Capogiri bi-logici e pensiero emozionale nella poesia di Corrado Calabrò

La poesia di Corrado Calabrò “non teme il pensiero”, perché è profetico trasalimento; è una sfida alla demenza quotidiana che non va oltre il limite delle cose. In questa silloge di poesie Mi manca il mare, le parole tematiche dei versi di Calabrò sono la donna e il mare, esse sono alla base della sua ispirazione, in questo percorso di aspettazione e di un fabulare, che insegue il desiderio dell’oggetto d’amore. Il poeta coglie i recessi dell’anima, secondo l’osservazione di Platone, che «senza una passione che lo sorregga, il pensiero umano non può essere che un pensiero debole». Dilatazione del reale e forte accensione del desiderio organano con tanta delicata intensità l’intera gamma delle emozioni: «Sei apparsa sul mio sentiero / come una nuvola fredda / che in un istante è grande quanto il cielo». Questa forza misteriosa spinge il poeta ad oltrepassare la frontiera subliminale dell’io, per cercare il baricentro dell’essere.
L’espropriazione dell’identità è nel rispecchiamento dell’altro, come entità salvifica, che sfugge al controllo cosciente: «La penuria di te mi affolla l’anima». Il bisogno necessitante di completezza è nella compenetrazione interattiva di questo protendersi oltre, nell’immedesimazione dell’altro e nell’adattamento di due esseri diversi e multiformi. Il crescente auto-superamento va oltre il magico incantamento del mare, forza trasfiguratrice della poesia di Calabrò, motivo ispiratore di una “scena onirica”, dalla forte pregnanza visiva e metamorfica: «Questo differenziale di energia / che senza un perché ti fa scartare / è il quanto d’amore in cui si sdoppia, / il mio trasalimento, a un nuovo sbalzo. / Verde-opaco, come un mare d’alghe, il tuo sguardo allungato. […] Finestre di silenzio sono i tuoi occhi. / Annega nel tuo sguardo un altro giorno: / sfuma nel transfinito il tuo messaggio». È il mare montaliano degli Ossi di seppia di Mediterraneo, un simbolo analogico che rinvia alla tormentata metafora dell’essere. L’amore collide con l’assenza, confligge con una pulsione inappagata sulla soglia dell’inadeguatezza, per comunicare l’indicibile, l’ineffabile; il viaggio psicoestetico della poesia di Calabrò nasce da questo percorso circolare, che si conchiude in sé stesso, senza analgesici né indulgenze. La trasparenza sembra essere il disvelamento di ogni mistero del profondo, nel raffinato linguaggio di un io lirico, ora disincantato ed evocativo, ora testimone dei labirinti della storia e del destino quotidiano. Il sentimento del tempo sfiora l’assoluto nell’empito del discorso amoroso, sempre presente e avvolgente, ma, talvolta, sfuggente ed ondivago; il motore immobile della passione propizia un’esistenza duale interattiva e l’identificazione dell’io con l’altro da sé è intesa come gemmazione spontanea. Prosciugata nella sua essenzialità visiva, l’alchimia delle immagini suggestiona, «come una lama nel miele / affondi nel cuore il tuo sguardo», la ricerca proustiana della memoria, in un oblio involontario.
“La scena onirica” è affidata al mistero della fascinazione dell’oggetto d’amore, dalla forte tensione lirica ed espressiva, con un substrato autobiografico, dai notevoli accenti desublimativi. L’autoscopia dell’io avverte la monologante ripetitività di un essere frammentato dalla dispersione inconscia, che abbacina e risarcisce, tormenta e placa l’interna tensione della combustione lirica. L’esilio del tempo storico si metamorfizza in un tempo acronico, inteso come perdita, come devastazione, frattura, deriva, la cui rivalsa è nella salvazione sublimativa del “discorso poetico”. Il punto d’abbrivo è proprio qui, in questo snodo compulsivo, che decifra il mistero del destino umano nell’approccio amoroso: «Ti sveglierai, nella notte, sentendo / lambire il grembo una carezza oscura / come d’onda notturna alla battigia. / Le amiche smetteranno di parlare / al tuo apparire». Dissonanti immedesimazioni, come immensità da conquistare, tracimano immagini straordinarie del mare-mito, come voce suadente e perturbante dell’esistere. In questa ricognizione, la categoria privilegiata dello statuto speciale è l’amore, visto come ricapitolazione dell’essere e liturgia devozionale, la cui scommessa è nella posta in gioco di un rischio fascinoso, nonostante il dono della luce poetica. Imprevedibile e sfuggente, la donna, per Calabrò, è “un angelo incauto e beffardo”, chiusa in una “disumanità verginale”, che ha la serena atarassia di una divinità olimpica, resa incapace di uscire da sé stessa e non pronta ad “amare un altro”. Nell’idillio dell’estasi contemplativa, l’alterità femminile riflette specularmente l’epifania e la folgorazione della poesia, la quale, come l’esser donna, è indefinibile e imprendibile e, come il simbolo equoreo del mare, misteriosa e trasparente, nella tessitura sapiente delle anafore, delle assonanze toniche dominanti e nella superba orchestrazione dello spessore meditativo. L’assillo conoscitivo, nell’interiore monologo della “scena onirica”, riemerge e si macera come intermittenza del cuore o come esprit de finesse. Nella surrealtà immaginifica, la vera sfida è l’altro da sé, l’inesprimibile come iniziazione alla vita e come pensiero poetante. La specularità della mancanza trasmigra nel desiderio e nelle radici profonde della poetica dell’autore, costellate di un continuo tendere verso l’altrove, ora come spazio sconfinato del mare, ora come sentimento amoroso, sempre aperto alle esperienze della conoscenza. Corrado Calabrò sa essere anche un attento esegeta della propria poesia; questa sua capacità lo pone in condizione di ridefinirla, di volta in volta, criticamente, senza alcun compiacimento o indulgenza. La lettura dell’invisibile sfida l’io lirico, per un varco che trova nel tu immaginario la voce, per tradurre in immagini icastiche e raffinate il magma di una creatività ribollente e sopita, solare e aurorale, che sottende le tematiche fondative della raccolta poetica: l’amore, il mare, la donna: «Il mare va preso come viene / così, con la sua stessa inconcludenza: / portando verso il petto, a ogni bracciata /, un’onda lieve che non si trattiene». «Sto confinato, stretto di bolina, / nel divieto inespresso di seguirti / come un beccaccino, abilitato / a navigare fino alle tre miglia, / guardo all’alcione nato per sfiorare / l’ignoto scollinare degli oceani». «Seduta a prua con le gambe nell’acqua, / lo sguardo acceso di bagliori azzurri, / le raccogli, frementi». È “una metafisica dell’esistenza”, che mira al recupero della frantumazione sentimentale, in chiave affettivo-mnestica e ottempera ad un rituale ossessivo che cerca un improbabile completamento nell’altro da sé: «Irreprimibile / con la marea rinviene nuovamente / e fino all’incoscienza ci sormonta / la voglia d’amare». Il vettore emozionale dell’amore diventa pervasivo e distintivo, a fronte dell’inaffidabilità del vivere e della tentazione dirompente di varcare la soglia dell’oltre e dell’altro da sé; trascende l’inquietudine esistenziale e l’ambiguo discrimine tra vita e forma pirandelliana. Nel coacervo del sentire, Calabrò celebra l’evocazione dell’incontro, la propensione radiale all’intesa fusionale, nella misura in cui l’assenza è direttamente proporzionale alla presenza, l’introiezione alla proiezione, la linearietà alla circolarità. Un insieme infinito, perimetrato dal pavor e dalla finitudine, sull’onda vaga della “scena onirica”, che afferisce ad una rivelazione, molto vicina alla mancanza di un qualcosa che si era irrimediabilmente perduto o dimenticato, o, forse, senza volerlo, rinnegato: «Secca gli occhi l’assenza d’amore / come la pelle la mancanza d’acqua. / Entra – se puoi – nell’anima, / entra nei miei occhi senza farmi male / così come, all’ingresso del porto, / le navi s’introducono incorporee / nell’azzurra vetrata del Naxos». La leggerezza dell’essere è interattiva ad un’interiorità necessitante, che rifiuta la casualità degli accostamenti e la predeterminazione di ogni ricerca. L’inquietante spazio dell’inconscio si intesse nell’ordito del verso con un’affinità elettiva, inseguendo una linea di fuga, come in sovraimpressione. L’altrove è un trasalimento dell’anima, in quanto sposta l’orizzonte di attesa, nello stato di grazia della pre-coscienza e nel liquido amniotico dell’onda, che sciaborda sulla battigia. L’amore apre all’altro, predispone a interagire con la parte mancante dell’io; in questa dilatazione espansiva, l’amore diventa compenetrazione empatica, un’eco misteriosofica che ci avvicina alla poesia neo-orfica: «Defluisce nel lungo assopimento / l’autocoscienza». «Mi manchi quando ti cammino a fianco: / non vanno nella stessa direzione, / se non per breve tratto, / due treni su binari paralleli».
Ne Il poeta alla griglia, Calabrò traccia le coordinate del suo pensiero poetante, mettendo in rilievo il suo rapporto con l’assoluto. Non c’è dubbio che “la ragione abbia manifestato i suoi limiti come strumento cognitivo della realtà” e che il principio di indeterminazione di Heisenberg abbia dimostrato che “Dio gioca a dadi”, secondo un principio totalmente extrarazionale. Nella totale logorrea comunicativa, del nostro tempo, nella carenza asfittica dei linguaggi significativi, il bisogno della poesia diventa urgente, perché “in tempi di pensiero debole e di destrutturazione della conoscenza”, prevale la cultura dell’effimero, dell’inconsistente, dell’omologazione. Nel Discorso tenuto all’Accademia di Svezia, il 12 Dicembre 1975, in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel, Eugenio Montale, nella sua relazione: È ancora possibile la poesia?, scriveva: «Potrà sopravvivere la poesia nell’universo delle comunicazioni di massa? È ciò che molti si chiedono, ma a ben riflettere la risposta non può essere che affermativa. Se s’intende per poesia la così detta bellettristica è chiaro che la produzione mondiale andrà crescendo a dismisura. Se invece ci limitiamo a quella che rifiuta con orrore il termine di produzione, quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un’epoca e tutta una situazione linguistica e culturale, allora bisogna dire che non c’è morte possibile per la poesia». Si chiedeva anche «Che cos’è una poesia lirica? Per mio conto non saprei definire quest’araba fenice, questo mostro, quest’oggetto determinatissimo, concreto, eppure impalpabile perché fatto di parole, questa strana convivenza della musica e della metafisica, del ragionamento e dello sragionamento, del sogno e della veglia». «La poesia non è solo un ornamento che accompagna l’esserci, non è solo un entusiasmo momentaneo o addirittura solo un eccitamento o un intrattenimento. La poesia è il fondamento che regge la storia dell’uomo», secondo Heidegger. Per Calabrò, la poesia è un bisogno dell’illimite, «di un orizzonte che s’apra su un ulteriore orizzonte, di un sipario mentale che s’alzi su un altro scenario, in un inseguimento senza fine». Il “gioco a dadi” non funziona nella poesia, “i fabbricatori del nulla” segnano il passo e non si può applicare un criterio raziocinante a un fenomeno dionisiaco, che esplora l’ignoto, in direzione dell’inconoscibile.
“L’intuizione rimane sempre il loro asintoto”, il filtro interiore che dà vita alla creatività dell’arte, alla “caverna del nostro subliminale”. È necessario, sembra che ci voglia suggerire Calabrò, sostituire all’inessenzialità della parola, la transitività del segno, reperendo l’assoluto della connotazione come veicolo emozionale-inconscio. Il “divino furore” della poesia sposta l’orizzonte di attesa al di là della storia, trascende il segno, ridotto a simbolo del mondo delle idee, ad una funzione di sostegno dell’esserci e dell’essere. Al processo di designificazione della parola subentra lo stato di grazia della poesia, che dà forma al bisogno dell’oltre, dell’ulteriore, come presa necessitante di bellezza: «Forse davvero forse ancora in sogno / la luna dilatata dai vapori / giganteggiava nel cielo notturno, / come se avessi gli occhi allucinati / dall’atropina». L’intuizione poetica si produce attraverso una fluttuazione che ci fa vedere quello che gravita nell’orbita del pensiero emozionale, coagulandosi nel magico incanto dell’immagine: «La tua bellezza, ai tuoi occhi, ti autorizza / a essere conclusiva e inconcludente… / Ma a nessun costo ti devo chiamare: / meglio perderti / perché non m’hai chiamato / che per averti cercata / una volta di troppo / in controtendenza». “La poesia, scrive acutamente Corrado Calabrò, contraddice al principio di non-contraddizione” ed è esattamente quello che sostiene I. Matte Blanco nelle sue due opere fondamentali: L’inconscio come insiemi infiniti e Pensare, sentire, essere, che sono alla base del pensiero antinomico della bi-logica. L’orizzonte del significato predispone ad un’intuizione sovradeterminata, ad un trasalimento obliquo, che va oltre la soglia dello straniamento, per cogliere l’altro da sé, in questo ansito di supremo necessità emozionale. La significanza dell’evocazione trasforma la ricezione in consonanza, nel segno dell’inconscio matteblanchiano. La sete inappagata trova nella folgorazione misterica la luce dell’attimo rivelatore, il filo d’Arianna, per percorrere il labirinto tortuoso dell’essere e per cogliere una realtà retrattile e trasmutante. Il pensiero emozionale afferisce asintoticamente alla tangenza tra significante e significato, per compenetrarsi, in toto, nella sensibilità della magica seduzione della poesia. La suggestione nasce dall’epistéme, non scevra da pentimenti interiori, limae labor o da struggimenti; l’ipertesto dell’inconscio decreta la sospensione di una maieutica interna, che espone al godimento dell’altro, in un simpatetica osmosi dell’irreale e del fantastico, obliterando le categorie spazio-temporali. La divinazione misteriosofica propizia il doppio, come momento endofasico della comunicazione, e dilata il significato connotativo della parola, unica e insostituibile nell’universo poetico dell’autore: «Soltanto allora guardala negli occhi / Specchiati in quegli occhi spalancati / in cui hai smarrito un giorno la tua vita: / tuffati ancora in quella conca azzurra / mentre tieni inchiodata la sua piovra, / spaccale il cuore se ti vuoi salvare!». L’imprevedibilità e l’inattesa agnizione sono doni celesti, che vanno al di là della sfera privata e “la scena onirica” è delimitata da atti involontari e da un’autoanalisi spietata e divorante, sempre protesa ad un superamento dell’illimite e al disvelamento dell’essere in sospensione: «Amore / che passi e ripassi alla moviola / quel fotogramma sfuggito alla ripresa / come passa la lingua sul dente / e non capisce la causa del dolore». «No, non dirmi che non lo pensavi / ch’è accaduto così, hysteron proteron, / ecco spengo la luce / lasciamo che il bicchiere sia bicchiere». L’oscuro impellere, dal livello inconscio, frena il vitalismo innocente della creazione spontanea e l’afflato della poesia si sedimenta nella non-vita e nel vortice di una multiforme concrezione. Il vulnus narcisistico attraversa il vissuto del poeta, ma tende sempre ad andare oltre, a superare ogni limite, pur di cogliere l’amore oblativo, totalizzante. I. Matte Blanco sostiene che concettualizzando l’inconscio freudiano, secondo la logica simmetrica, è possibile chiarire i processi cruciali di proiezione e di introiezione, sia quelli implicati nei sogni e nelle operazioni simboliche, sia quelli dell’emozione della poesia e dei sintomi psicologici. L’antinomia fondamentale dell’uomo e del mondo è, secondo lo psicoanalista cileno, nella frenesia bi-logica del Pensare, sentire, essere. Il poeta ri-crea una galassia intatta di sensazioni, che si condensano in un’intensa fluttuazione emozionale-intellettiva e in un’alterità altalenante, che dilacera e deflagra, ansima e lenisce.
Vibrazioni e consonanze emotive trasformano l’epifania della poesia in un’agnizione d’immagini, sovradeterminate, in senso freudiano. Trasalimenti e visionarietà locupletano l’attraversamento del non-vissuto, dell’attesa, dell’assenza e dell’atto mancato. Il poeta transita nello spazio magico dell’altro, stabilendo una reciprocità commutativa, anche se l’amore predilige la proprietà transitiva, per l’analisi del sé: «Anche se non saprei guardare altrove / da quando le tue mani non moltiplicano / il pan di via per la nostra comunione». «Cosa resta di te / dentro gli specchi appostati per casa / e nelle vetrine compiaciute / in cui lanciavi, passando, uno sguardo?». Tutto può essere rivelato, quando lo stato di grazia, dalla sfera preconscia, viene alla luce, per esprimere l’ineffabile e per cogliere l’assoluto naturale nell’oltranza della pulsione dionisiaca.
La poesia di Calabrò si libra in un volo libero, per fissare lo sguardo oltre la meta, al di là dell’abisso dell’essere: è il mito della caverna di Platone, che decritta l’immagine riflessa delle ombre. La parola, per il poeta, ha un valore medianico, è un ponte che unisce universi sconfinati, costellazioni di un “sentire inquieto”, il cui codice segreto è affidato all’analogia, alla metafora, al sovrasenso trasmutabile, che, per autorivelazione indotta, ridisegna la mappa del reale, il magma del percepibile con una risignificazione straordinaria dell’intuizione estetica. Si intravede il lato oscuro delle cose, l’altra faccia della luna, la profondità dell’abisso, che, in certi momenti, dà, attraverso la folgorazione creativa, un bagliore di luce affabulatrice. Il verso di Calabrò ri/vela, ma non dis/vela il mistero oscuro dell’essere; in questa vibrazione diuturna ci suggerisce un sentimento di incompiutezza, di non-finito, termini endogeni alla sua seduzione lirica: «Vorrei che il mio amore rinvenisse, / aprendo gli occhi in un altro emisfero, / la stessa decantata desistenza». «Svegliarsi e sapere che mi pensi… / pensarti e non poter dormire… / è come l’alternarsi delle onde alla battigia». Nell’aura della vertigine dell’io, Freud ne Il poeta e la fantasia (1907), per la ricchezza degli insight, ci offre anche il destro, per comprendere appieno lo scritto di eccellente densità critica di Corrado Calabrò. La liquidità interiore dell’inconscio è davvero notevole, la fantasia e la creatività sono un modello topico freudiano, tracciato ne L’interpretazione dei sogni (1899). Le fantasie inconsce sono sogni diurni, che sono diventati momenti inconsci, a causa della rimozione, nella vena creativa di Calabrò; essa è coesistente alla pulsione, tra una “scena onirica” a occhi aperti e quella inconscia, tra fantasia e ricordo, tra realtà e fantasia: «Amor che per la proprietà transitiva, / passi, e non sai perché, dall’uno all’altro / e per la transfluenza dei ghiacciai / muti restando uguale in superficie». «Vedrai venire – lo vedrai tu sola – venire a te lungo un binario ignoto / l’amore entrato in fase con la luna / e senza che lui dica una parola / tu gli offrirai tremante le tue labbra». La realtà psichica, nell’officina segreta del poeta, ha un’alta dose di vulnerabilità, nei suoi meccanismi difensivi, e concede una piacevole fruizione estetica, per dare conforto a quelle fantasie più arcaiche e primitive, che includono sia fantasie “inconsce universali” che “quelle particolari, o idiosincratiche”: «Plinio scriveva, solo sulla tolda,/ finché non rimase soffocato. / Non si scrive per i contemporanei / né per i posteri e nemmeno / per noi, ma per un altro se stesso. / Come i fiori come le foglie / mettono le ali per un giorno / le formiche in volo nuziale». Il dispiegamento, da parte del poeta, di pensare, l’impensabile, è strettamente legato, in fase creativo-poetica, alle strutture bi-logiche, che caratterizzano l’inconscio matteblanchiano; qua e là si ravvisano tracce notevoli degli insiemi infiniti, intesi come totalità. L’inconscio, come struttura bi-logica, emerge dal magma delle liriche di Calabrò e dal tessuto logico bivalente del suo pensiero creativo: gli infiniti livelli di significazione generano le innumerevoli possibilità di intreccio, nel far venire alla luce sterminati modi di essere. Il principio di simmetria opera, nella sua poesia, come funzione omogeneizzante di una struttura bi-logica: «Ma noi vediamo solamente / la stella che abbiamo nella mente, / quella che sappiamo di guardare». «Secondo le equazioni di Einstein / spazio e tempo sono intercambiabili. / Dunque perché non viaggiare nel tempo? L’Odissea presuppone l’Iliade / senza la quale non avrebbe senso; così lo spazio presuppone il tempo / l’universo un diverso universo / e l’oblio presuppone la memoria. / Un sobbalzo nel tempo dello spazio / che allarghi fantasmaticamente / oltre sé l’orizzonte degli eventi; può capitare, in milioni di anni». La funzione generalizzante del pensiero amoroso investe “l’inesprimibile”, che comprende le strutture bi-logiche, ricondotte all’infinito, nel segno dell’acqua, come elemento primigenio e dell’amore, come fuoco della passione. Esiste una stretta relazione di interdipendenza tra il discorso amoroso di Calabrò e la logica bi-logica di I. Matte Blanco, per quanto riguarda il pensiero emozionale e le sue salde interconnessioni con l’inconscio. Alla base di questa visione non c’è nulla di statico, ma qualcosa che è sempre in un perenne divenire, in una realtà psichica circolare e, al tempo stesso, infinita. Circolarità ed infinito giocano un ruolo centrale nel verso del poeta, nell’alchimia trasversale della parola e nella geometria della passione amorosa. “Mondo interno” e “mondo esterno”, “introiezione” e “proiezione” interagiscono liberamente in un milieu senza confini, come nodo problematico della ricerca dell’esserci e dell’essere: «T’amo di due amori – è vero – / e se ne sovrappongono le impronte / come due rette possono passare / per uno stesso punto se a tracciarle / è la mano incosciente d’un dio. / Ma c’è nell’amore un doppio senso / per decifrare il quale manca il tempo / finché il dolore non fornisce la chiave». Freud scrive, a proposito dell’attività fantastica del poeta: «Si deve intanto dire che l’uomo felice non fantastica mai; solo l’insoddisfatto lo fa. Sono desideri insoddisfatti le forze motrici della fantasia, e ogni singola fantasia è un appagamento di desiderio, una correzione della realtà che ci lascia insoddisfatti». Il piacevole appagamento della rêverie, come premio di allettamento o piacere preliminare, contribuisce a rendere questi alati versi, di egregia levatura lirica, sorretti dal solido convincimento critico dell’ars poetica de Il poeta alla griglia, un terreno fertile, per un’ulteriore indagine di taglio psicoanalitico.

Carlo Di Lieto

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