L’epica del folclore popolare viene rappresentata per quadri scenici sereni e tersi da Nino Pinto in questo
Libretto che allude con intenzione al melodramma lirico, vero cavallo di battaglia e forma autentica di sfogo della fantasia e della letteratura popolare per circa tre secoli di storia europea, dalla fine del Seicento all’inizio del Novecento. Opera fuori da ogni tempo, dunque, o se si preferisce immersa in un tempo indefinito, compreso tra il ’600 e il ’900. Infatti, il
borgo in cui è collocato il canto a più voci del poeta – non possiamo parlare di una vera e propria vicenda, a meno che non si intenda per essa un percorso di evocazione erudita – può essere ambientato in uno scenario cavalleresco tassiano oppure in uno scorcio pucciniano di inizio secolo, come fosse il
Trittico, situato in un borgo sulla Senna. Anzi, le melodie che diffonde il pianino del borgo, ancorché tutte sostanzialmente popolari, sono scelte con erudizione in un arco di tempi – e di voci – che va dall’ottocentesco
Fra Diavolo di Daniel Auber, passando per
Tristesse di Francis Giacobetti su melodia di Chopin, resa nota dal tenore Giuseppe Di Stefano, per giungere al paroliere Eros Sciorilli, celebre al tempo del Festival di San Remo degli esordi, negli anni in cui Ernesto Bonino, rappresentante dello swing italiano, cantava
In cerca di te, canzone forse più nota con le parole con cui iniziava,
Solo me ne vo per la città: erano gli anni che preludevano al ritorno alla democrazia e alle grandi feste canore popolari. È, in fondo, questo lo sguardo di serena malinconia e di affettuosa nostalgia dell’autore: un’accettazione compiaciuta e una partecipazione complice, alle forme del sogno spensierato del popolo. C’è sicuramente anche un contrasto, non conflittuale ma alternativo, con l’anima lirica del poeta, rivolta alla ricerca individuale ed interiore. Questo contrasto è sviluppato nella terza parte di libretto, che assume la forma di un controcanto lirico.
Sandro Gros-Pietro
Nino Pinto ci mette di fronte ad un originale libretto d’opera teatrale, con didascalie introduttive, dove il lettore deve essere in grado di entrare in “un mondo di memoria” in cui si possano scoprire affinità personali legate all’infanzia, alla vita di un “quartiere” popolare di periferia e alla “magia” del primo amore, ritmato – quest’ultimo – anche da “echi” del dolce stil novo.
Renzo Pavese