L’ascendente letterario della poesia di Tania Re si ascrive ad un’ambientazione vagamente simbolista ed ermetica che porta a nominare le categorie della mente con la maiuscola – Amore, Verità, Ombre – per demandare ad una definizione delle cose che si colloca in una sopra realtà non immediatamente raggiungibile e denotabile dal lessico della comunicazione ordinaria, per cui si viene a creare un’atmosfera di evanescenza e di indefinitezza, come se stessimo per inoltrarci in una zona subliminale dell’infinito e della trascendenza. Benissimo argomenta Gianni Solari di poesia orfica nel senso del sogno come specchio alternativo del reale, ma non perciò come approdo alla dimensione metafisica. La divinità allusa da Tania Re è Ipnos, che rappresenta la trasformazione benigna della morte, cioè l’interpretazione del sonno come finta morte, viaggio concesso nella sapienza dell’aldilà e nella dilatazione conoscitiva della vita, grazie ai tre figli del mago: Morfeo, che dà un volto ai sogni; Ikelos, che interpreta gli incubi e Fantasos, che scatena il surreale. Ma la memoria letteraria di Tania Re non viene proposta come esercizio di erudizione mitologica, bensì come evocazione mirata eppure trasognata e non insistita. In fondo, la bellezza più autentica di questa poesia sta nella lucentezza lirica di un linguaggio essenziale e filtrato dalle scorie dell’abuso, non contaminato dal pressappochismo della comunicazione mediatica.
Sandro Gros-Pietro