Liana De Luca 
Uomini di penna
anno: 2002
pagine: 360
prefazione: Sandro Gros-Pietro
prezzo: € 15
ISBN: 88-87492-99-9

SCHEDA DELL'AUTORE
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PREFAZIONE
 
Questo libro nasce da una costola delle Donne di carta, il primo innovativo studio di saggistica letteraria di Liana De Luca, edito nel 1999 in questi stessi caratteri. Gli Uomini di penna sono l’altra metà del cielo, se vogliamo stare allo schema binario e bonario di inversione della gerarchia adamitica. Non è un gioco pirandelliano delle parti. È un invito oraziano a dilettare insegnando, cioè a moltiplicare le possibilità creative ed immaginative dell’intelligenza, ma non dimenticando mai che il motore di tutta la vita nel mondo creato si ritrova solo nell’eros.
La distinzione sessuale, nel ragionamento della scrittrice, non va forzata più di tanto, perché è solo una metafora. Forse, è la più cara delle metafore della De Luca, che ne possiede, nel suo universo di scrittura, un mitico sortilegio di ineffabile varietà, ma rimane pur sempre una metafora: discorso alluso ai legami analogici palesi o velati che tra i due termini polari sono sottesi. Quindi, si diceva prima, è un esercizio di intelligenza, un diletto che istruisce, per dirla con i classici.
Come già è accaduto per le Donne del primo libro, anche qui abbiamo l’identica scansione di tutti gli Uomini in tre sezioni: gli Autori, i Protagonisti, le Occasioni. Queste sezioni sono altrettante aree della mente della scrittrice, proposte anche al lettore in chiave di geografia del linguaggio, come se l’area di Broca fosse un’approssimazione di massima e di sunto di quella che più creativamente potrebbe essere intesa come una triplice attitudine del nostro orientamento in campo linguistico: per autori delle opere, per protagonisti delle medesime, per spunti e per occasioni da cui si originano i fatti letterari (e non solo quelli). I confini delle aree sono molto elastici e quasi indefiniti, per cui i protagonisti si intrecciano indissolubilmente con gli autori e tutti quanti con le occasioni. Ma ciò non inficia per nulla la bellezza di una catalogazione acclarante postulata come finzione creativa ab origine mundi.
L’interesse dell’autrice è sicuramente universale. Ma non è mai enciclopedico, col cipiglio illuministico di fornirci la nozione definitiva, in sé perfetta ed esaustiva della nostra sete di conoscenza. Al contrario, la scrittrice ci parla come se fosse seduta in un convivio di iniziati ed amanti della letteratura ad esternare l’opinione garbata e propositiva delle sue ricerche di studio, ma affrancata da ogni posa predicatoria, da ogni vocazione magistrale, da ogni intento di imporre l’opinione sua, da ogni obbligo di adeguare le sue teorie all’orientamento d’accademia sui temi trattati. Scopriamo fino dalle prime pagine che l’autrice solo apparentemente ci sta illustrando una sequenza di autori-protagonisti-occasioni differenti della letteratura. Infatti, ci avvediamo già da subito che le singole vicende di pensiero, di vita e di opere degli autori esaminati compongono altrettante pagine di un unico astratto ed universale libro che riguarda tutta la cultura letteraria della civiltà occidentale. L’obiettivo che si vuole raggiungere è senz’altro quello dell’unità e dell’armonia del pensiero umanistico, rivolta principalmente al fatto letterario, ma ottenuta anche sviluppando una esercitata attenzione e perizia professionale di indagine verso le altre muse, principalmente le arti figurative, la pittura e la scultura, e con ulteriori occasioni di interesse dedicato pure alla musica: analisi minuziosa e vigile di corrispondenze, di influssi, di testimonianze che ricostruiscono i percorsi convergenti della coralità del canto creativo ed umanistico. Ma la strada, ripeto, non è assolutamente quella compilativa di un’ennesima enciclopedia dei settecento anni della letteratura italiana ovvero dei circa tremila anni della cultura occidentale e mediterranea. La scelta fondamentale, da cui tutto il resto è poi dipeso, è stata per la scrittrice quella di architettare i suoi studi in chiave di esposizione narrativa, di dirci incisivamente, corsivamente, con rapida efficacia e con rispetto scrupoloso del particolare anche minimo di cronaca come è avvenuto il fatto, e se vi è stato un antefatto, e in quale contesto l’evento si è collocato, e quali testimonianze autentiche sono accreditate a comprovarlo. Vi è dietro ad ogni pagina un vasto lavoro di indagine e di riepilogo, che poi è acchitato nella stesura del componimento finito, il quale, invece, appare agevole e filante, come fosse stato scritto di getto e non avesse richiesto quella fatica flaubertiana di documentazione e di verifica per ogni riga. Caratteristica saliente della De Luca, come critico letterario, è lo stile con cui rende lieve la sua interpretazione scientifica, che non manca mai, ma che mai è intrusiva od oscurante l’autonomia dell’opera e dell’autore. Il suo giudizio di studiosa, la sua indicazione di gusto, la sua personale interpretazione del testo sovente neppure vengono apertamente manifestati per evitare l’arroganza di addossarli all’autore e all’opera, quando da lui non richiesti, ma vengono mantenuti con ossequio e con riserbo dietro le quinte della recitazione, alle spalle di quel proscenio narrativo su cui si proietta la storia del grande autore che è di turno nel racconto a lui dedicato. Vi è in ciò non solo una grande perizia critica, ma anche il garbo e l’accoglienza con cui uno scrittore contemporaneo legge un illustre predecessore del passato. Tale grande autore, in realtà, può pure essere un minore, anzi, sovente lo è, e in quel caso quasi susciterà più partigianeria affettiva da parte della scrittrice, ma anche così apparirà comunque un “grande”, proprio perché avrà dimostrato di essere sopravvissuto alla propria morte, come è splendidamente comprovato dal fatto che di lui la scrittrice oggi parli. Per dirla usando l’identica espressione adoprata dal premio nobel V.S. Naipul, anch’egli narratore e saggista come l’autrice di Uomini di penna, Liana De Luca si pone l’intento di essere prima di tutto e quasi esclusivamente un “organizzatore di narrazioni”: e tutto il resto — cioè il modo di intendere ed esporre la ricerca scientifica — deriverà di conseguenza. Ma la scelta dei suoi studi saggistici non è mai arbitraria. Vi sono dei temi e vi sono degli affetti che costituiscono ordito e trama in ambedue i libri della De Luca. Mi astengo dal fare un discorso di critica letteraria. Mi limito, allora, a proporre qualche spunto; mi verrebbe da dire, deluchianamente parlando, che propongo qualche occasione. Il primo tema conduttivo che appare è sicuramente quello della religiosità, che è quasi centrale a tutto il discorso sulla letteratura nella visione della De Luca. Occorre distinguere tra religiosità e fede. Per semplificare le cose, si potrebbe dire che la fede è un’interpretazione della verità, mentre la religiosità è un’interpretazione della storia. Volutamente non parlo di religione, ma di religiosità, che è la propensione dell’uomo ad attribuire valore alla religione. Liana De Luca non fa segreto, nelle sue opere, di non possedere affatto l’esercizio della fede: cioè di non identificare la verità con la rivelazione. Ma ciò nulla toglie alla sua sviluppata ricerca della religiosità presso molti scrittori di cui si è occupata, perché tutta la storia dell’Europa si spiega come storia della religione cristiana, con poche altre occasioni di contaminazione e di influsso di altre religioni vuoi adamitiche vuoi pagane. La religiosità verso il cristianesimo della Chiesa è il cemento che costituisce i pilastri portanti di tutto il pensiero occidentale. Penso ai saggi Il dramma di David Maria Turoldo, Religiosità di Montale, La rappresentazione religiosa in Salvador Dalí, La Via Crucis di Piero Brolis ed altre osservazioni diffuse in più scritti su Manzoni, su d’Annunzio, su Parini, su Mascheroni ed altri ancora.
L’altra grande occasione di ricerca della De Luca è il concetto di amorosa sensualità ovvero di attrazione meta-razionale tra uomo e donna o, se ci è consentito senza suscitare scandalo, tra persona e persona. Questo è per certo un tema centrale negli interessi della De Luca: un’eco baudelairiana delle correspondances simbolistiche, visioni, suoni, profumi, sapori e sensazioni tattili, che sopravanza i messaggi razionali della mente e che ci porta in un altrove svelato dai sensi e non quantificabile dalla ragione. Non è solo la dimensione dell’amore, dell’eros che stravolge ed abbatte i confini e le prigioni della quotidianità e della convenienza. Nel pensiero della De Luca è ben di più: è la porta che conduce, per tramite della sensualità, al di là della nozione di realtà stessa, è un passaggio verso l’altrove, verso ciò che sopravanza il rapporto oggettivo ed innesca una comunicazione d’intesa istintiva e razionalmente inspiegabile; è un fatto poetico per eccellenza, è un errore della ragione nel significato etimologico dell’errare cioè della divagazione, dell’andare oltre; è sicuramente una cuspide di valore artistico e creativo. Penso a testi come Le sirene di Tomasi e di Soldati, Vita (inimitabile) di Gabriele d’Annunzio, Gli animali nella letteratura, Rosa rosae, Dell’amore e di altri demoni ed altri ancora.
Fondamentale importanza, nell’insegnamento di De Luca, assume, infine, il senso delle radici e dell’evolversi, in senso spaziale e temporale, dei sentieri affettivi che contrassegnano il percorso della vita, cioè l’attraversamento della realtà e del sogno che ogni uomo conduce nel breve tempo che gli è concesso di vivere sul pianeta azzurro (colore di Mallarmé e di Saba, come De Luca ama ricordarci!). Parce mihi, Domine, quia dalmata sum: quest’invocazione di San Gerolamo diviene il logo della scrittrice, in più occasioni evocato come epifonema che suggella una vocazione destinale e un programma di scrittura consistente nell’amore per l’altra sponda perduta della letteratura e del mar Adriatico, negli autori-protagonisti-occasioni legati alla sponda dalmata, negli echi mitteleuropei che animarono Trieste e che si spensero spegnendo la città e il suo splendore non solo economico, ma culturale; nei filamenti e nei lacci di un’illiricità tradotta nelle terre del bergamasco e della Lombardia e della tradizione manzoniana, cuna autentica accanto a quella toscana dell’italianità ad oltranza, ed in corrispondenza con Tommaseo, allievo interlocutore ed ideale continuatore, per qualche verso, del Manzoni, per giungere con un filo di continuità letteraria, geografica, storica ed affettiva fino a Torino, l’ultima delle grandi città che si sono incarnate nel cuore, nella memoria e nelle parole della De Luca. Bergamo rimane, tuttavia, in posizione regale, patria d’elezione e di amori, giammai dimenticata dalla scrittrice: e quanta affettuosa predilezione c’è nell’evocare le opere del marito Ubaldo Riva (e le gesta del di lui prestigioso fratellastro Enrico Morali)! Oltre ad alcuni dei saggi già prima citati, ho in mente Colloqui fra Manzoni e Tommaseo, D’Annunzio e il richiamo dell’altra sponda, D’Annunzio e i rapporti con la cultura lombarda, Trieste e dintorni, L’azzurro mediterraneo di Saba ed altri saggi.
Almeno un accenno merita il tema delle architetture linguistiche e delle poetiche dei grandi autori: penso a saggi come Eredità di Leopardi nella poesia del Novecento, Ungaretti poeta isolato, L’architettura narrativa di Raymond Roussel, Les fleurs du mal di Mario Bonfantini ed altri ancora. Non va sottaciuto l’interesse verso la pittura e la scultura, verso le arti figurative in generale, sviluppato in dialogo stretto con la ricerca letteraria, come emerge nei saggi Realismo estetico e storico nelle battaglie di Amos Nattini, Il Trionfo della Morte a Clusone più alcuni altri saggi già citati, di cui è esemplare quello su Dalí. Si può aggiungere che lo studio sull’affresco del Convento dei Disciplini, attribuito a Giacomo Borlone, svolge un tema che è immanente e trasversale a tutta l’opera della De Luca sia come poeta e narratore sia come critico e studioso, cioè la riflessione sull’incombenza della morte, l’ipoteca del tragico e del mondo oscuro ed atro, l’erebo, l’averno, l’antichissima tradizione, ancora una volta letteraria, di congiunzione e di dialogo con il mondo dei morti, la casa dell’eterna sepoltura, che non cessa di esalare sospiri, fantasmi, misteri, evocazioni, ricordi e che è uno fra i più importanti passaggi dell’altrove che la letteratura di tutti i tempi ha sempre mantenuto aperto e nei secoli si è sempre più arricchito.
Gli uomini di penna, unitamente al libro paredro che gli deve essere accostato, le donne di carta, sono un’elezione ragionata di alcuni dei volti di scrittori e di artisti scelti fra i più emblematici e rappresentativi che ornano la galleria dei ritratti elaborata da Liana De Luca in una vita di indagine: essi ci svelano l’architettura degli studi vasti e puntigliosi organizzati dalla scrittrice intorno alla definizione del concetto di letteratura come suprema e piena arte di raccontare il dicibile, dentro e anche al di là della realtà sensibile, dentro e anche al di fuori del tempo in cui si vive, dentro ma anche in un’altra dimensione della vita che ci è concesso di vivere: insomma, si tratta proprio dell’indicazione e della descrizione del tesoro della parola posseduto e accumulato nei secoli dall’intera umanità.

Sandro Gros-Pietro

Uomini di penna prosegue in parallelo il progetto iniziato con Donne di carta, come appare dalla similare tripartizione Gli autori, I protagonisti, Le occasioni: ripartizione quanto mai aleatoria, motivata da un personale (asburgico) desiderio di ordine, di disciplina, di “officina”.
Il collegamento fra i due volumi è dato dallo studio Mascheroni e le donne, che coniuga creatività maschile e inventiva femminile.
Gli articoli, prescelti fra i molti che invadono i miei cassetti, sono stati composti negli ultimi dieci anni circa e costituiscono interventi in convegni, saggi, ricerche critiche, indagini letterarie. La loro motivazione va, naturalmente, ricercata nei gusti e nelle inclinazioni personali, ma anche in sollecitazioni esterne.
Se per Donne di carta si sarebbe potuto porre in epigrafe cherchez l’homme, per Uomini di penna è valido l’epifonema cherchez la femme. Nel giusto, ambiguo, equilibrio di coppia.

Liana De Luca

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Liana De Luca  

 

Uomini di penna

 

2002

 

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