PRESENTAZIONE DELL’EDITORE
Il patrimonio degli ideali di fede e di cultura rappresentati dal messaggio di Gesù è sempre stato al centro della nostra tradizione letteraria, e nell’imminenza del terzo millennio con ancora più assiduità si rende oggetto di opere di narrativa, di poesia e di teatro. In un qualche modo, è come se si rinnovasse indefinitamente il mistero della pentecoste, secondo il quale la luce divina dello spirito santo, al cinquantesimo giorno dopo la risurrezione del Cristo, scende sul capo degli apostoli radunati nel cenacolo e li illumina al concilio della predicazione. Cioè, nasce la Chiesa come storia della parola di Dio diffusa dall’uomo, non più dal solo Figlio di Dio.
Ma non sul capo di tutti gli apostoli scende la luce dello spirito santo. Scende in capo solo ad undici, perché il destino del dodicesimo apostolo è stabilito diverso da quello di tutti gli altri. Giuda, infatti, non diventa un predicatore che redime le anime nel nome di Dio. Come sappiamo, Giuda non sopravvive granché alla tragedia del Golgota. Egli viene subito ritrovato, appeso ad un siliquastro.
Liliano Lanzi, nel suo più significativo capolavoro teatrale,
Radici al vento delle stelle, prende a cuore questa “diversità d’apostolato” che è in Giuda e che per tanti secoli ha sempre sconvolto le menti dei fedeli, giungendo a rappresentare una allegoria della malvagità dell’uomo ovvero il simbolo più odioso e incontrovertibile del tradimento e dell’inganno, a tale punto efferato, da osare di rivolgersi anche verso Colui che non può essere ingannato da nessuno, perché Egli è l’artefice di tutte le cose e, quindi, lo sarebbe anche dei suoi stessi inganni ovvero degli inganni che le sue creature ordissero contro di Lui. La tradizione vuole che Giuda cada suicida, sopraffatto da un insostenibile vergogna per avere osato tradire il Figlio di Dio e, per suo tramite, averlo fatto catturare dalle guardie, processare e crocifiggere. Ma Liliano Lanzi ricostruisce un’altra verità della tragedia umana di Giuda, consequenziale alla sublimazione divina avvenuta al Figlio sul Golgota. Secondo la versione accolta dal Lanzi, Giuda viene assassinato probabilmente da dei sicari che ubbidivano agli stessi uomini che vollero vedere morto Cristo, i quali, verosimilmente, vollero fare perire in modo orrendo anche chi avvallò il loro progetto di cattura del Maestro. Pertanto, Giuda viene trovato sventrato dalla gola all’inguine, incaprettato ed appeso ad un siliquastro. Come avrebbe potuto prodursi da sé una tale devastazione ed infierire a tal punto sul proprio corpo? E, quasi per beffa, viene anche derubato degli ultimi averi che possiede e, sommamente, dei fatali trenta denari, che rappresenterebbero il prezzo pagato dai sacerdoti per acquisire in uno la vita di Gesù e la perdizione di Giuda. Ma il modo del rinvenimento esclude l’ipotesi del suicidio e, pertanto, fa anche cadere l’ipotesi del pentimento di Giuda.
Questa versione dei fatti smonta alla base il monumento di malvagità che è stato, nella tradizione popolare, eretto sopra la figura di Giuda. In realtà, ci spiega Liliano Lanzi, egli fu tutt’altro che un malvagio, e pertanto non si pentì del bacio di “tradimento” con il quale segnalò Gesù alle guardie. Queste ultime, per altro, come un grandissimo numero di persone in Gerusalemme e dintorni, conoscevano molto bene di vista il Maestro e sapevano alla perfezione dove egli si trovava. Dunque, il bacio non serviva a svelarne l’identità ai suoi giustizieri, i quali già lo avevano da tempo individuato e lo tenevano nel mirino. Il prezzo del bacio sarebbe, invece, servito a svilire la figura del “traditore” e l’autorità stessa del Maestro, all’indomani della tragedia consumata e resa pubblica. Ma quel bacio, nella tenebra dell’orto di Getsemani, è una luce potentissima che illumina quanto lo spirito santo della pentecoste. Serve da orientamento a tutti i presenti: alle guardie, agli apostoli che assistono, a Giuda e a Gesù, che compiono insieme il gesto. Le guardie lo avvertono come un segnale di via libera all’arresto del Profeta. Gli apostoli stupiscono ammirati e gelosi, per l’altissimo onore toccato a Giuda. Gesù e Giuda, infine, con la piena consapevolezza di entrambi, con il bacio iniziano il calvario che porta alla crocifissione e che suggella il patto di sangue concesso da Dio agli uomini. Per quel bacio, Dio acconsente che vengano immolate le carni mortali del Figlio, e da quel sacrificio scaturisce la possibilità di redenzione per tutti gli uomini. Giuda, altresì, è anch’egli consapevole che con quel bacio consegna Gesù alle guardie e alla morte per supplizio. Cionondimeno, bacia il suo Maestro, l’uomo che ama di più al mondo e delle cui origini divine è assolutamente convinto, in un deliquio indescrivibile di amore, di esaltazione e di paura. Pur essendo convinto che Egli sia Dio in persona, non rinuncia a presentargli i suoi poveri e terreni progetti umani, le sue speranze di lotta antiromana, le sue ipotesi di ribellione al potere costituito. All’inizio della sua elezione ad apostolo, Giuda si accostò al Maestro proprio con la convinzione o quantomeno con la speranza che Gesù potesse interpretare il ruolo di rivendicatore e di liberatore politico delle sue genti dal giogo dominatore dei Romani. Alla fine della sua funzione di apostolo, e davanti a Cristo ormai salito sulla croce, prostrato ai piedi e conscio di venerare il Figlio di Dio, similmente Giuda non rinuncia ad esporgli le sue speranze caduche di uomo mortale, come volesse porgere a Dio l’estremo omaggio della propria limitata umanità. Si celebra, così, il più alto sigillo sacrificale tra Dio e la sua umana –troppo umana– creatura, la quale lo ha riconosciuto, lo ha amato, nella vita e nelle opere miracolose, ma disperatamente e presuntuosamente sembra non colmarsi in Lui ed insiste a proporre la sua umanità disperata e i suoi sogni effimeri di un’altra realtà, come fossero l’estremo dono d’incommensurabile valore, del quale Dio si compiaccia di ricevere il conto, ascoltando quelle parole così vibranti di emozione e di fervore, segno di una profonda partecipazione allo spettacolo della vita e del mondo, di cui Egli è il primo artefice.
Giuda, prostrato ai piedi della croce, sa che non c’è più nulla da fare, perché Cristo ha irreversibilmente manifestato la sua divina volontà. Giuda non invoca il perdono, come fa il ladrone sulla croce. Si inginocchia per l’ultima volta davanti al Maestro, e compie l’omaggio dell’unica cosa che gli sta veramente a cuore: gli offre il suo pensiero, la sua ragione, le sue speranze, le sue lotte, il suo sogno del mondo, e in una parola gli fa dono di tutta la sua umanità. Cristo morirà lentamente, ascoltandolo fino alla fine. Egli si tiene accanto, nel corso della passione, questa sua creatura che gli canta i diritti dei sogni imperfetti dell’umanità. Poi, toccherà a Giuda, primo fra gli apostoli, a morire. E per lui non ci sarà la Pentecoste. Per lui non scenderà la fiammella dello spirito santo sul capo, forse perché, solo per lui, c’è stato uno straordinario assolvimento
ex-ante la tragedia della crocifissione, quando nell’orto il Maestro si volta verso di lui e lo esorta ad accostarsi, a braccia aperte, gli accorda lo struggente privilegio di essere l’ultimo mortale a potere baciare sulla bocca il Figlio di Dio.
Quello di Liliano Lanzi è, dunque, un autentico capolavoro teatrale, che ha nel contempo un valore storico e mistico. Lanzi ha scritto un dramma di grande suggestione e tragicità, ma anche di profonda e luminosa poesia. Quello che emerge dalle pagine di Lanzi è veramente il Cristo, l’Unto del Signore, cioè il vero Messia tanto atteso dalle genti, il Salvatore dell’uomo e della sua coscienza, una ascetica presenza luminosa, vestito di una mistica dignità e di una carismatica ieraticità storica. La straordinaria bellezza del libro sta nella pienezza aperta e composta del messaggio d’amore che Cristo pronuncia. Un messaggio che non ammette esclusi e che non concede eccezioni. Egli è veramente il Salvatore di tutti. Lo è anche di Giuda, la cui insistita e irrinunciabile umanità, a dispetto delle apparenze, è contenuta in tutte le sue manifestazioni nell’immenso amore con cui Cristo abbraccia tutto il creato.
Ma la novità stupenda di questo capolavoro consiste nel fatto che il libro è scritto dalla parte di Giuda e a favore suo. In questo libro, che potrebbe quasi essere letto come la cronaca di un processo per alto tradimento, Cristo quasi si limita ad essere il testimone a favore dell’imputato Giuda, Colui che lo assolve perché il fatto non costituisce reato e che ha una tale luminosa autorevolezza di valutazione e di sentenza da rendere impossibile ogni ulteriore parere difforme dal suo.
Il fascino dell’interpretazione lanziana della figura di Giuda non solo consiste nello schierarsi dalla parte dei suoi difensori, ma nell’invocare il Cristo come testimone precipuamente a favore dell’imputato. Tale interpretazione, tuttavia, si scontra con l’esecrazione del tradimento di cui si parla negli Atti degli Apostoli. Inoltre, è addirittura in contrasto con l’affermazione di Gesù, “
Sarebbe meglio se non fosse mai nato", che suona in modo enigmatico, come una terrificante anticipazione della dannazione eterna che pesa in capo al futuro traditore, già prima che egli tradisca. Sta di fatto che Gesù è il Figlio del Dio della misericordia e dell’amore, pertanto la prestabilita condanna di Giuda all’inferno sembrerebbe cozzare con l’essenza stessa del messaggio cristiano, che è un messaggio di perdono e di comprensione. Ciò che parrebbe, comunque, non sostenibile è che Giuda, fin dall’inizio, sia stato predestinato da Dio alla dannazione eterna. In realtà, Sant’Agostino spiega che il libero arbitrio degli uomini è compatibile con la sapienza infinita e con la preveggenza di Dio. Quindi, Giuda sarebbe stato libero di tradire o di non tradire, malgrado che Gesù, fin dall’inizio, sapesse che egli alla fine si sarebbe convinto a tradire. Ciò che facilmente possiamo figurarci è che, al tempo, la delusione di alcuni discepoli doveva essere serpeggiante e perfino palpabile. A dispetto degli eventi miracolosi, quel Messia deludeva le attese di tutti, perché non era né guerriero, né trionfatore. Non umiliava gli invasori e non liberava la sua gente, ma anzi la lasciava schiava e sottomessa ai Romani, e neppure si scagliava contro i sacerdoti collaborazionisti e collusi con il potere di soggezione romano. Ma ciò non giustificherebbe ancora il tradimento, perché la delusione del patriota non necessariamente deve risolversi nell’avversione e nella codardia del traditore.
Il partito dei sostenitori di Giuda ha avuto un’autorevole teoria di seguaci già nel passato e ancora di più nei conta oggi. Non ultimo William Klassen, che lavora nell’ambito dell’Ecole Biblique di Gerusalemme, e che adduce una serie di circostanziati indizi, tutti a favore di Giuda, e che sembrano assolverlo dalla schiacciante imputazione a carico. Precisamente, Klassen fa notare che nessuno dei quattro evangelisti lo ha mai definito con l’appellativo di traditore; che le monete d’argento costituenti il prezzo del riscatto, nella Gerusalemme dell’epoca, erano inverosimilmente rare e probabilmente non gradite per mascherare un losco traffico; che Giuda restituisce la somma in danari non appena si rende conto che Gesù è finito nelle mani degli odiati invasori Romani; eppoi ci sarebbe una sequenza circostanziata di altre occasioni di fraintendimento linguistico e di infedeltà di traduzioni dagli antichi testi, tali da portare a pensare ad un successivo rimaneggiamento distorcente, al fine di operare un parziale camuffamento della realtà. Giuda sarebbe stato usato come il capro espiatorio, buono a schermare la codardia –e, forse, anche la delusione!– collettiva in cui caddero tutti gli apostoli, i quali giunsero ad abbandonare e a rinnegare il Maestro, lasciandolo solo ad affrontare i suoi persecutori. Al punto che quest’ultimi si convinsero con giustificabile facilità di potersi tranquillamente sbarazzare di Gesù, senza correre il rischio di suscitare delle reazioni di popolo o di farne un eroe.
Bisognerebbe rivedere l’opera di alcuni dei grandi difensori di Giuda, limitandoci ai casi più recenti. Nel 1975, presso Adelphi, esce
L’opera del tradimento, di Mario Brelich, che attribuisce a Giuda un’essenza razionalista e laicista, un ruolo di eroismo contestatore nei confronti di un imperscrutabile progetto divino, e che si pronuncia per un’assoluzione dell’imputato per mancanza, presso quest’ultimo, della coscienza di avere commesso la colpa. Tre anni dopo, nel 1978, presso Mondadori esce
La gloria, di Giuseppe Berto, che propone l’invenzione di un “quinto evangelio", disperato, ironico, trapunto da nevrosi: Giuda tradisce perché si sente chiamato a farlo da un progetto divino che attribuisce proprio a lui questo ruolo contraddittorio e disperato, di suprema obbedienza e di tenebrosa ed inconfessabile solitudine. Giuseppe Berto sembra ispirarsi ad una delle eresie dei primi secoli di storia del cristianesimo, elaborata dagli gnostici, i quali interpretarono il tradimento di Giuda come l’obbedienza ad una missione divina e criptata, e quasi vollero vedere in Giuda una sorta di ‘agente segreto’ ante-litteram al servizio dell’Altissimo anziché di sua maestà la regina. Sotto questa luce, l’azione di Giuda diviene una fase necessaria per realizzare la redenzione del mondo, e Giuda stesso acquista una dimensione di eroicità, perché assurge addirittura al soglio sacrale di vittima votata al sacrificio di sé, in nome della causa che dal suo strazio trae alimento e gloria. Nel 1986, Ferruccio Ulivi fa uscire presso Rusconi il suo
Trenta denari, che traccia un disegno memorabile della personalità di Giuda, rappresentata in un contesto di ordinaria umanità. Giuda viene definito molto intelligente, capace, ambizioso, deluso di sé e profondamente provato da una sequenza di tristi eventi che hanno distrutto la sua vita sociale e familiare. Il suo tradimento, lungi dall’essere indispensabile perché si realizzasse il progetto divino che era comunque destinato a compiersi, sarebbe singolarmente rappresentativo dell’umanità e delle contraddizioni di ciascuno di noi. Noi tutti siamo identici a Giuda, perché, idealmente, noi tutti baciamo Gesù con autentico amore e con tremante venerazione, ma con altrettanta disperata lacerazione interiore ciascuno di noi subito tradisce Gesù e il suo verbo, e inesorabilmente lo condanna a morire in croce. Per Ferruccio Ulivi l’assoluzione di Giuda è una conseguenza scontata sia dell’amore che ispira Gesù sia dell’umanità ad oltranza che sprizza dalla figura del Giuda: Gesù ama l’uomo e, quindi, necessariamente ama anche Giuda, che giunge a tradirlo per un irrisolvibile rovello di contraddizioni, come è di tutti gli esseri umani, in un’allegoria di contrasti, di amore, di attrazione e di contestazione rivolta al venerabile Maestro.
Liliano Lanzi vede in Giuda la vittima della crudeltà e degli inganni degli uomini; vede in Giuda colui che ha sempre pagato il prezzo della sua intelligenza, dei suoi sogni di purezza, di indipendenza, di giustizia, di smascheramento dell’oppressore e del tiranno; vede in Giuda il simbolo dei perseguitati; di coloro che sono stati violentemente trattati non da Dio, ma dagli uomini stessi. Giuda riceve da Cristo solo parole di amore e di comprensione e, unico tra gli apostoli, riceve dalle labbra del Maestro l’ultimo bacio primo del reciproco supplizio. I romani, invece, prima distrussero la famiglia di Giuda; ne violentarono la moglie, e lui stesso venne sodomizzato, conobbe la mortificazione di un gesto di estremo spregio e di bestiale violenza. Successivamente i cristiani fecero della sua figura umana il simbolo del disprezzo e della viltà. Dunque, furono sempre gli uomini ad offendere Giuda; ma non fu mai Gesù a punirlo, anzi, il Maestro lo premiò al di là di ogni aspettativa.
Questo splendido dramma teatrale di Liliano Lanzi,
Radici al vento delle stelle, al di là e al di sopra di ogni considerazione religiosa e di ogni interpretazione più o meno ortodossa della figura del Giuda, rappresenta una solare celebrazione del supremo evento ed avvento del Cristo Redentore. L’opera si illumina di una bellezza cristallina nella fondità e nella chiarezza dei dialoghi che si intrecciano tra il Maestro e i suoi seguaci e, in particolare modo, in quelli intrattenuti con Giuda, che fra tutti i discepoli è il più dotto, il più inquieto ed indagatore. Particolare significato di indagine introspettiva e di svelamento del personaggio hanno i monologhi di Giuda, che per tutta l’opera si interroga intorno alla dialettica
temporalità/trascendenza, anche in ciò assurgendo ad emblema rappresentativo dell’intero genere umano. Si tratta di una figurazione corale ed epifanica, che mette in scena tutti i diversi generi della società, assunti nel loro valore emblematico e metaforico, per cui abbiamo sequenze e serialità di sacerdoti, di prostitute, di militari, di giudici, di re, di pastori, di imperatori, di gerarchi, di diseredati, con buona parte compromissoria e partecipativa di demoni e, in giustapposizione riequilibratrice, di angeli e di messi eterei, con visitazione nel mondo degli inferi, e viaggi tra le ombre dei trapassati. Voglio dire che, anche dal punto di vista dell’invenzione letteraria e teatrale, Liliano Lanzi realizza un’epifania degli intenti e delle possibilità artistiche. Alla fine,
Radici al vento delle stelle, è un’affermazione dell’epopea cristiana, come evento unico e totalizzante nella storia cosmica dell’umanità, in un dramma perfetto che rappresenta l’essenzialità del messaggio di armonia, di amore, di creazione e di conciliazione con la bellezza e con i limiti provvisori della vita, che il Creatore ha inteso darci.
Sandro Gros-Pietro