Prefazione

L’intreccio dei racconti lunghi (o dei romanzi brevi) di Dora Mauro si svolge sempre in un’atmosfera di evocazione del tempo passato o piuttosto in una dimensione temporale che è anfibologica in quanto assume la doppiezza della contaminazione tra un presente che appare trascorso e un passato che, al contrario, appare attuale. La scrittrice introduce così ad arte una situazione di smarrimento dei contorni precisi del reale, secondo uno schema di stile di scrittura che si è visto realizzare per la prima volta negli anni quaranta da Elio Vittorini in Conversazioni in Sicilia. Con ciò non si vuole assolutamente dire che Lontano sia una ripresa dell’onirismo in falsetto adottato da Vittorini nel suo celeberrimo romanzo, con il probabile intento di eludere la censura fascista. Dora Mauro, in realtà, non è oppressa da alcuna censura, ma più di tutto ha un’impronta di scrittura tutt’affatto personale, che è lontanissima non solo da qualsiasi forma di plagio, ma anche soltanto di alluso omaggio all’autore di Uomini e no. Tuttavia la concatenazione degli incontri di Milena e l’innestarsi di una storia nell’altra, la parlata stessa dei protagonisti e di tutti i personaggi che appaiono sulla scena del narrato: sembra sempre un chiacchiericcio un poco estemporaneo, quasi imbambolato, perché non è asservito a ingaggiare l’evoluzione della vicenda, come invece è raccomandato dalla tradizione romanzesca di fare parlare i personaggi in modo attinente al prosieguo degli eventi progettato dallo scrittore. Qui, in Lontano, la scrittrice ama camuffarsi casualmente nella vicenda, appare come una comparsa dentro l’intreccio dei fatti, come amava fare Alfred Hitchcock nelle sue pellicole d’autore, ed è difficile riconoscerla, anche se principalmente veste i panni di Milena, ma è anche altrove, in altri personaggi della vicenda. Si tratta di un autobiografismo improprio e trasognato, dove i fatti di vita realmente vissuti dalla scrittrice vengono proiettati in un laboratorio di scrittura che ne diviene la memoria scritta ovvero l’icona simbolica: la traduzione in opera di inchiostro del sangue della vita. Anche l’ambientazione scelta come marca territoriale possiede qualche carattere di depistaggio onirico ovvero di trasferimento all’interno della metafora letteraria. Stiamo parlando della gloriosa regione francoprovenzale che fa da spalla alla terra occitana e che tuttavia si slarga in una visione alpina del patois della Val d’Aosta e sorprendentemente è unita come in una pala d’altare con la regione ionica o ancora meglio con la macro regione Ionico-Calabrese: è una connotazione di territorio a tal punto vasta e pregna di storia di popoli che si uniscono e che cozzano fra loro da divenire un percorso di vertiginoso fascino nelle radici e nei costumi popolari. Proprio in questo iter dentro le viscere profonde del popolo c’è l’incanto più affascinante dello splendido racconto di Dora Mauro: una scrittrice a tal punto colta, da non dimenticare che l’unica nozione di cultura affidabile è quella rinvenibile nello studio e nella rappresentazione degli usi e dei costumi della gente a contatto della quale lo scrittore trascorre la propria vita.

Sandro Gros-Pietro

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