Edio Felice Schiavone 
Io, l’uomo e gli amici…
anno: 2007
pagine: 96
prefazione: Sandro Gros-Pietro
prezzo: € 10
ISBN: 978-88-7414-160-9

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PREFAZIONE

Osservazione e partecipazione ai progetti di intervento nella realtà del mondo ci sono tutte, da parte del poeta, nello sguardo di ammirazione e di ironia che gli fa scrivere, mentre studia il microcosmo degli insetti da giardino: “Binario di formiche / lungo, costante – pare abbiano fretta – / nel brivido muschiato delle pietre, / intente – forse – alle proprie Piramidi”. C’è il doppio allo specchio, nell’ultima poesia di Edio Felice Schiavone: la storia dell’uomo e delle sue Piramidi, da una parte, e, dall’altra parte, la laboriosa e lucente fatica degli “amici”, che sono tutti gli altri esseri viventi, compagni sodali dell’uomo nell’avventura biologica di essere parte del laboratorio sempre attivo sul pianeta azzurro. Queste due epiche si fondono nell’incontro ideale che è cementazione e sutura in un unico canto, il quale origina, ovviamente, il sogno della poesia e, specificamente, il canto orfico. Orfeo possiede le parole per raccontare la vicenda dell’uomo e la vicenda di tutti gli altri esseri viventi. Ascoltano incantati Orfeo non soltanto gli uomini della Terra e gli dèi dell’Olimpo, ma anche gli alberi e gli animali, i ruscelli e le montagne. L’uomo e la natura, nel canto di Orfeo, trovano la pacifica immedesimazione e convivenza. Orfeo non vive nell’eden, non conosce la luce confortante della fede, non si pasce di religione. Orfeo è un poe­ta: esercita il sogno e usa le parole per esprimerlo, solo questa è la sua specialità.
Schiavone, ormai entrato nell’età di prestigio dei senatores, non cessa di stupire per la sua capacità di progettazione del nuovo e di rivalutazione dell’antico. La sua ultima svolta poetica non può essere li­quidata con la didascalia frettolosa di essere un ritorno alla poesia orfica. Certamente, la metafora e i simboli, da sempre strumenti espressivi della grande tradizione, trovano uso e cittadinanza presso la sponda orfica della poesia, ma trovano identica accoglienza anche presso molte altre espressioni di poesia di alto stile, ci si può rifare fino a Dante o prima di lui. Naturale, quindi, che la poesia di Schiavone sia ricca di simboli e metafore. Si dovrebbe riflettere sul fatto che uno dei poeti più amati da Schiavone è Osip Mandel’stam. Schiavone si sente molto più vi­cino al genio dal linguaggio terso e scandito, che si formò sugli ideali estetici dell’acmeismo, per nulla votati al simbolismo, ma anzi esattamente attratti dall’esigenza opposta, quella di tornare al mondano e al terragno, semmai per trovare l’acme della parola più appropriata per esprimere l’essenza di ogni oggetto esaminato. Quanta differenza si pone, dunque, rispetto a Pound! Rispetto al teorico dei magazzini della letteratura, degli stili, delle espressioni; allo spigolatore di fondachi inesauribili delle esperienze linguistiche, sorvolate a volo radente, come elicottero sulla savana smuove e sfracella le onde d’erba! Al contrario, Schiavone cerca il vocabolo esatto, il singolo filo d’erba, l’unico giusto. Se non orfico è il linguaggio, orfico invece è l’obbiettivo di Schiavone: raccontare la storia dell’uomo e degli animali. La doppia epica – quella dell’uomo e quella degli altri esseri viventi – è un obiettivo che affascina da sempre chi scrive, ideatore e teorizzatore di quella particolare espressione di gusti e contenuti che si chiama geoepica, e che precisamente è la storia concatenata dell’uomo e delle altre esperienze di vi­ta, diverse da quella umana, nel creato o meglio sul nostro pianeta. Poche volte, a chi scrive, è sembrato di potere sentire così vicina la poetica di un altro scrittore quale è quella di Schiavone: poeta impegnato a cercare di spostare la visione individualistica della poesia dall’io-poeta all’everyman, cioè alla no­zione generica dell’Ognuno, e d’altro canto così im­pegnato a fare posto dentro la poesia a una natura che non sia soltanto più modello mimetico e logoro esercizio di stile di estatiche visioni di paesaggi esteriori o dell’animo. Schiavone cerca e propone la natura come personaggio protagonista autonomo e parallelo rispetto all’uomo, altrettanto addolorato e offeso nel­la quotidiana fatica di sopravvivere. La metafora è rappresentata dal rapporto del poeta col suo cane, in A York: “Par mi segua, scodinzoli / attorno passo a passo / – tenera la memoria – / con il suo sguardo attento, curvo di anni, / a volte buono, a volte / grande quanto l’attesa”. Non diversamente le cose vanno nel mondo dei gatti, anch’essi flagellati dallo strazio degli affetti, dall’enigma della morte, come in Circo dei gatti: “… sotto dietro le mammole, / sola, una gatta annusa, a tratti miagola, / miagola di dolore. / Sotto l’ultima neve / ha perso i suoi gattini, / nel breve del giardino”. Il giardino, dunque, non è quell’eden ovvero quel paradiso di cui si ha testimonianza nella Bibbia della promessa, ma è la realtà del quotidiano con cui tutti noi dobbiamo fare i conti. Schiavone è noto per i contenuti civili presenti nel suo canto poetico (ci si riferisce in particolare modo alle testimonianze sulle condizioni sociali, culturali ed economiche della popolazione presenti nel suo Io e il mio Sud, prima e seconda parte). Il poeta, del resto, è stata una voce presente, di denuncia e di ap­pello, per tutti i grandi eventi della storia che hanno scosso le questioni della convivenza uma­na su base planetaria: gli eventi bellici, gli attentati, le sommosse, le guerre tribali fratricide. Ma la sua voce oggi si è arricchita anche di questa nuova puntigliosa, fervida e vibrante testimonianza espressa a favore delle condizioni di sopravvivenza sul pianeta della natura, come leggiamo in Kyoto 1999: “come le termiti nel termitaio / ctonio lo scibile, in­domo-tenace, / creativo-distruttivo, strabiliante. La gio­stra volitiva, scintillante / di slogan, di potere, di ricchezze. / A sprazzi la saggezza. / Della Terra in­quinata e sofferente / l’azzurro antico, il gioco / epocale dell’Uomo”.
La poesia di Edio Felice Schiavone sviluppa una dialettica di armonie e confronti fra storia dell’uomo e della natura: il primo osservato nelle vesti generiche dell’ognuno-di-noi protagonista nello specifico di una vicenda umana unica ma sempre similare e sottesa a un identico destino di civiltà e di orientamento culturale; la seconda rappresentata a specchio nella luminosa fatica che ogni animale o vegetale quotidianamente compie per assicurarsi la sua inconsapevole gioia di godere della vita, finché questa si ripropone con una nuova alba sul pianeta. Il primo e la seconda, entrambi protagonisti della stessa epica, non nascondono il loro fervido tremore per le condizioni di azzardo e di insicurezza in cui debbono menare l’esistenza sul pianeta, oppressi ovvero minacciati dal sistema della civiltà moderna dei consumi e del benessere che appare Moloch infinitamente più grande e più insensato di ciascuna creatura vivente, uomo o animale che sia.

Sandro Gros-Pietro

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