PREFAZIONE
Ho ancora in mente quel freddo, nebbioso mattino d’inverno di sette anni fa. Era l’11 dicembre del ’94. Poco meno di un anno prima ero rimasta sola e indicibilmente affranta dopo aver perduto per sempre una madre straordinaria e adorabile. Quel giorno, la piccola gioia di recarmi in Lombardia per ricevere un premio di narrativa riusciva forse ad attenuare un poco la tetra malinconia che stentava ad abbandonarmi.
Da Torino si partì in auto di buon’ora. Ero insieme a una signora di mezza età, simpatica e affabile, insegnante di violino e con una gran passione per la musica, com’ebbi subito modo di sapere. L’avevo conosciuta proprio in quell’occasione: le avevo telefonato io qualche giorno prima per proporle di fare il viaggio insieme, avendo notato che, oltre a me, era l’unica torinese fra i narratori finalisti del premio letterario “Comune di Nibionno”, alla sua prima edizione in quello stesso anno, indetto in memoria di un giovane sacerdote del luogo, Don Isidoro Meschi, che all’educazione e al recupero dei tossicodipendenti aveva dedicato la sua vita, e che proprio per mano di uno di loro, purtroppo, l’aveva tragicamente perduta.
La foschia, lungo l’autostrada, era diventata ben presto un nebbione: non si vedeva da qui a lì e, cosa non meno preoccupante, nessuna di noi due sapeva dove si trovasse Nibionno. Vicino a Lecco, dalle parti dei “luoghi manzoniani”, d’accordo, ma dove? Una settimana prima l’avevo domandato alle mie cugine di Seregno, ed esse non avevano saputo dirmi nulla di preciso, pur trovandosi – come potei constatare dopo – a un tiro di schioppo da lì.
Alla fine, però, con un po’ di fortuna anche se un po’ in ritardo, arrivammo sane e salve.
La sala della premiazione, addobbata a festa, era già piena di gente. Sul tavolo della giuria brillavano le coppe argentee accanto a targhe e a pergamene arrotolate. I premiati avevano preso posto nelle prime file insieme a parenti o ad amici. Dietro, fino alle ultime poltrone, era seduto il pubblico. Un senso di intimo giubilo e di briosa contentezza, che sempre ravviva quelle occasioni, si disegnava sui volti di tutti…
La mia compagna di viaggio fu chiamata sul palco prima di me: il suo racconto era assai originale, raffinato e piacevolmente ironico. Dopo i consueti applausi e i complimenti, tornò a sedersi al mio fianco, raggiante, sebbene non fosse quello né il primo né il più importante dei premi che aveva già collezionato. Io, intanto, in attesa di potermelo rigirare fra le mani, sbirciavo con gli occhi lunghi l’astuccio di velluto azzurro in cui splendeva una magnifica guarnizione fatta di spilloni d’argento posti a guisa di ventaglio: era il tipico ornamento dell’acconciatura di Lucia Mondella, che tutti ricordiamo dai tempi della scuola per averlo osservato nella celeberrima edizione dei Promessi Sposi illustrata dal Gonin.
Concluso il turno dei narratori, si passò alla sezione di poesia. E fu allora che sentii nominare per la prima volta Gianni Rescigno.
Arrivava da un piccolo paese del sud, Santa Maria di Castellabate, in provincia di Salerno, e il viaggio fino a quello sconosciuto paesino lombardo doveva essere stato lungo e piuttosto faticoso.
Lo vedemmo avviarsi verso il tavolo della giuria, seguito dalla moglie, tra i flash scattati dai fotografi e l’ovazione entusiastica del pubblico. Sul suo volto un po’ stanco, un sorriso sereno e dolce lasciava trasparire una grande modestia e anche un’ombra di timidezza, quasi fosse lì per ricevere un dono, poco o per nulla meritato, dalle mani di benevoli amici. Era lui che aveva vinto il primo premio con una poesia breve, scabra e toccante, dal titolo
Cristo a Sarajevo, che fu letta davanti a tutti. Erano gli anni in cui infuriava la guerra in Jugoslavia, e Rescigno aveva saputo esprimere con alto senso poetico, in quei pochi versi, una sensibilità acuta e profondamente umana, puntando il dito contro la cieca violenza di ogni guerra, ma senza ombra alcuna – e non è mai molto facile – di altisonante quanto vuota retorica.
Più tardi, mentre mi intrattenevo con gli uni e con gli altri in mezzo alla gente che si accalcava nella sala attigua per partecipare al rinfresco, finii per perderlo di vista del tutto e non ebbi per quel giorno l’occasione di incontrarlo e di parlargli. Era anche vero che non lo conoscevo e che fino a quel momento non avevo mai sentito parlare di lui. Ignoravo che le sue opere, premiate in ogni parte d’Italia, avevano già avuto il lusinghiero giudizio di critici e di scrittori di prima grandezza, fra cui Giorgio Bárberi Squarotti, Fabio Tombari, Giorgio Caproni, Elio Filippo Accrocca, Mario Pomilio, Maria Luisa Spaziani, Maria Grazia Lenisa e altri ancora; e pertanto non avevo ancora letto nessuna delle sue già numerose raccolte di poesia.
Tornai a Torino e, presa da tante occupazioni, non ci pensai più. Un’altra fortuita coincidenza, però, mi avrebbe riportato sulla sua strada.
Passarono ancora cinque anni. Un pomeriggio di settembre, in casa di un’amica pittrice, Anna Ferrari, incontro Paola Insola. In breve, questa donna estroversa e sempre sorridente, dalla personalità straordinariamente esuberante ed eclettica, mi contagia il suo stesso entusiasmo, rivelandosi un vero e proprio vulcano di iniziative, di attività culturali diverse, di proposte, d’incontri e di nuove idee. Lei pure ha pubblicato alcune raccolte di versi e ha già vinto prestigiosi premi. Un giorno, mentre confrontiamo le nostre opinioni sulla poesia attuale, mi parla del poeta contemporaneo che l’affascina di più: è Gianni Rescigno – dice – perché, a differenza di molti altri, possiede uno schietto, naturale “istinto” poetico. Paola dovrebbe recensire su una rivista letteraria l’ultima raccolta che Gianni ha pubblicato,
Le strade di settembre. Ma non ha tempo, purtroppo: è un momento in cui ha una montagna di impegni da portare a termine. Mi propone di farlo al posto suo e, visto che accetto volentieri, mi mette in contatto con lui.
Così, dopo tanto tempo, ritrovo sui miei passi il genuino cantore della terra e del paesaggio, dei sogni e dell’amore, del presente e della memoria, della vita e della morte. E presto comincio a riconoscere, per telefono come per lettera, l’uomo semplice e umile che avevo quasi dimenticato.
Di lì a un anno, dopo aver recensito anche la successiva
Farfalla, progetto di scrivere un saggio critico su tutta la sua produzione poetica e provo a parlargliene: nasce in tal modo l’idea di questo lavoro.
In una sua missiva del novembre ’99, Gianni Rescigno mi scriveva: “Per favore, cara Marina, non si rivolga più a me chiamandomi ‘egregio poeta’. Mi considero soltanto un cultore di poesia. Semino parole nel vento, nella terra, nella pioggia. Nient’altro.”
In realtà, io credo che non abbia molta importanza dare di lui una definizione piuttosto che un’altra: l’essenziale, invece, è capire in profondità dove e perché la sua è vera, autentica poesia.
M.C.