PREFAZIONE
Gianni Chiostri è un narratore dell’immagine. Lui ci racconta l’epica delle figure e l’etimologia delle icone. Ogni sua tavola è un viaggio nella memoria, un’evocazione di catene analogiche, una mappa nel labirinto dei simboli. La rappresentazione è vasta fino al punto d’apparire smisurata, ma mantiene sempre il carattere della festosità, anche nei momenti in cui la concatenazione degli eventi assume tinte drammatiche e presenta segni di rottura, di dolore o addirittura di morte. Anche in quelle estreme temperie, il rapsodo Chiostri non cessa di celebrare lo spettacolo della vita, la pervicacia con cui la storia infinita si rinnova in una simbologia antropologica che diviene sconfinata proiezione cosmica dell’umanità, dentro il tempo e dentro la cultura.
Vignettista sarebbe dire poco, troppo poco. Eppure è proprio da lì che Gianni Chiostri vuole partire: dal baffo lasciato dal pennarello sul candore niveo del foglio (“disegnare è come scendere con gli sci sulla neve fresca”, dice). Lì, c’è l’eco del graffio neolitico sulla roccia, c’è la stessa alchimia istrionesca, c’è la capacità di creare nell’immagine una realtà parallela, che diventa metafora del mondo che ci circonda. I suoi
omìni di carta, indistruttibili e beffardi come lo sono tutti i cartoni animati, sono diretti discendenti dell’
homunculus di Goethe creato dall’alchimista: anziché essere prigionieri di una fiala, sono rinchiusi dentro un foglio da disegno, ma esattamente come il mostriciattolo di Wagner, costruito nel
Laboratorio, essi si muovono alla ricerca di ciò che a loro manca, cioè la bellezza. La bellezza dostoevskijana, per intenderci, cioè quella che secondo il principe Mys˘kin dovrebbe salvare il mondo dalla caduta, e dovrebbe riuscire a elevarlo verso Dio. La gioia della vita, nell’eco angelica ed evangelica che residua ancora nel vocabolo, è il messaggio fondante della creatività di Chiostri. Tuttavia, sarebbe un grave errore pensare a Chiostri come a un mistico, perché la sua gioia è prima di tutto terrigna e secolare, e si specchia nei versi di Schiller,
Ebbe ognun fino alla morte / Vino, amore ed un fido cuor, musicati da Beethoven nella Nona Sinfonia, eletta dalla UE come inno musicale rappresentativo di tutta la civiltà europea. Di conseguenza, la gioia di Chiostri è anche uno spasso;
leggere i suoi disegni rappresenta uno svago irresistibile, che tiene compagnia a chi si lascia circondare da quegli
omìni di carta che ci raccontano non solo i nostri vizi e virtù, che sarebbe poca cosa – e poi Chiostri non è un moralista, non fa il pedagogo e non erige erme nei giardini pubblici all’etica e al perbenismo – ma ci parlano, invece, dei fantasmi della nostra cultura, delle categorie astratte dei nostri linguaggi espressivi, dei nostri tic comportamentali, dei nostri tabù, totem, nevrosi, speranze, emozioni, affetti. Quei disegni parlano di noi, e ci ispirano un’incontenibile simpatia rivolta a noi stessi per quello che noi siamo, perché Chiostri dimostra di arrendersi disarmato ad amare l’umanità per quella che è, senza pretendere di cambiarla. Noi, di conseguenza, ci sentiamo attratti da quelle
affinità elettriche – un’eco delle
affinità elettive, ancora una citazione di Goethe – che Chiostri rappresenta, negli accumuli della sua memoria letteraria, nei suoi giochi simbolici, nelle sue trovate monoculari e binoculari, dai festoni analogici e dalle concatenazioni allegoriche che collegano la letteratura con la musica, con la cucina, con il viaggio, con l’amore, con la ragione, con le emozioni. Come è dolce naufragare nel fondaco inesauribile dei simboli chiostrani! Esse rappresentano con grazia il pelago dell’umanità in cui tutti noi viviamo, sprofondati e permeati come lo sono le spugne dentro il mare. Si scorre questo magnifico libro come sfogliamo il nostro album preferito con le foto di famiglia. Invece, di esclamare
Ecco lo zio Piero con il gatto Puffi ci ritroviamo a dire
cco Menenio Agrippa che tiene il Consiglio d’Amministrazione e fa remare la plebe negli uffici. Ma Menenio Agrippa e lo zio Piero sono la stessa cosa, appartengono, mutatis mutandis, in uguale misura al patrimonio di cultura che ci fa da riferimento, che ci definisce, che ci scontorna come creature nette e reali nel quotidiano in cui siamo immersi. È un quotidiano in cui facciamo sempre fatica a riconoscerci e ad accettarci, ma questo libro di Gianni Chiostri contribuisce ad alleviare la resistenza che abbiamo ad accettare noi stessi, perché contribuisce a svelarci le ragioni della gioia che è celata dentro la nostra fatica di vivere.
Sandro Gros-Pietro