L’ASCESA AL BELLO E AL VERO
In un frammento di Saffo leggiamo una mirabile metafora che si addice perfettamente all’ulteriore raccolta di poesie di Giuseppina Luongo Bartolini: parla della cima più alta dell’albero su cui è rimasto un frutto ancora, mentre tutti gli altri sono stati raccolti, dimenticato dice il poeta, ma poi subito si corregge: non è stato dimenticato, ma è così alto che i raccoglitori non sono riusciti ad afferrarlo, perché è troppo in alto, mentre tutti gli altri frutti erano alla portata di coloro che vogliono portarli sul tavolo per cibarsene. È quanto mi è venuto in mente leggendo
L’attraversamento del giorno: è il dono sublime di un’esperienza poetica che, con la lunghissima vicenda, cancella imperiosamente tutta la moda attuale delle scritture minimali, neocrepuscolari, intimiste, ben poco nutrita di ritmo e armonia, povera di messaggio. Giuseppina affronta strenuamente ed energicamente quello che da sempre è il problema fondamentale della poesia: dire non quello che già si sa perché appartiene alla quotidianità o si dice sui quotidiani o nelle televisioni o muove semplicemente dalle emozioni comuni, ma quello che illumina le ragioni e i dubbi e le domande e le ansie e le angosce dell’esistere nell’itinerario dalla nascita alle speranze, ai dolori, alle aspirazioni, all’amore fino alla morte. La poesia del viaggio che narra il poeta vuole spiegare il senso dell’esistere, nell’infinita varietà degli eventi e delle esperienze, non già raccontarle soltanto. È una sequenza di messaggi e di illuminazioni, di meditazioni e di drammatiche verità. Fin dal primo testo della raccolta abbiamo immediatamente i termini fondamentali dell’essere e del pensare, che sono i pilastri della parola da pronunciare e da esplicare per la virtù del poeta: il tempo, il nulla, la tenebra, la solitudine, che comporta la conquista del vero, la follia della storia, la fame e la sete dell’abisso, la nebbia del futuro e di ogni sogno, gli emblematici sonno e veglia. La poesia di Giuseppina appare allora, in forza di una similitudine efficacissima del cuore d’acrobata per una scalata immortale, la narrazione dell’ascesa al bello e al vero, che coincidono con la tensione alla totalità del pensiero e del vivere. L’ultimo componimento della raccolta è, infatti, come la conclusiva riflessione, quasi raddolcita e pacificata, anche nell’estrema evocazione della madre nel punto del distacco. Dopo tanta battaglia con la Parola e con la continua problematicità e contraddizione della storia interiore che viene a coincidere, a ben vedere, con la totalità dell’essere, in quanto è tutta percorsa dall’infinita varietà del tempo e dell’ambiguità dello spazio, ora contratto, ora dilatato, ora quasi inavvertito, ora affrettato come la rapinosa corsa alla morte, abbiamo la commossa evocazione della madre che è la manifestazione della pace del cuore e della mente: “le trecce / di mia madre nella misura del suo / coraggio trepide le mani nella / carezza estrema del distacco”. Non c’è, in questa poesia, presso che nulla di “privato”, di autobiografico: anche il nome della madre è un emblema di quiete e di speranza, che chiude tutta la moltiplicata rappresentazione delle esperienze dell’essere e del vivere nell’alacre ricerca del poeta di sperimentare e di conoscere tutto quel che è possibile raggiungere come l’Ulisse dantesco, a malgrado della precarietà dell’età concessa agli uomini; ed è una sfida mirabile ai limiti della scrittura. Le descrizioni, mai, neppure quelle che paiono quotidianamente semplici, sono “reali” e “sentimentali”, ma emblematici esemplari. Cito, come testimonianza, questo componimento: “Non perché tu non fiorisci / ortensia sul mio balcone / È l’autunno e qui l’anno / solare declina teneramente / andando verso un buio / anticipato Ma ne ho stroncato / i rami in potatura precoce / volatili i tuoi colori nel / quotidiano di un becero / mattino … / … in / quest’inverno di semplice / chiaria nella nebbia che mesce / l’olio e l’aceto in un piatto spaiato.” È una delle tipiche manifestazioni poetiche di Giuseppina: il fatto, il minimo aspetto del tempo, la citazione dell’inverno che inizia, delle ortensie, della nebbia, sono fervidamente trasportate alla visionarietà, alla lezione che ogni evento ha in sé, ma che soltanto il poeta può interrogare e identificare e, conclusivamente, offrire, ma a un livello di metafore e di allusioni che finiscono a rendere il discorso enigmatico, ma perché appunto misterioso e oscuro è il mondo, e semplificarlo significa tradirlo fino a dissolverlo. Penso a un altro testo maestrevole, che, sì, sembra nascere dalla memoria del poeta, ma è in verità tutt’altro, cioè messaggio e visione e sogno puro e assoluto, in forza di una gioia suprema della parola che gode del gioco e dell’emozione dell’invenzione. Il punto di partenza sembra memoriale, ma subito il discorso muta, offre altre trovate, propone ulteriori immagini che, alla fine, valgono a convocare intorno al nome iniziale altre apparizioni, altri eventi possibili, a testimonianza del fatto che la poesia è, come dice il Pascoli in
Alexandros, l’infinita ombra del vero: “Gli operai di mio padre nell’officina / scomparsa hanno un valzer sulle / punte dei piedi e delle mani / circondano il pino centenario / danzatori del fuoco incudine e martello / di misura giocattoli della mia infanzia / li ho fotografati negli occhi al centro”. È l’esempio splendido della possibilità creatrice della parola. Il ritmo che Giuseppina adopera è in funzione della continua ripresa da immagine ad altra immagine, da visione ad altro sogno, con passaggi rapidi, nervosi, inquieti, nella tensione perpetua di andare oltre, sempre altrove e più in alto e ovunque. L’opera di Giuseppina viene ad ambire all’enciclopedia poetica, quella dei poemi epici e filosofici, sacri e morali dei tempi classici e, più in là, delle origini romanze, fino almeno a Milton. Ripeto: siamo di fronte alla straordinaria aspirazione alla totalità; e allora come poveri e fragili appaiono le manifestazioni poetiche di vicende private e di banali emozioni e risapute rinunce. Il discorso di Giuseppina è certamente arduo, enigmatico, richiede applicazione e interpretazione. Ma questo è il privilegio della poesia: soltanto a prezzo di tanto può durare, a malgrado di tutta la “modernità” nuova e futura. È al di là del tempo proprio per questa esemplarità e ragione.
Giorgio Bárberi Squarotti