Introduzione

La storia letteraria non si fa, verbigrazia, con le statistiche. Sta di fatto, comunque, che la nostra è una storia soprattutto di poeti, a partire dai Siciliani giù giù sino ad oggi. Ciò che semmai la contraddistingue rispetto alle altre letterature europee è che essa è anche una storia di poetesse, e dal Cinquecento in poi in numero notevole. Perché dal Cinquecento e non prima?
Perché attraverso alcuni testi particolarmente autorevoli, dagli Asolani (1505) alle Prose della volgar lingua (1525) del Bembo sino al Libro del Cortigiano del Castiglione (1528), alla donna è riconosciuto uno statuto del tutto nuovo, che afferma essere il «donnesco» un ruolo sociale dalle forme espressive nuove, a partire dalla musica e la danza sino alla scrittura poetica, nelle norme privilegiate della lirica, che sarà seguita, ma in alcuni casi soltanto, dall’epica cavalleresca.
Alle spalle del Bembo, com’è noto, c’è il Petrarca del Canzoniere (i Rerum vulgarium fragmenta): e da quell’inarrivabile silloge ripartono le prime nostre grandi poetesse, nobildonne (la Colonna, la Matraini), o «cortigiane oneste» (la Stampa, la d’Aragona, la Franco). Nel Seicento il privilegiato drappello s’apre alle prime donne teatrali (la Canali Andreini, la Costa, la Balletti Riccoboni): ma solo nel Settecento e per iniziativa di un’animosa e turbolenta ospite illustre della corrotta aristocrazia papalina, l’ex regina Cristina di Svezia, che nel 1674 aveva dato origine nel proprio palazzo romano ad un’Accademia Reale, le donne vengono riconosciute come poetesse «ufficiali» ed ammesse alle riunioni dei poeti maschi. Ci riferiamo alle Radunanze degli Arcadi, la cui prima assemblea si svolse, per l’appunto, a Roma nel giardino del Convento di San Pietro in Montorio il 5 ottobre 1690. Tra le «pastorelle» assorbite in Arcadia a decine e decine due meritano d’essere ricordate: Faustina Maratti Zappi, moglie di Giovan Battista Zappi, uno dei diciannove soci fondatori dell’illustre convivio (il quale sopravvisse, per la cronaca, sino all’ultimo decennio del Settecento, cooptando nomi illustri, per lo più indifferenti all’appello, come Vico, Alfieri, Parini, Goldoni e Monti) e Luisa Bergalli: la prima, una poetessa di notevole prestigio, la seconda, drammaturga in prosa e poesia, traduttrice di Terenzio, Racine, Molière, ma soprattutto preziosa antologizzatrice delle colleghe con la sua raccolta dei Componimenti poetici delle più illustri rimatrici, edita dal Mora a Venezia nel 1726: una silloge, a cui è prudente fare riferimento ancora oggi.
Nell’Ottocento la schiera delle poetesse straripa e, quel che è importante, spazia nelle regioni più diverse, non soltanto più in Lombardia, Veneto, Lazio, Campania (le quattro «culle» delle arcadiche ricamatrici), ma anche in Piemonte, Liguria, Romagna e – fenomeno di notevole interesse – in quasi tutte le regioni centro-meridionali. A far da collante – inutile persino sottolinearlo – è l’esaltante esperienza risorgimentale, da cui sgorgano a frotte le poetesse-madri e le poetesse-consorti d’altrettanti eroi (o presunti tali): ma anche ad Italia unita sono sempre più numerose le scrittrici in proprio, in cui semplicemente alla triade amor di patria-materno-coniugale si sostituisce l’amore tout-court, anche se sino agli anni Ottanta del secolo è panneggiato da Amore con la maiuscola.
L’ultimo ventennio dell’Ottocento e il primo del Novecento vedono la scrittura poetica femminile aprirsi ad una tematica autobiografico-passionale dai toni sempre più personali ed accesi: è il modo (anche, ma non soltanto) d’assecondare le feconde battaglie del protofemminisimo, che non è soltanto «socialista» (si pensi alla vita esemplare di Anna Maria Mozzoni, morta in semipovertà a Milano a ottantatre anni nel 1920), ma si asserraglia anche sotto individualistici e apolitici vessilli.

Guido Davico Bonino

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