PREFAZIONE
Tutti i fisici sanno che vi è una temperatura massima sotto lo zero, denominata zero assoluto, al di sotto della quale non è possibile andare. Tutti i poeti sanno che vi è una nobiltà di sentimento suprema al di sopra della quale non è possibile spingersi: l’amore. Tutte le temperature si collocano in una posizione al di sotto dello zero assoluto e tutte le poetiche si sviluppano in una situazione di carenza o di approssimazione per difetto rispetto alla pienezza del sentimento dell’amore. Ma alcuni poeti sanno raggiungere una zona di lucore e d’incandescenza del tutto eccezionale, quando declamano l’amore. È precisamente questo il caso di Giovanna Colonna di Stigliano, che sa declinare le forme dell’amore con una dolcezza che non trova l’uguale nella poesia contemporanea. Non si tratta solo della scelta del lessico più gradevole e del ricorso alle forme della metrica deputate dalla tradizione, con l’impiego dell’endecasillabo come verso fondante – talvolta sostituito con soluzioni di ipometro o di ipermetro – sapientemente intarsiato con settenari ovvero con altri versi brevi, che trovano adozione nella letteratura italiana. È la serena beltà del ragionamento e dell’emozione che fa la differenza in questa poetessa, in cui l’eros è sempre unione e fusione, ma non è mai contrasto o addirittura lotta. Il deliquio dei sensi si accoppia con la rinuncia della ragione a interpretare la vicenda: è, dunque, questo il trionfo d’amore nell’espressione massima di cui l’essere umano sia capace. Quando sia il sentimento sia la ragione cedono il passo davanti a una forza dolcemente invincibile che ci guida a fonderci con l’altro amato, in quel preciso frangente si realizza la più nobile esperienza che a un essere umano sia concesso di sperimentare in vita. Noi tutti sappiamo che una tale pienezza di esperienza è assai rara, sappiamo che sono pochi gli esseri umani che arrivano a sperimentarla almeno una volta nella vita e abbiamo le prove che sono ancora meno gli scrittori che riescono a farla rivivere nelle pagine della letteratura. Normalmente ci si accontenta di espressioni assai meno ricche, meno piene: un deliquio dei sensi, un’incontrollata irragionevolezza, un burrascoso contrasto delle personalità che si avvinghiano in un abbraccio calamitante quanto inopinatamente respingente, una dilettosa ricerca di soddisfazione delle reciproche sensualità. Insomma, la letteratura è zeppa di situazioni amorose ottenute con sapienti miscele dei sensi e della ragione, con aggiunta di particolari catalizzatori esterni che soffiano brividi gustosi nel miscuglio erotico, come i sogni, gli incantamenti paesaggistici, le paure della morte, il sapore del peccato e via discorrendo fino alla noia. Ma questo è ancora un volo basso, rispetto alla pienezza del volo d’amore. Nessuno si scandalizzi se qui si osa affermare che è ancora un volo basso, sebbene infinitamente superiore agli altri poco sopra esposti, quello suggerito da Leopardi con
Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte. / Cose quaggiù si belle / altre il mondo non ha, non han le stelle. In tema d’amore, si può volare al di sopra delle stelle leopardiane, con licenza dell’illustre recanatese, che sull’argomento specifico non raggiunge il colmo dell’esperienza umana possibile. Il colmo si raggiunge nella descrizione dell’estasi in cui cedono i sensi e la ragione rinuncia a guidarci e ci sentiamo invasi da una presenza che ci inonda e noi realizziamo di inondare a nostra volta l’altro amato in uguale misura, e sappiamo che non è solo un fatto sensuale e che non è solo un ragionamento critico, ma è un’unione celeste che non trova l’uguale tra le cose terrene, una forza indefinibile e dolcissima, che ci trasmette il simulacro dell’eternità, dell’incorruttibilità, dell’energia pura. Esattamente questo concetto, che abbiamo appena descritto, è al centro della poetica di Giovanna Colonna di Stigliano: “
Tu sei quella luce che splende / al fondo di ogni speranza. / Ti osservo posare sui rami / degli alberi nudi germogli / di chiare promesse. / Sei l’alba che sorge, serena, / sul nostro domani”. Il nitore del verso è pari alla scelta misurata dei sette vocaboli con cui viene disegnata l’architettura dell’amore: luce, speranza, rami, germogli, alba, domani. Mirabile è la descrizione delle atmosfere in cui l’amore si manifesta, come forza che agisce al di fuori e al di sopra di ogni tempo e luogo. Capita sovente, infatti, che la rappresentazione del paesaggio rimanga enigmatica, come se fosse collocato fuori dal tempo e dallo spazio, al punto che certi paesaggi descritti da Giovanna Colonna evocano il ricordo di quelli che fanno da sfondo ai quadri di Leonardo da Vinci, nella Vergine delle rocce ovvero nella Gioconda. Vale la pena di leggere per intero i bellissimi versi di
La luce dell’amore, in cui l’ossimoro centrale,
ombra di luce che si accende nella grotta dove si rifugiano i due amati, ricrea una suggestione vinciana, che demanda al famoso quadro appena citato: “Posati i fiori, colti nel mattino, / sul muretto di sassi / dell’erta erbosa appena superata, / ci ritrovammo al centro di una grotta / dove un’ombra di luce si spandeva / in mezzo a un coro di silenzi / e un tubare di tortore lontane. / L’anima vide intorno il paradiso. / Mai più sarebbe nato nel futuro / un giorno così dolce / come quello presente e fuggitivo. / La mente si innalzava in un pensiero / liberato dal giogo / della malinconia. / Il mormorio della campagna / pareva un suono di campane / slegate per la festa. Era l’avvio / dell’oggi nel domani, una memoria / che si ricomponeva”. Dunque, vi è l’eco di un’armonia rinascimentale, nelle poesie di Giovanna Colonna, che pienamente autorizza il riferimento all’illustre antenata dell’attuale principessa Giovanna, cioè a Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, sposa devota di Alfonso d’Avalos d’Aquino. Vittoria Colonna dedicò le sue
Rime d’amore al coraggioso marito, che fu condottiero al servizio di Carlo V e che morì prematuramente per le ferite riportate sul campo di battaglia. Vittoria Colonna, donna molto religiosa ma anche battagliera, fu al centro di dibattiti culturali promossi da intellettuali e da riformatori del rinascimento, fu grande amica spirituale di Michelangelo Buonarroti. A quattro secoli di distanza, la discendente Giovanna Colonna ne segue le orme non solo come poetessa, ma anche come figura intellettuale che si colloca al centro di una vivace attività promossa a favore delle arti e della poesia.
Ma ritorniamo a parlare del libro
Rosario di ritorni alla fuga del cielo per dire che certamente la poesia d’amore non è l’unica tematica. L’inesorabile decorso del tempo, che riempie la vita di ricordi, è uno degli argomenti più importanti e ricorrenti: esso crea quell’atmosfera di nostalgia e di bellezza che è diffusa in tutto libro. Affiorano a ogni pagina care immagini di amici, di amiche, di parenti, la cui presenza nel cuore della poetessa è mantenuta viva e autenticata dall’evocazione poetica. Ecco, dunque, una funzione fondamentale della poesia di Giovanna Colonna, quella di inverare attraverso il canto le emozioni autentiche e profonde della vita e, con esse, di valorizzare i sentimenti e gli affetti, traducendoli in espressioni durevoli e esemplari che non soffrono più il logorio del tempo e la consumazione nel quotidiano.
Tra i temi più importanti svolti dalla poetica di Giovanna Colonna c’è quello della fede religiosa, che si manifesta nella serenità fiduciosa dell’attesa di un’altra vita e con essa del ritorno degli amati volti dei famigliari – tra i quali un posto del tutto particolare assume quello del padre, ufficiale superiore dell’esercito. La fede in una risposta appagante ai troppi interrogativi rimasti irrisolti nel corso della vita funziona da conforto e da sprone per la continuazione del viaggio di conoscenza nella realtà del mondo. La poetessa sente che l’approdo conclusivo del viaggio di vita risulta essere più vicino di un tempo e questo pensiero tende a divenire un’ossessione che angustia la mente. Ma il conforto della fede interviene a riportare la pace e l’accettazione della finitezza umana nel disegno di una volontà superiore che ha concepito l’eterno come specchio in cui tutte le creature sono chiamate a ritrovarsi e a riconoscersi. Ecco, allora, che la poetessa torna a usare una parola che è tra le più antiche della nostra civiltà: paradiso, cioè il giardino recintato, il luogo dell’incanto e della pace, ove tutte le domande trovano risposta, si sciolgono i dubbi, si appianano le ingiustizie e l’essere coincide finalmente con la contemplazione della grazia e della delizia della creazione.
Sandro Gros-Pietro