Giulio Bulgarelli 
Diario
anno: 2008
pagine: 136
prefazione: Sandro Gros-Pietro e Giovanna Spendel
prezzo: € 11
ISBN: 978-88-7414-135-7

SCHEDA DELL'AUTORE
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PREFAZIONE

Esistono delle vite a tale punto intense e compiute da apparire perfette nella loro concisione. Se per valore della vita dobbiamo intendere sia la capacità di trattenere per sé il dolore sia la generosità di trasmettere agli altri la gioia, allora ognuno potrà intendere dalla lettura di questo libro quanto Giulio Bulgarelli abbia saputo vivere con pienezza e profondità la sua breve vita. Il dolore e la gioia sono due categorie fondamentali della vita religiosa e rappresentano il trionfo delle virtù, ma qui vengono mutuate e tradotte in due categorie fondamentali della ricerca poetica, che sono rispettivamente lo spleen e lo streben, per usare le espressioni letterarie adottate dal poeta. Si tratta di una rappresentazione binaria dell’universale che ci circonda, ottenuta non come contrapposizione di due entità collocate in equilibrio statico, ma come giustapposizione di due modi d’essere interagenti e complementari che rigenerano un equilibrio dinamico sempre nuovo. Il sentimento di inettitudine, noia esistenziale, dolore di vivere viene contrapposto alla sperimentazione faustiana continua, alla speranza riposta nel futuro, addirittura a una luminosa coscienza anticipatrice di ciò che avverrà in futuro. Il riflesso di questo motore poetico è tutto compreso in una delle più scarne e asciutte poesie di Giulio Bulgarelli, che appare come testo mirabile sia per la complessità dell’argomentazione sia per la cura formale del canto, intonato alla soluzione allitterata e iterativa della narrazione fiabesca: “Quante volte ho sognato di morire, / buttato in mezzo alla strada, / stanco, sfinito, / in attesa d’essere sfracellato da un’auto. / Sbattuto sul letto, / abbattuto, / dall’insensata vita deluso. / Lo spleen inghiottiva il mio spirito, / lo streben straziava il mio cuore. / Quante volte ho sognato le favole antiche, / che raccontano felici liete venture. / Quante volte ho sognato l’Amore!”. In pochi versi – vanno compresi anche quelli che seguono alla presente citazione – Bulgarelli condensa la didascalia definitoria di essere poeta: l’alternanza degli abissi e delle cime, sperimentare la morte e dare l’amore, non stancarsi di spendersi, riproporsi sempre nell’iterazione indeterminata del gesto: quante volte, quante volte, quante volte!
Si tratta di un Diario perché è l’autore medesimo che così lo ha denominato, un poco provvisoriamente e senza intenzione. Forse, si tratta di un diario perché i testi sono caparbiamente contrassegnati da una data precisa, come quelli che compongono il giornale di bordo dei naviganti. Però, Giulio Bulgarelli ci racconta sostanzialmente una “ventura”, come egli ama definirla, una sorta di resoconto con la fortuna, col destino, col caso, scavata in prima approssimazione su uno scarto referenziale autobiografico – la vita del poeta, il rapporto fecondo con la madre, il dolore assurdo per la perdita del padre, le schermaglie d’infatuazione per qualche giovinetta, l’attrazione magosa per i libri, l’ipnosi per la musica e per altri fantasmi di gioventù – ma poi orientata a una visione che totalmente trascende il dato individuale e abbraccia invece l’universale delle cose e delle persone, e che si rende voce dell’esperienza comune di tutti gli uomini, e che si illumina nel sogno di un mondo migliore, ma si incupisce nella tenebra per la paura della morte, nell’orrore consapevole che noi tutti saremo sfatti dalla storia che ci consuma, dal mondo oggettivo che è nato, sì, con ognuno di noi, ma che sopravvivrà beffardo alla scomparsa di tutti e di ciascuno, individualmente preso. Sotto questo profilo, dunque, si tratta anche della cronaca di una morte annunciata, per la consapevolezza dell’inevitabile sconfitta finale che è presente fino dal momento della prima mossa, proprio come adombra nel Settimo sigillo Ingmar Bergman, in quella mitica partita a scacchi ingaggiata dal cavaliere crociato contro la Morte. Ma ciò non toglie non solo la pienezza del gusto di partecipare al gioco, ma anche la possibilità di truccare il destino, cambiare le carte, vedere l’invisibile, pronunciare l’ineffabile: Giulio Bulgarelli sa che questi obiettivi sono raggiungibili dall’arco ulissiaco del poeta, dall’esperienza demiurgica di chi non fu fatto per vivere come un bruto, dall’astuzia quasi scellerata e certamente sacrilega di chi ha superato le colonne d’Ercole e ha mangiato il frutto proibito dell’Albero della Conoscenza, di chi conosce la voce di Dio e si lascia tentare dalla lusinga del diavolo. Su questo preciso discrimine di perdizione e di salvezza si spinge l’indagine di Bulgarelli, la sua interrogazione, sempre innamorata, colta e declamatoria della parola poetica.
Nella declamazione del linguaggio poetico – ogni lettore avrà comodo di vedere – ci si imbatte quasi in ogni testo. Bulgarelli si diverte a certificare nelle sue poesie un poetichese ristretto come il caffè al banco. Le troncature finali, il gusto per gli arcaismi, i neologismi, i barbarismi, le costruzioni involute, gli anacoluti, le figure retoriche: è un’epifania di risorse letterarie e stilistiche, un’esplosione barocca d’invenzione e di tradizione, sempre mescolate all’asciuttezza dell’espressione laconica, in un accostamento modernista paradossale tra la forma corsiva dei mezzi mediatici e lo stucco dorato dell’alta tradizione. Fra l’infinità di esempi che soccorrono a vantaggio dell’affermazione appena espressa, si prenda il mirabile caso di competenza filologica ove, a proposito della speranza tradita, il poeta scrive che “per essa la morte s’ha vicina” che è l’antica progenitrice della formula moderna “per essa la morte s’avvicina”. C’è il sorriso ironico del poeta, che ha meditato le forme classiche, è passato attraverso la dissacrazione di Pascoli e di Gozzano, ma poi ha subìto i terremoti linguistici dei novissimi, per approdare infine alla scarnificazione dei minimalisti. Bulgarelli fa rilucere nei suoi versi la sua capacità di memoria letteraria di composizione della struttura del testo poetico. Non a caso egli è autore felice anche di complessi poemi, che sono un banco di prova non adatto a tutti i poeti, in quanto richiedono non solo una profondità di pensiero poetico, ma anche un’architettura del discorso la cui tecnica di realizzazione è complessa. Ma va detto ciò che il lettore più sensibile avrà già intuito: la declamazione poetica, in Bulgarelli, è una forma onesta di poesia nel significato che attribuisce al termine Umberto Saba, cioè di autenticità tipica del poeta. Chiariamo: per Bulgarelli il poeta deve esprimersi in poetichese, cioè deve adottare una formula del dire che non può essere quello usurato e consunto dalla quotidianità del contingente, al contrario la parola del poeta deve contenere sempre la memoria degli orientamenti di riferimento già pronunciati nella fatica della storia comune degli uomini, deve essere espressione ecolalica di un dire che ha scaturigine in un tempo indeterminato posto al di fuori della cronaca minuta dei fatti, deve essere espressione resistente del messaggio di conoscenza e di informazione e, quindi, deve essere un’affidabile surrogato della verità, ammesso che quest’ultima esista e sia pronunciabile dall’uomo.
Nei confronti di Giulio Bulgarelli si deve usare prudenza quando si affronta il discorso in termini di pessimismo. Il suo, infatti, non è quello leopardiano, cosmico e nero, d’amarissimi casi ordine immenso. L’intuizione di Bulgarelli è che esiste un assoluto che l’uomo non riesce a percepire. L’uomo fa ricadere ogni conoscenza sempre in un ambito relativo, perché possiede una mente che funziona solo in modo differenziale, cioè unicamente per confronto con qualcosa altro, ma che non è in grado di elaborare e di fare funzionare il pensiero assoluto. L’impossibilità di vedere il bene assoluto, per Bulgarelli, non significa che esso non esista. Significa, invece, che l’uomo non può pienamente vedere tutto ciò che esiste, come uno scarafaggio non può vedere i colori del mondo, in quanto non possiede gli occhi che li fotografano: ma i colori esistono, eccome! Il pessimismo di Bulgarelli, dunque, è limitato alle facoltà umane, ma non è estensibile alla dimensione del creato, come accade in Leopardi. Si consideri, al riguardo, la chiusura della poesia Notte di capodanno, che ha degli echi palesemente gozzaniani in quella evocazione di una signorina verso la quale il poeta, almeno per un momento, ha vagheggiato la condivisione di un vincolo matrimoniale, per poi concludere, quasi stizzito: “Non ti voglio, non mi piaci. / Meglio se stai zitta e taci! / Perch’io amo solo le braci / ch’attanagliano questo cuore, e amo il mio grande errore!” Il grande errore del poeta è una locuzione metaforica dello spleen, del dolore, della visione pessimistica, della sofferenza: è una parte centrale del motore poetico che fa funzionare tutto il suo sistema di valori, che non ha affatto connotazioni solo tenebrose, ma che al contrario, come abbiamo visto, spinge alla continua ricerca della luce.

Sandro Gros-Pietro

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Diario

 

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Lampi e lampioni

 

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Renato Gabriele  

 

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