La poesia è divenuta un’espressione del nostro tempo postmoderno.
E, nelle forme poetiche, la breve composizione lirica è divenuta dominante. Non esiste più poesia epica o drammatica, il teatro sembra appartenere al passato. La rivoluzione del Novecento non ha prodotto poeti, salvo Majakovskij. Credo che neanche i comunisti francesi considerino un grande poeta Louis Aragon. La rivoluzione non ha fatto poesia e la poesia non ha fatto rivoluzione. Ma neanche il Cristianesimo postconciliare ha fatto poesia: l’ultimo grande cattolico è Paul Claudel, ma vive all’interno di una Chiesa che non c’è più.
La poesia non ha più oggetto storico. Ma non ha nemmeno più per oggetto le passioni carnali, forse la psicanalisi ha talmente razionalizzato il corpo che i sentimenti non divengono più passioni. Chi scriverebbe ancora un libro sulle passioni dell’anima, come fece ancora il padre del moderno, cioè Cartesio? Ma la poesia dopo Montale ha abbandonato anche il concetto: il circuito poetico avviene tra sensazioni, impressioni e interpretazioni, ma è interamente spassionato.
Che cosa è rimasto alla poesia? È rimasto l’io, l’io che parla a sé stesso senza concetti e senza passioni, perché le passioni perdono nella poesia dopo Montale la loro carnalità. Il poeta lirico attuale è un poeta dell’anima nella sua dimensione più profonda, la sua solitudine. Giacomo Leopardi è un poeta della solitudine per passioni e concetti, ma la sua poesia è parte di un sistema di pensiero. Non così la poesia postmoderna.
Andrea Fontana vive la poesia contemporanea a partire dalla lirica della solitudine, in cui l’io usa la realtà della natura per esprimere sé stesso, ma di sé stesso esprime l’esperienza di essere diverso dalla natura, dal mondo e dagli altri: di essere solo, senza il reale. La poesia diviene allora un gesto salvifico, di fede nel reale sconosciuto.
Nella poesia di Fontana il poeta sonda sé stesso come colui che non si conosce, ricerca un io che è oltre se stesso, la solitudine, questo poeta, la porta come definizione di sé alla ricerca di un io ignoto. Il poeta cerca nel presente, anzi nella fede del presente, la via della salvezza dalla solitudine interiore: e, nel rapporto con il presente, il vero volto del suo io.
L’io è definito non da sé stesso ma dai suoi atti. In primo luogo dall’amore per una donna che diviene per lui il simbolo consolante del presente e del reale, il luogo in cui la fede del continuare a vivere trova la sua roccia e il suo fondamento. La poesia postmoderna non conosce storia e passioni, ma vive la profondità della singola persona umana, ha il fascino di essere uno scandaglio per comprendere il tempo postmoderno, il tempo del singolo e della solitudine. È una poesia senza oggetti e senza oggetto in cui il poeta è il solo oggetto, un poeta che è la sua anima e in cui il mondo, il corpo, la donna prendono forma come simboli del dialogo tra ciò che di sé conosce e ciò che di sé non conosce.
La poesia diviene così oggettivamente l’esposizione di un tempo in cui si consuma un’epoca della storia, quello in cui l’uomo si è pensato come storia. In un senso lato della parola mistica, potremmo chiamare queste poesie mistiche ma appunto solo in senso lato perché la mistica suppone il linguaggio di religione come proprio linguaggio, che essa rivisita ma di cui essa dispone. Il tempo della poesia senza oggetto storico e carnale è un tempo che ha un limite o la solitudine dell’io è divenuta l’unica e l’ultima possibilità della poesia?
Gianni Baget Bozzo