Fernando Maina 
Del cogente succeder delle cose
anno: 2008
pagine: 72
prefazione: Sandro Gros-Pietro
prezzo: € 10
ISBN: 978-88-7414-140-1

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PREFAZIONE

La poesia di Fernando Maina, nell’espressione più matura e consapevole di sé, è racconto del mon­do attraverso lo specchio affabulatore della vita. Nel­la sezione nominata Piccole tessere per un musaico, spicca la definizione di Essere poeta, nella quale lo scrittore ci spiega che “Esser poeta / è un po’ raccontarsi / i testi dei padri e delle madri, / rimuginare i propri”. Il poeta, dunque, opta in poesia per l’essenzialità, la noce che racchiude il gheriglio, il nutrimento irrinunciabile dell’esperienza mondana: il succo delle cose. Sono metafore che servono a dirci ciò che fa il poeta: distingue il grano dal loglio. Non è un mestiere granché semplice, perché la complessione del mondo è inestricabile. Il mondo è un pazzesco guazzabuglio: c’è da uscirne matti. In effetti, l’Autore ci parla della pazzia del mondo e anche del suo personale malessere psicologico. Come Ezra Pound, Dino Campana e Alda Merini, Fernando Maina è ricorso all’assistenza sanitaria per affrontare il disagio di vivere e ha conosciuto dall’interno le strutture nosocomiali in cui la malattia è istituzionalizzata, burocratizzata e gestita nell’iter processuale che conduce kafkianamente alla sentenza di guarigione, e sortisce in un esito enigmatico che rimane sospeso nella gratuità enigmatica da cui aveva già tratto manifestazione all’origine. Le cose succedono in modo cogente, dice il poeta. Regole costrittive disciplinano non solo l’alternanza del giorno e della notte, e conducono allo splendore della luce e alla cecità della tenebra. Ma vi è una sottile inderogabilità che avviticchia con lacciuoli il nostro presunto libero arbitrio, che tanto libero non è, perché siamo comunque costretti ad aderire alle regole prefissate del gioco. L’unica possibilità che ci rimane è quella di fare il Don Chisciotte ovvero il bastian contrario, come mirabilmente conclude il poeta nella sua splendida poesia Del succeder delle cose, con i versi: “spregiasti il mondo e ardisti ancor pensare / che del tempo dei muli e dei somari / val meglio quello dei bastian contrari”. Il mondo è per lo più un ambiente sgradevole e zeppo di ostilità, perché vi trionfa la villania e l’irriflessione, in modo che al comune convivio ove ci si ciba ovunque “s’alza sguaiato un ridere cattivo”. Tuttavia, il poeta custodisce uno scrigno salvifico nel cuore, capace di riscattarlo dagli oltraggi del tempo: si tratta dell’amore che lo lega alla sua Lorenza, al cui calore si scioglie ogni gelo della vita e dell’ambiente circostante, come leggiamo in Anche così ti vedo: “Al fiato, che in piccola nube / si rende allo spazio del cielo, / affidi un messaggio d’amore / che tutti protegga dal gelo / da troppi albergato nel cuore”. E dall’amore ammirativo che il poeta rivolge alla sua donna, deriva anche la gratitudine per la vita costruita insieme, come leggiamo in Che il Cielo vegli al nostro focolare: “Lascia che il cuore mio ti parli, cara Lore, / e che ti dica il bene che ti voglio. / Per una figlia e un figlio che mi desti, / mai ti ringrazierò abbastanza, che tu ’l sappi”. Il tema degli affetti è centrale nella poetica di Maina, in modo continuativo e sempre rinnovato, fino dalla prima opera, I rabeschi della galaverna, ove già si ritrova l’amore per Lore avvertito in termini di fondamento miracoloso dell’esistenza, capace di realizzare il sortilegio della pietra filosofale e di tramutare in oro i pezzi della vita quotidiana, come si leggeva nella poesia Gioia di vivere. Anche il tema della madre è da riferire a quello più vasto e fondante degli affetti e, in genere della famiglia, anche se, nei confronti della madre, si diffonde un’atmosfera di evocazione memorialista che sconfina tra la favola e la leggenda: “Cantavano a notte / gli strigidi del bosco. / Alta faceasi piena la luna / e tu, madre, t’abbuiavi in viso, / poiché la civetta che canta / lascia una pena, / ci toglie il paradiso”. Non mancano i temi della storia o semplicemente della cronaca, attinenti al vivere civile delle presunte società aperte e democratiche che costituiscono la contemporaneità dei paesi sviluppati del prosperoso occidente. Al riguardo, va subito detto che Fernando Maina lamenta la degenerazione e la decadenza dei valori dell’epoca moderna, metaforicamente rappresentata dal gesto di Piero Manzoni che confeziona le celeberrime novanta scatolette di merda d’artista come supremo dono creativo di sé compiuto dallo scultore a vantaggio degli amanti del bello. Tuttavia, qualcosa si è ammorbidito nel mondo poetico di Maina che oggi osserva con disincantata rassegnazione le ruvidezze i controsensi le malcreanze e le ingiustizie del mondo. Non si tratta, da parte sua, di rinunciare alla ricerca del bello della verità e della giustizia, ma si tratta della consapevolezza che il bene non riesce mai a definitivamente trionfare sul male, per cui rimane sempre nel cuore una vaga ragione di sofferenza e di ansia, come possiamo riscontrare nella poesia Di un triste sentire. Si è già insistito in altra sede sul valore etico attribuito alla poesia da parte di Maina. Questa vocazione a riconoscere alla poesia una facoltà di redenzione o quanto meno di difesa dai mali del mondo rimane anche nelle poesie più recenti, ma si ammorbidisce l’accento tribunizio che in altri tempi tuonava con asprezza fustigante e che ora, invece, si arrende ad espressioni più benevole e, in qualche occasione, anche più ironiche o comunque più orientate ad una cristiana sopportazione del male che ci offende nel mistero della sua gratuità. Trovano, in tale modo, giustificazione le brevi poesie del musaico, che sono riverberate di ironia, saggezza, disincanto e, in qualche caso, anche di vibrante sdegno. In esse, l’autore vuole ricreare un repertorio proverbiale di piccole e grandi verità ad uso di ricapitolazione e di esaustivo breviario di quel tale “succo delle cose” di cui si diceva all’inizio di queste note. Non si tratta dell’acribia di chi mette i puntini sulle i, ma è la morale della favola che viene fuori, è il peso dei fatti e sono le parole esatte per dirlo: tutto ciò costituisce il mosaico del poeta o più esattamente il musaico, come con più puntigliosa pertinenza lo nomina l’autore, per sottolinearne la derivazione mitologica dalle Muse. Infine, il libro si perfeziona con la sezione denominata Confessioni di una goccia, che in realtà è un unico poemetto suddiviso in dieci tempi o testi poetici, ciascuno dei quali ricostruisce una manifestazione epifanica del ciclo dell’acqua, l’eterno risorgere delle cose da se stesse. Questa immensa verità – che ha in sé qualcosa di lapalissiano anzi di lavoisiano, per cui nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma – viene mirabilmente documentata attraverso il filo rosso di una goccia d’acqua che volta a volta si trasforma e si appalesa in questa e in quell’altra sembianza di cosa mondana, fino a che, alla fine della fiera, la sua natura di materia sensibile e reale sfuma e si volatilizza in uno sbuffo etereo di nuvole e di vapori che sconfina con le entità celesti della poesia. È evidente la metafora, utilizzata dal poeta, di rappresentare tutta la realtà del mondo attraverso il liquido da cui il mondo vivente nasce, l’acqua; infine, c’è l’idea di fare sfumare la realtà in un vapore acqueo di sopra realtà che si colloca nel cielo della poesia, essendo quest’ultimo una forma coniugata dal poeta della divinità maggiore che lo sovrasta.
Bisognerebbe fare i conti anche con lo stile espressivo di Fernando Maina, così pertinacemente musicale e vibrante, sonorizzato da echi, rifrazioni e rimbombi, rime baciate e rime al mezzo, risonanze scialate come coriandoli iridati, voli analogici e citazioni, appropriazioni e autocitazioni inanellate in un gioco a specchio di incastri che vuole alludere alla indefinita capacità ispirativa della memoria letteraria. In Maina felicemente convivono forme ed espressioni della tradizione con canoni e soluzioni della modernità più attuale, per cui la sua cifra stilistica sta proprio nell’accostamento voluto tra la liricità del passato, mantenuta sempre autentica e operativa, messa a contatto di pagina con le soluzioni del descrittivismo più moderno, orientato a una narratività scabra e netta, ritmata e scandita, come fosse l’articolo in corsivo di un opinionista. Il carattere di modernità del dire poetico di Maina, dunque, è una declinazione del modernismo, che coniuga insieme l’antichità con l’attualità, e lo è in un modo personalizzato e riconoscibile, tale da fare della sua poesia una cifra di stile inimitabile.

Sandro Gros-Pietro

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  autore   titolo   anno   pagine   prezzo  
 

Antonella Kubler  

 

Un alambicco, per favore

 

2008

 

pp. 64

 

€ 8  

 
 

Fernando Maina  

 

Del cogente succeder delle cose

 

2008

 

pp. 72

 

€ 10  

 
 

Giulio Bulgarelli  

 

Diario

 

2008

 

pp. 136

 

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Raffaele Cavazzoni  

 

Lampi e lampioni

 

2008

 

pp. 96

 

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Jo Ronco  

 

Visibili Invisibili

 

2008

 

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Liana De Luca  

 

Della buona ventura

 

2008

 

pp. 112

 

€ 12  

 
 

Veniero Scarselli  

 

Genesis

 

2008

 

pp. 80

 

€ 10  

 
 

Renato Gabriele  

 

Il comandante della caccia reale

 

2008

 

pp. 504

 

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Davide Steffanone  

 

Uomo allo specchio

 

2008

 

pp. 64

 

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Giuseppina Luongo Bartolini  

 

L’attraversamento del giorno

 

2008

 

pp. 336

 

€ 22  

 
 
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