Lorenzo Piccirillo 
Gli echi tutelari di un reziario
anno: 2007
pagine: 80
prefazione: Sandro Gros-Pietro
prezzo: € 10
ISBN: 978-88-7414-164-7

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PREFAZIONE

L’atmosfera votata all’ironia e al sarcasmo, con frequenti aperture verso il grottesco e con trionfi della bizzarria per l’anormale e il deforme, negli anni, ha finito per divenire il tratto caratteristico di questo valido e fecondo autore nativo di Capua, tra le più antiche e guerresche città d’Italia: Lorenzo Piccirillo, che anche nella vita comune veste l’abito del soldato scelto, in quanto ricopre incarichi di comando presso l’arma dei Carabinieri, è concittadino di Ettore Fieramosca, il capuano che vinse la celeberrima disfida di Barletta, ove rimase per sempre ridicolizzata l’arroganza francese, piegata dal valore cavalleresco dei napoletani. Anche la titolazione di questo quarto delizioso libro di poesie, Gli echi tutelari di un reziario, non lascia equivoco circa la focosità gladiatoria del nostro poeta. Ma chi ha la fortuna di conoscere Piccirillo, sa che è difficile trovare persona dal tratto più gentile e conviviale di lui, scrupoloso negli impegni, delicato nei sentimenti, premuroso nell’attenzione rivolta ad amici e ospiti, gentile fino ai limite della cerimoniosità con i conoscenti. Anche da questo contrasto esistente, tra le infuocate dichiarazioni poetiche e le flautate espressioni di vita, deriva una giocosa irrisione rivolta a se stesso e al mondo circostante che si risolve in un invito a sapere sorridere davanti ai drammi insensati della vita. Chi scrive si ricorda di avere avuto modo già in passato di richiamare l’attenzione del lettore sul fatto che “il ricorso all’ironia e talvolta anche al sapiente gioco di parole non deve autorizzare a credere che l’atmosfera delle poesie sia ilare”. Anche in quest’ultimo libro, infatti, non vi è un clima di allegra gaiezza nei versi, ma semmai, al contrario, di asciutta melanconia e fino di rancoroso risentimento per qualche occasione di malasorte amorosa occorsa al nostro fiero combattente. Ciò accade, in quanto Lorenzo Piccirillo è consapevole che l’ironia più fonda e graffiante è quella che nasce come commento della malasorte e non già come esplosione fragorosa in situazione di gioia. Anche Cervantes, probabilmente, doveva pensarla come Piccirillo se è vero che l’ingegnoso hidalgo non ride mai né di se stesso né delle circostanze comiche in cui s’invischia, ottenendo grazie alla sua marcata serietà di rendere irresistibile la carica ironica del personaggio. Anche Piccirillo ci presenta nelle sue pagine un eroico cavaliere sfortunato in amore. Forse, per stare dentro la metafora proposta dal poeta, dovremmo dire che si tratta di un gladiatore e non di un cavaliere: l’amore come spettacolo circense, dunque, con tanto di rete e di forcone, armi d’ordinanza del reziario, e con una tunichetta a gonnellino che è l’unico vestito di scena. C’è, dunque, un beneficio di facili metafore erotiche che rete e forcone possono indurre nella mente del lettore, e c’è anche quella sottana corta del combattente, che necessariamente esibisce le pudende, e che ci sta a significare quanto viscerale sia ogni pugna d’amore.
Ciò che conquista subito il lettore è il linguaggio iperbolico adottato da Piccirillo, la ridondanza paradossale che sviluppa come polpo centimane dell’espressione, l’ammiccamento carico d’intenti seduttivi per le difficili soluzioni, per le allusioni enigmatiche o semplicemente improbabili, per i contorcimenti sintattici, per le evanescenze riflessive, per gli abissi degli arcaismi e delle citazioni, per le profondità sonore degli echi del già detto: Lorenzo Piccirillo propone una caricatura, che è un’alta caratura, del linguaggio poetico, cioè egli fa il verso ai versi, imita la mimesi della poesia, ci lavora dentro come il tarlo nel legno e ne viene sempre alla luce, dando mostra di possedere buon gusto d’orientamento e molta sapienza specifica in campo linguistico. Si tratta di un uso babelico del linguaggio, cioè tendente a sottolineare il disorientamento caotico che si sperimenta quando si familiarizza con il cuore del laboratorio linguistico presso cui opera il poeta, come un passeggere rimarrebbe frastornato se scendesse nella sale macchine della nave su cui comodamente viaggia, così il lettore avrà la testa che scoppia per le troppo informazioni martellanti che riceve se si accosterà al forno inventivo delle metafore del poeta. Ma nel frastuono dei minerali linguistici che si arrovellano nella fornace, due componenti basiche sono bene individuabili: il linguaggio razionale della narrazione e il linguaggio biblico della rivelazione. Tutto il libro intreccia la trama dell’avventura letteraria (Intreccio è proprio il titolo del precedente libro di poesie di Lorenzo Piccirillo) usando le due fondamentali spolette della narrazione e della rivelazione, che ci danno conto di quello che c’è nelle cose del mondo e di quello che c’è al di fuori delle cose del mondo. Se l’intellettuale e se il poeta in particolare vengono sovente rappresentati come vedette dell’avanguardia che fanno di scolta al gregge e che avvistano i prossimi eventi all’orizzonte della storia, allora Piccirillo si immagina di salire sul monte Pisgah da dove Jahvé concesse al suo fedele servitore Mosè di ammirare la terra promessa distendersi nella piana, dalle propaggini del monte e fino al mare, e prima di morire gli concesse di colmare lo sguardo con l’orizzonte di tutti gli eventi possibili, nel segno della rivelazione che ogni cosa perfeziona in sé, così leggiamo in La Tavola: “Non sono il trovatello del Nilo / me la racconto ogni giorno / questa verità assodata / mentre sosto sul Sinai / Voglio scovare i frantumi del Verbo / descritto su Editti o Magne Carte / che potesse rafforzare / la genesi della ragione divina / Sono tentato di pensare / che il Dio dei miei padri / abbia eluso di proposito / il non spolverare / questo scaffale del suo archivio / per confermare i suoi ideali / È attestato da scritture antiche / che abbia parlato agli umani / scolpendo su lastre rocciose / la sua firma con lettere di fuoco / In un passato recente / anche tu con il lapis hai sgorbiato / la mia perplessa tavola tarata / con lettere ghiacciate / «…non hanno fatto meno male» / Il mio dio si è ricordato di me / quale orfano incustodito / Mi ha ridato una terra / ha tenuto fede alla promessa… / Arranco sulla parete con ansia / si sta logorando la memoria / devo raggiungere la vetta / del monte Pisgah”. Dunque, fuori di metafora leggiamo che i “frantumi” del Verbo sono “descritti” da editti e carte costituzionali, evidente il riferimento alla Magna Charta libertatum concessa da Giovanni Senzaterra ai nobili e al popolo inglese nel 1215: la rivelazione del Verbo acquista, dunque, un riflesso distorto, deformato, “frantumato” nella storia degli uomini e nel loro faticoso cammino dentro i secoli. Non tutta la poesia di Piccirillo ha degli intenti così epici e palingenetici, perché vi è anche una poesia, non certo minore nella qualità, ma meno ambiziosa nelle proporzioni, che si modella con grazia intorno alle vicende autobiografiche dell’autore, al resoconto della sua infanzia che si principia in situazione di dolore e di incertezza e che poi si afferma con la fatica dell’impegno e della speranza, anche nel segno dell’amore, come indirettamente leggiamo in Rododentro (che è un «correlativo oggettivo» di quel rodersi dentro i secoli da parte dell’umanità di cui abbiamo appena parlato): “Il morso alla corolla / è una piaga dolce / per labbra di fiele / Così… tra noi / fu pattuito / – Tu regina e Io giullare – / di una corte da inventare / I nostri sogni umidi / asciugati e nudi / tra la paglia nel granaio / Doverti dire ti amo / senza gridare / nei meandri mistici / di odori ruffiani / Arrenderci a un addio / con la brace nelle mani /Anche l’ultimo / unico sole di sempre / ha voluto inchinarsi / ai nostri tormenti / Col suo raggio lucente / ha fatto brillare nel coraggio / le nostre gemme / senza bruciarci i petali / Tu ti ricorderai… / di carezze da ala premurosa / Io ti ricorderò… / fruscio infedele di ortica / nel bacio di una rosa.
La poesia di Lorenzo Piccirillo ambisce a tracciare il percorso che conduce a conquistare una dimensione di cognizione dell’esperienza umana rintracciabile sia nei grandi numeri della storia sia nel particolare dell’individuo, con marcatura di una mozione etica dell’arte, contemperata, tuttavia, da una forte intonazione ironica e ludica, capace di moltiplicare le prospettive nella critica erosiva delle verità consolatorie, tale che si compone un composito quadro di prospettive e di valori di assoluto riguardo intellettuale, capace di rendere questo autore espressione di spicco tra le voci più promettenti e ricche della poesia contemporanea.

Sandro Gros-Pietro

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  autore   titolo   anno   pagine   prezzo  
 

Tiziano Fratus  

 

Il ventre

 

2007

 

pp. 32

 

€ 8  

 
 

Pasquale Ciboddo  

 

Oltre la perduta terra

 

2007

 

pp. 128

 

€ 12  

 
 

Edio Felice Schiavone  

 

Io, l’uomo e gli amici…

 

2007

 

pp. 96

 

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Giovanna Colonna di Stigliano  

 

Rosario di ritorni alla fuga del cielo

 

2007

 

pp. 96

 

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Francesco Lonetti  

 

Quando ero più vecchio (poesie giovanili)

 

2007

 

pp. 96

 

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Maria Domenica Piccatti  

 

Tu, per Grazia e per parola

 

2007

 

pp. 152

 

€ 12  

 
 

Lorenzo Piccirillo  

 

Gli echi tutelari di un reziario

 

2007

 

pp. 80

 

€ 10  

 
 

Pierantonio Milone  

 

Come in uno specchio

 

2007

 

pp. 160

 

€ 18  

 
 

Silvano Civorbini  

 

L’intima aspirazione verso l’azzurro (vol. II)

 

2007

 

pp. 80

 

€ 13  

 
 

Liliana Ugolini  

 

Delle marionette, dei burattini e del burattinaio

 

2007

 

pp. 64

 

€ 8,5  

 
 
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