Prefazione

La metafora della poesia di Carlo Mosca è quella di un incendio che dilaga lungo i versanti dei monti fino all’orizzonte e all’aldilà dei confini del mondo. Ovviamente, si tratta, di un incendio ideale, del tutto inoffensivo, anzi più che benefico, ed è costituito dall’animazione virtuosa di tante lingue di fuoco che accendono l’animo del lettore con una luce bruciante per mostrare gli errori, le storture, le trappole con cui noi abbiamo ingabbiato il nostro spirito libero. Il poeta è, dunque, il corifeo antico, che volta a volta sceglie un corista dal coro per fargli intonare un breve assolo. Ogni volta è un messaggio di denuncia, un’ipotesi di dolo, una constatazione di danno, un avvertimento di pericolo: è l’avviso dei naviganti pronunciato da gente di mare, abituata a compiere viaggi nel vissuto. Dunque, il libro dedica ogni pagina agli amici di lettura del Poeta, di cui volta a volta viene citato un pensiero, una riflessione, un aforisma. A fianco di tale spoletta poetica c’è lo scoppio creativo di Poeta: non si tratta mai di un commento ovvero dello svolgimento del tema proposto dal corista, ma, di caso in caso, sarà una riflessione, un sussurro, un urlo, una divagazione, un canto lirico, una chiacchierata quasi in pro­sa di filosofia, di politica, di psicologia, sul sociale o altro: è un invito al libero pensiero, come fosse la ricchezza più grande, da conservarsi fino alla fine ovvero, per usare l’espressione suggerita dal Poeta, fino all’ultima favilla.
Il coro delle voci che pronunziano la loro testimonianza è costituito da Alda Merini, Elio Pecora, Hannah Arendt, Oscar Wilde, Gialal al-Din Rumi, Pier Luigi Capello, Roberto Vecchioni, Emanuele Coen, Caetano Veloso, Gianfrancesco Turano, Donatella Di Cesare, Aimé Cèsaire, Louis-Ferdinand Céline, Fernando Aramburu, Michela Murgia, Margaret Atwood, Marco Follini, Gustave Flaubert, Maria Joao Aimaes, Muhammad Ali, Italo Calvino, Paolo Sottocorona, John Lennon, Paolo Borsellino, Dacia Maraini, Ennio Flaiano, Simone Weil, Ivan Krastov, Manlio Brusatin, Gian Pio Torricelli, Massimo Recalcati, Confucio, Novalis, Eduard Limonov e Luigi Einaudi: la serie degli interventi inizia con una donna poetessa e finisce con il secondo presidente della Repubblica Italiana. Principalmente sono voci di poeti, romanzieri, filosofi, giornalisti, politici, giudici, cantautori, ma non mancano ingegneri, psicanalisti, sportivi e addirittura un meteorologo. Stanno a significare che “il grande incendio” della poesia moderna non riguarda solo un discorso strettamente connesso ai letterati, chiuso all’interno della loro torre di avorio, ma è aperto a tutte le voci del mondo che parlano per il mondo e in difesa del libero pensiero, al di fuori delle gabbie, dei catechismi e delle accademie. È un discorso per la libertà, che viene chiosato dal sigillo presidenziale di Luigi Einaudi: conoscere per deliberare.
Esemplare è la dichiarazione di poetica di Carlo Mosca, che va citata per intero, “Con chi parlerò ormai, fiato / di poetiche voci alla sera della vita / e il nero di molte parole nella loro / polisemia fornire cuscino per l’anima? // La mia poesia è tempo breve, alveare, / una faglia: il dito e la piaga, brividi / di luna nel buio di una notte insonne. // Quasi mannello di confusi pensieri esibiti / al termine di gioiosa esistenza / nel mirino di falce in agguato e splendore di Luna. // Aponia pietendo”. La poesia viene presentata come un messaggio, che deve essere polisemico, cioè possedere un ventaglio di significati, raccogliere una pluralità di voci alla “sera della vita”, cioè si vuole che siano voci elaborate nell’esperienza e nella riflessione, in modo che illuminino il “nero di molte parole”. Inoltre, la poesia è “tempo breve”, un “baluginio”, diceva Montale, una faglia che si apre nella roccia, un brivido, che si raccoglie in mannelli, fasci di versi, nel caso del Poeta, “pensieri esibiti al termine di gioiosa esistenza”, possibilmente in aponia, in assenza di dolore.
Si viene a creare un “tesoretto” di esperienza, per usare un’espressione di Brunetto Latini, per cui il poeta potrà bene sostenere che “Non ho che me stesso ma ho la chiave dell’universo / scrittura che a volte si perde nelle pieghe / del reale, ma da questa rinasce a nuova vita”. La poesia diviene conoscenza di sé stessi che si identifica con conoscenza del mondo, perché come abbiamo visto il Poeta è un corifeo che deposita nella sua anima, anzi, sul “cuscino per l’anima”, la pluralità di voci che ascolta nel mondo, purché non accada che vi sia una chiusura nel privato, come chiarisce il Poeta in Save our souls, “Allora non “Rousseau” ma Montesquieu o Tocqueville / per una società percepita come una causa (propria). // Così il privato è diventato il compimento / ideale della società. Muri e sbarramenti”.
Il poeta, nell’impeto di accumulare nuove voci, nuove conoscenze – “sono continuamente in cerca di notizie”, diceva Ovidio nell’esilio di Tomi – corre il rischio di divenire un disposofobico, cioè di avere paura di buttare via qualcosa. Questa fo­bia la si combatte anche e specialmente conservando un rapporto di dialogo continuo con il proprio corpo, come ci illustra perfettamente Carlo Mosca nella poesia Simbiosi, “Questo mio corpo portato / alla vita da un atto d’amore, nasce già con / qualche imperfezione ma grande vitalità così / come si conviene. // Questo mio corpo violato / da guerra, malattia, incidenti e amori ha / ospitato cuore, mente e coscienza per la / necessaria crescita”. Si intuisce che quasi il Poeta adombra la congiunzione impossibile tra vita e scrittura, tra il “corpo” e la “Poesia”, e, quindi, tra la realtà e la letteratura: essere contenuti dentro l’una o l’altra entità, come se, almeno idealmente, fosse la stessa cosa. Si evidenzia anche un sentimento di confine estremo, una sorta di finis terrae come sarebbe l’atteggiamento del viaggiatore che è giunto all’ultimo limbo di terra e contempla l’infinita immensità del­l’oceano dal quale si sente risucchiare, come Ulisse al di là delle colonne d’Ercole, in prossimità della morte, con un atteggiamento epico, quasi di vittoria, “Abbandonata la maschera, privo ormai di / entusiasmi e forte della mia vecchiezza / alla memoria affido un tempo / costruito, felice di poter ancor pensare / nel rispetto della parola anche se / abbrutito dalla monotonia di giorni / ripetitivi”.
La poesia di Carlo Mosca è un esempio di referenzialità del poeta non solo con le voci di altri poeti, come Luciano Anceschi aveva marcato col detto “il pubblico della poesia è formato solo da poeti”, ma con tutte le voci del mondo che si arricchiscono di “conoscenza” per potersi esprimere, musicisti, cantanti, attori, filosofi, giornalisti e quant’altri. È questo il concetto della nuova frontiera della poesia moderna, che non è soltanto autoreferenziale e non è chiusa nella torre d’avorio di un linguaggio abnorme e codificato, ma che è incendio della parola nella realtà della vita: proprio questo concetto, di referenzialità aperta della Poesia con i non-poeti, l’accademia svedese, che assegna i Nobel, ha cercato di significare con la nomina alla massima dignità del cantante rock Bob Dylan: Nobel di Letteratura!

Sandro Gros-Pietro

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