”, Ancor di salvia / il sapor rinnovi / quel morso che tanto or manca; e alla poetessa Anita Menegozzo Unica tu vivi nel mondo / e lì altro non c’è / per nessuno // Tanto meno / per me, e altrove leggiamo il tuo volto nascosto / fra le pieghe della recente luna; alla bella poetessa torinese Erika Lux Scoccò l’orologio / e sorridesti // sorridesti / all’alito di fragola; e ad altre figure anonime di donna, come la già citata Beppina, e Francesca, e Dina e altre ancora. Dunque, cosa rappresenta questa colorata galleria di volti femminei, quasi tutti intonati alla dolcezza di un amoroso sorriso? Non è certo il centone celebrativo di un impenitente Don Giovanni, ma è invece la metafora della visione del mondo come omaggio alla bellezza femminile, raccolta in termini di testimonianza viva e reale nei luoghi e nei tempi deputati della vita, ma anche come messaggio letterario che affiora dalle pagine più belle della letteratura italiana, francese, inglese e internazionale in genere. Infatti, non solo il libro è costruito con una continua ecolalia delle voci dei poeti amici contemporanei come quelli già citati a cui vanno aggiunti i nuovi classici come Attilio Bertolucci, Dino Campana, Cesare Pavese, Biagio Marin, ma vi sono anche le voci internazionali di poeti come Pablo Neruda, Jacques Prévert, James Joyce e altri ancora. Si tratta di un autentico convivio di elezione tra menti affinate nell’esercizio di cercare nell’inarrestabile flusso della vita quegli istanti effimeri che l’arte trasforma in diamanti eterni, nelle Pleiadi che segnano un percorso di miraggi e di sogni nei vasti cieli della poesia, di ogni tempo e di ogni luogo. Resta acceso e intricato come un nodo gordiano l’enigma fascinoso del titolo: quell’ignobile gesto di un tiro di schioppo, che cosa sta ad indicare? al di là dell’effetto ludico della divertente trovata, che cosa ci dice? Il “tiro di schioppo”, nella mente di tutti noi sta a indicare una nozione di prossimità fino troppo assillante, una sensazione di immanenza che ci pare a tale punto elementare da essere quasi ovvia o peggio invasiva, tanto è facile da raggiungere la “cosa” sottintesa, anche per coloro che siano meno esperti a compiere i voli pindarici. Se poi è anche “un ignobile gesto” allora è proprio chiaro l’intento caricaturale, corsivo e corrosivo dell’Autore, che intende ridersela di tutti coloro che parlano e straparlano d’amore, confondendolo con il “sexy” dei giornali illustrati, con le cronache rosa dei gossip, con le ginnastiche erotiche nelle alcove più casuali abborracciate, e che, invece di coniugar l’amore ch’a nullo amato amar perdona e ch’al cor gentil ratto s’apprende, si divertono come poveri di spirito a fare esplodere la castagnola carnascialesca di quell’ignobile gesto di un tiro di schioppo. È possibile anche proporre un’interpretazione in chiave romantica, richiamando alla mente il contrasto tra amore e morte, e in tal caso l’ignobile gesto di un tiro di schioppo diviene la metafora della Signora di nero vestita, la quale, come i romantici amano teorizzare, segue sempre a un tiro di schioppo le storie d’amore.

Sandro Gros-Pietro

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