NOTA INTRODUTTIVA
Corre l’anno 321 avanti Cristo. I Romani, ormai da un ventennio, sono venuti a contatto con le tribù dei Sanniti. Già nel 344, ne avevano chiesto l’aiuto per respingere un attacco dei Galli; ma poi, circa un decennio dopo, benché ignote ne siano le ragioni (Tito Livio suggerisce che i Capuani e i Sidicini, minacciati dalle continue scorrerie dei Sanniti della montagna, sollecitarono, offrendosi come sudditi, l’aiuto dei Romani: i quali, attratti dalla prospettiva di impossessarsi della fertilissima pianura campana e del distretto minerario delle Mainarde, non si fecero pregare), gli ex alleati si erano trovati a fronteggiarsi come nemici.
La scena di questo
Il canto dei Sanniti – dramma mitico a sfondo storico in tre atti (i primi due suddivisi in quattro scene e il terzo in sei), nel quale Mino De Blasio ricostruisce, sul filo di una felice fantasia inventiva ma calandolo nelle profonde radici di una civiltà, un momento epico del Sannio e delle sue fiere e orgogliose genti – si apre, appunto, nell’anno 321 a.C.: anno in cui forti cominciano a spirare i venti di guerra e i popoli sanniti (Carecini, Caudini, Irpini, Pentri, ecc.), riuniti in candide tuniche cerimoniali nei pressi di Pietrabbondante per l’annuale raduno celebrativo del
Ver Sacrum e per compiere sacrifici all’altare di Mamerte, approfittano dell’occasione per organizzarsi all’imminente scontro. Sono, infatti, i capi delle tribù – fra questi, Gavio Ponzio,
dux di Telesia, Ursidio, condottiero di Malventum, e Sestio, futuro
meddix di Cenna – a prendere la parola (‘
È meglio per noi vivere liberi o morire piuttosto che sopravvivere alle condizioni dei Romani alla stregua di schiavi!’
griderà Ponzio), ad incitarsi vicendevolmente e ad incitare il popolo alla guerra contro i tracotanti Romani, invasori spergiuri, violatori della
fides che stava alla base dei trattati di pace.
I Sanniti sono, sì, popoli montanari, rigorosi nei rapporti con gli altri, fedeli nelle amicizie, bellicosi (facevano risalire le loro origini agli Spartani) senza essere ad ogni costo sanguinari, gelosissimi delle proprie tradizioni e della propria libertà, ma sono anche popoli astuti e dotati di un naturale senso del divertimento, inventori di quelle
atellanae che, con frizzi, lazzi e sonore pernacchie, mettevano irrimediabilmente alla berlina, fino a ridicolizzarlo, il malcapitato destinatario. Non a caso, il piano d’azione proposto da Gavio Ponzio – attirare le legioni romane nelle strette gole di Caudium, chiuderne gli sbocchi dai due lati con massi fatti rotolare dall’alto e imbottigliarvi il nemico, cui sarebbe stata risparmiata la vita soltanto se si fosse umiliato a passare, spoglio di armi, sberleffato dal mortificante ‘suono particolare di bocca’ emesso dai guerrieri sanniti, sotto le ‘Forche’: sotto il giogo creato dalle lance dei vincitori – sarà accolto con entusiasmo da tutti.
Il piano riuscirà in pieno, senza spargimento di sangue: le legioni romane cadranno nella trappola e, per salvare la pelle, passeranno sotto le ‘Forche’, con i soldati sanniti che emetteranno al loro passaggio il ‘suono particolare di bocca’, ma la tragedia, come in ogni dramma che si rispetti, scoccherà alla fine, improvvisa e cruenta. Perché De Blasio ha innestato, nel racconto della vicenda mitico-storica, una delicata e struggente storia d’amore: quella che sboccia fra Ursidio, condottiero di Malventum, e Magia, la bellissima figlia (‘
una ninfa, una dea!’) di Papio, il vecchio
meddix in carica di Cenna. La ragazza era stata promessa dal padre e dall’intera popolazione del
pagus al condottiero Sestio, ma si era innamorata a prima vista, ricambiata, di Ursidio. Questi, pur soffrendo atrocemente le pene d’amore, si costringe ad un atteggiamento indifferente, per non tradire il sacro vincolo dell’amicizia che lo lega a Sestio.
Da qui prende avvio la parte più intensa del dramma: in un tempo storico in cui la donna è poco più che un oggetto, una serva del piacere dell’uomo, ed è, molto spesso, considerata una preda di guerra, la protagonista femminile della vicenda si presenta in tutta la sua tragica condizione di essere incompleto e mutilato nella sua dignità: un essere che vive un dramma ontologico, ma che diviene via via donna scoprendo di ‘esser donna’ attraverso la scoperta dell’amore. Spalleggiata dall’ancella Quinzia, una romana presa in casa bambina da Papio e allevata come una seconda figlia, Magia interiorizza il suo percorso divisa fra il dovere, che non può né vuole trasgredire, del rispetto della volontà paterna e della sua gente, fra l’impegno della fedeltà al promesso sposo, e la fiamma d’amore che la brucia per Ursidio. Lo interiorizza, rievocando in sé e con l’amica ancella, la rivelazione fattale, qualche tempo prima e in un attimo di distrazione del padre, da un mercante greco entrato in casa sua per venderle delle stoffe, che le cose più importanti della vita erano quelle che provenivano dal cuore: che, in Grecia, esisteva una dea dell’amore il cui nome era Afrodite.
Quelle parole – sul significato delle quali ragiona col padre (e ne riceverà un fermo rimprovero: ‘
Tu, Magia, da quando hai ascoltato quel mercante greco è come se avessi un po’ perso l’identità’), con la fida ancella (a costei, che la incita a seguire gli impulsi del cuore e a non rinunciare ai suoi sogni, risponderà: ‘
I sogni non esistono. Devo pensare alla realtà’), persino con l’uomo di cui si è innamorata (e ne sarà trattata da stupida: ‘
Lascia stare queste sciocchezze! […] I Greci hanno costumi molli e degeneri…’) – le ritornano di continuo in mente, come un’ossessione, e saranno esse a conferirle, contrariamente a quanto le rimprovera il padre, l’identità sua più autentica: di donna consapevole, combattuta fra le ragioni del cuore e l’ossequio a una tradizione (stratificatasi in una società primitiva dominata da pastori-guerrieri) che ne mortifica desideri, sogni, aspirazioni, ne annichilisce la personalità. E infatti, nonostante la sua condizione psicologica in bilico, la ragazza non si fa illusioni: possiede la lucida coscienza di combattere una battaglia perduta in partenza (‘
Non posso andare contro il nostro costume e sfidare gli dei!’).
Per questo, con un velo di malinconia per la vita
altra che le parole del mercante greco le avevano per un attimo lasciato intravedere, rientra nel ‘gregge’ dal quale non le è consentito di uscire; ma vi rientra da creatura ormai irrimediabilmente scissa, tormentata, sì, dalla dolorante inquietudine per l’inevitabile rinuncia a ciò che alla sua identità e dignità di donna è negato, e, tuttavia, esaltata al tempo stesso dall’orgoglio d’essere ‘femmina’ sannita inculcatole dalla ferrea educazione che ha ricevuto. Lo attestano le sue reiterate dichiarazioni di accettazione del proprio destino, sia nelle autointerrogazioni (forse ironico-sarcastiche) del colloquio che intrattiene con Ursidio (‘
Mi sono chiesta tante volte: devo sposare l’uomo che il mio popolo ha scelto per me? È giusto? Ma Cenna così ha deciso e così eseguo, senza chiedermi più nulla. Sarò felice perché io, figlia di un capo, sposerò il futuro duce della mia gente! Che potrei volere di più?’), sia quando, prigioniera con Papio e Quinzia nell’accampamento nemico e minacciata dal console Veturio di riduzione a preda di guerra, reagirà con veemente energia e rassicurerà il padre (‘
Che cosa credevi, padre? Ho ascoltato con piacere le dolci parole del mercante greco, riscoprendo la natura della donna che insegue l’amore. Ma non per questo io e Quinzia avevamo dimenticato la nostra indole! Ci piace essere l’una e l’altra cosa!’), sia, infine, nel momento in cui, abbracciando il giovane innamorato morente, pugnalato da un romano mentre tentava di proteggere l’amico Sestio, gli rivelerà il suo amore in presenza del promesso sposo (al quale confesserà: ‘
Sestio, te lo dico guardandoti in faccia, anch’io ho amato Ursidio appena l’ho visto! Ma questo sentire, questa fiamma li avrei tenuti nascosti in me per non darti un dolore ed, in più, per non venire meno ai doveri verso il mio popolo’).
Ecco: il dramma di De Blasio si regge su questa duplicità di motivi (con conseguente duplice registro): da un lato, il fragore delle armi, il ‘toro’ che s’impegna ad annientare la ‘lupa’, l’astuzia, l’inventività e l’innato senso della teatralità grottesca e scurrile dei popoli sanniti che escogitano l’ingegnosa trappola delle ‘Forche Caudine’ e mettono alla berlina le legioni romane, ridicolizzandone nei secoli la tronfia sicumera di feroci e sanguinari conquistatori; e, dall’altro (ma intersecato e perfettamente integrato al primo motivo), il dipanarsi, per ripetuti, fuggevoli accenni, di una pudica e disperata storia d’amore e d’amicizia che, se si concluderà tragicamente, lascerà scorgere all’orizzonte, comunque, il profilarsi e l’effondersi dell’alba di una nuova civiltà – quella greca – in cui, nelle questioni di cuore (quanto meno), la donna sarà padrona del proprio destino.
L’azione drammatica de
Il canto dei Sanniti si avvale di una scenografia di tipo naturalistico (radure di boschi, corone di monti innevati, verdi pianori attraversati da limpide acque di fiumi, ecc.), che, però, resta lontana dal bozzetto nella velocità del tocco descrittivo, e di una scrittura a tratti opportunamente antichizzata per rendere l’espressione più vicina ai sentimenti vigoroso-primitivi, elementari, che animano i personaggi; la punteggiatura appare piuttosto fitta e marcata (anche nelle didascalie: qui con funzione di scandaglio psicologico), intesa quasi a dirigere la scansione della pronuncia: sicché la ‘forma teatrale’ risulta caratterizzata da una ricca varietà di toni, di timbri, di ritmi ora distesi ora spezzati e contratti, con pause evocative e repentini scatti interiettivi ed invocativi.
Franco Pappalardo La Rosa