PREFAZIONE
Quella di Pasquale Ciboddo è una poesia che tende all’essenziale, e quindi mira alla rapida sintesi, di stampo epigrammatico, nella quale il suo mondo lirico compiutamente si esprime. Ciò era già apparso evidente dai suoi precedenti libri di versi,
Come la tarra nostra,
Antichi stupori,
Viatico per il terzo Millennio, ma ancor più chiaramente appare da quest’ultimo,
Oltre la perduta terra, che segna una tappa importante del suo cammino di poeta, intento ad un’assidua ricerca stilistica, esplicantesi specialmente nel vario gioco delle rime, della assonanze e delle consonanze.
Basta aprire a caso il libro (che si presenta come una sequenza ininterrotta di poesie di vario argomento e che quindi seguono il mutevole richiamo dell’ispirazione) per rendersene conto: “L’amore del prossimo / fa la differenza, porta la pace / e redime chi, nel peccato, tace” (
Ogni essere che aiuta); “L’esistenza, / fatale sentenza / tra passato ed avvenire” (
Ultima spina del male); “Solo il vissuto ci appartiene, / nostalgia che prende / anima e cuore / e ci porta sino alle porte / della compagna morte” (
Nostalgia che prende).
Ciboddo è un poeta dotato di un sentimento intimamente religioso della vita, che traspare molto spesso dai suoi testi, dove affiorano pensieri di fede e di amore per il prossimo che superano per intensità e vigore le notazioni dichiaratamente pessimistiche, delle quali pure qua e là in lui s’incontrano tracce: “La vita è tutta una guerra / e la morte è sempre alle spalle” (
E la morte è sempre alle spalle); “L’eco della vita ascolto / e ne sento il tormento” (
L’eco della vita).
Ma leggiamo piuttosto alcune delle poesie nelle quali Ciboddo apre schiettamente il suo animo a Dio e ai propri simili: “Credere / nella nuova primavera, / dentro l’inverno. / … / La nostra difficoltà / sta nel passare dall’io / al seme di Dio” (
La nostra difficoltà); “Ognuno ha una porta santa / da schiudere al segno dell’anima” (
Ed è voce di verità); “Angeli terreni / senza ali / danno serenità / ai sofferenti. / Angeli che Dio ha mandato” (
Angeli terreni).
E se è vero che dopo “tanta lotta per crescere / … / si è recisi alla base / da inesorabile falce / di imprevedibile destino” (
Si è recisi alla base), è anche vero che “L’armonia delle cose / viene verso di noi / come anime vanno verso Dio” (
L’armonia delle cose).
Naturalmente ciò che conta, per questo come per ogni poeta, sono i risultati artistici raggiunti, ai quali egli perviene per mezzo di un verso per lo più libero, ma sempre dotato di un ritmo interno, che lo sorregge e che viene impreziosito anche (come si è già osservato) dalla rima: “Incanta il verso / sempre uguale / di stonate cicale / su secchi asfodeli” (
Se non fosse); “Luminosi nel riso, / umidi nel dolore. / Esprimono l’amore, / la gioia, le pene peggiori / e la serenità del viso” (
Gli occhi sono lo specchio); “La natura odorava / di polline e di fieno, / secca, come l’anima / di chi sperava annata buona” (
Come vene di sangue).
Poeta oscillante tra lirica e gnomica, Pasquale Ciboddo dice di sé: “Ho cantato la natura, / il soggettivo, l’oggettivo e l’oltre / con grande lena” in
Come dimenticare; una poesia in cui, rievocando le proprie origini, egli ricorda “la gente di campagna” tra la quale è nato e con la quale è a lungo vissuto, condividendone gioie e dolori, “anima e cuore della vita”. Significativo appare a questo proposito il titolo della presente silloge,
Oltre la perduta terra, che sembra rievocare nostalgicamente un Eden indimenticabile che si è dovuto abbandonare.
Ed è proprio questa fedeltà alle origini che dà colore e sapore ai suoi versi. È infatti ovunque presente nella poesia di Ciboddo un profondo amore per la sua terra di origine, la Sardegna, che aveva costituito il tema principale della precedente raccolta
Viatico per il terzo millennio (recante una puntuale prefazione di Antonio Piromalli); amore che anche in questo libro riaffiora in poesie quali Rimarrà la storia: “Che la terra di Gallura / ci conservi intatti / e non disturbi la nostra quiete. / Espanda per l’aria, / con le sue primavere, / il profumo celeste / del nostro passato”.
Ma del suo attaccamento alla terra e quindi all’opera dell’uomo che la coltiva e la rigenera, troviamo testimonianza anche in altre poesie di questa silloge, come
Sostiene la vita, dove possiamo leggere i seguenti versi: “Lavoro porta ricchezza. / … / Sudore di braccia / sostiene la vita / come fonte che scorre / o ape che pasce cuore / di fiori e crea dolcezza”.
C’è dunque in Ciboddo l’attaccamento a un mondo e ad una civiltà contadina oggi considerati superati dai più, in ossequio a forme di vita sempre più tecnologizzate, che però staccano l’uomo dalla natura e lo depauperano degli antichi valori, facendo sì che egli non si senta più in armonia con se stesso e con gli altri. “Le pietre parlavano / a chi le adoperava. / Oggi più nessuno le ascolta. / … Ed è arte che cade” (
Ed è arte che cade); “L’ignoranza / si appagava col sapere / orale dei vecchi / e di poeti estemporanei. / Ed era civiltà” (
Ed era civiltà).
È proprio la tristezza che nasce dal pensiero del fuggire del tempo, che tutto travolge e tutto cancella, non soltanto gli antichi preziosi valori della nostra storia comune, ma anche le testimonianze della nostra vita individuale, a dettare a questo poeta una delle sue liriche maggiormente ispirate,
E si sta sulla terra, di cui leggiamo la seconda parte: “Ciò che non può che tornare / è la nostra malinconia. / E si sta soli / a pensare e a guardare / voli di rondini la sera / e a contare le stelle / in preda a delirio. / E non c’è primavera”. Si veda anche il riferimento alla “… memoria / della gente di campagna” e alla “sintassi di una civiltà / ormai scomparsa” della poesia
Chi dimentica il passato.
Diviso tra pessimismo e ottimismo, Ciboddo alterna momenti di negazione ad altri di serena apertura alla vita, la quale per lui viene specialmente redenta dall’amore, sia umano che divino. “La vita è una lotta. / Solo l’amore riesce a mitigare / la svolta autunnale del tempo” (
L’incedere autunnale del tempo); “Siamo gettati a caso / in una parte di spazio / e di tempo. / Pensati, però, / e generati con amore / dall’Amore che regge l’universo / e la nostra storia” (
In una parte dello spazio).
Altro elemento che per questo poeta vale a salvare l’uomo, alleviandogli il peso della sua condizione esistenziale, è il sentimento della solidarietà verso chi soffre: “È sempre con chi soffre, / con chi è solo / … / il mio cuore. / … / Miracolo di bontà, / lenire il dolore” (
Miracolo di bontà). E tale solidarietà diventa tanto più preziosa quanto più il poeta avverte la precarietà del nostro vivere, legato all’effimero durare dell’esistenza terrena: “L’uomo, una finestra / aperta sull’universo / e subito rinchiusa” (
Ha la durata).
“Basta lavorare / e taciti pregare” (È la via più saggia) costituisce l’esortazione di Ciboddo in una delle ultime poesie della raccolta, in cui egli sembra volerci additare una via d’uscita dalla tristezza e dal dolore del mondo.
Certo, è questo un mezzo di pacificazione dell’animo, angustiato da mille difficoltà e da mille affanni. Per chi si è smarrito nel labirinto dell’esistenza, è forse il modo più efficace per evadere dalla propria solitudine e per ottenere la pace sperata.
Elio Andriuoli