PREFAZIONE
La produzione poetica di Silvano Civorbini è come un canzoniere che si aggomitola intorno allo stesso nucleo in modo da creare una matassa sempre più ampia e profonda. In tal modo si viene a costituire, con la continua aggiunta di nuovi versi a quelli già esistenti, un universo di poesia che risulta scaturire dalla stessa fonte originaria. Si tratta di un universo centripeto, nel quale è possibile, da ogni punto di osservazione, congiungersi in linea retta e immediata con il centro del mondo. E al centro del sistema poetico c’è lei, Miria, la donna amata dal poeta e indefinitamente celebrata nei versi che ne cantano la bellezza e la dolcezza amorosa. Si è trattato di un amore conclusosi prematuramente, con la morte dell’amata, avvenuta forse nel modo più epico e metaforico che la poesia possa immaginare, cioè nel fortunoso naufragio del piroscafo in pieno oceano Atlantico, nel corso della traversata intrapresa per ritornare in Italia e per riunirsi al promesso sposo. Inutilmente, il poeta attenderà che il mare gli restituisca la bene amata. Quel mare, che dona la vita e che impone la morte, avrà compiuto l’ennesimo terribile furto. Si ripete, per modi e per strade diverse, con Silvano Civorbini, il mito di Orfeo e Euridice: derubato dal destino avverso che gli rapisce nell’Ade la donna amata, Orfeo non si dà pace per la perdita subita e intona un canto d’amore di ineguagliabile nostalgia e bellezza, per cui la natura non sa rimanere indifferente, piante e animali, acque e monti acquistano una sorta di vita umana, nel senso che compatiscono la tragedia del poeta, e commossi dalla dolcezza luminosa dell’ineffabile voce risorgono a nuova vita nella creazione che è data dall’invenzione artistica. L’intero mondo trova nel disperato canto d’amore di Orfeo il nuovo battesimo dell’arte umana, ed è come se venisse rigenerato una seconda volta: rigenerato dall’arte di Orfeo. Anche se Euridice sarà persa per sempre alla vita, ciò non di meno il poeta la farà risorgere in una nuova dimensione, che è quella della finzione artistica e del canto della poesia. Per l’esattezza, non risorgerà la sposa in carne e ossa, ma il simulacro della donna amata, che per sempre resterà dolce stupenda giovinetta. Questo mito, che è centrale a tutta la poesia d’Occidente, dai tempi dell’antica Grecia per arrivare fino a noi, e che rappresenta uno dei più fondanti contenuti culturali identificativi del patrimonio poetico delle civiltà di origine greco-latina, è anche il centro di gravità, come si è detto, dell’intero sistema poetico di Silvano Civorbini. L’intima aspirazione verso l’azzurro rappresenta il viaggio della mente intrapreso dal poeta per fare rinascere tutto il mondo creato, nella nominazione adamitica che ne fa il poeta nel fasto della sua immaginazione creativa. Ovviamente, il mondo rinasce tutte le volte che un poeta intraprende con puntiglio e con fervida immaginazione la visione palingenetica di nominazione del creato ex novo. Per chi, come il nostro Silvano Civorbini, si trova a operare avendo alle spalle piena coscienza dei circa tremila anni di letteratura italiana, latina e greca che lo hanno preceduto, l’invenzione dal nulla non è più possibile o meglio diviene un’onesta finzione – per usare un termine brevettato al riguardo da Giorgio Bárberi Squarotti. Il poeta potrà fingere (nel senso di immaginare) che tutta la vasta e profonda memoria letteraria pertinente ai nostri tremila anni di cultura poetica sia un inopinato ritrovamento operato dal poeta stesso, che se ne impossessa e che gestisce la memoria del passato come fosse memoria della sua personale esperienza di spigolatore universale. Tutto ciò serve a rendere più fastoso, gioioso, luminoso e ricco il racconto del poeta che, nell’amore della donna amata, descrive il mondo circostante, i pianeti, le stelle, gli altri mondi da cui lui discende, figli della sua fantasia irrefrenabile, gli animali, le piante, l’alternarsi del giorno e della notte e tutti gli spettacoli di ipnotizzante bellezza che, nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo pascaliano, racchiude il teatro del mondo e di cui il poeta fornisce esauriente contezza nei suoi versi incantati di gioia partecipativa e partecipata. Silvano Civorbini trasmette ai suoi lettori il mondo che ci circonda raccontandolo con registri stilistici anche assai diversi, che vanno dalla composizione libera al sonetto in metrica classica. Anzi, proprio il sonetto tradizionale è uno dei principali modi espressivi che affascina e che cattura l’interesse poetico di Civorbini, al punto di spingersi a ingaggiare una scherzosa polemica con Edoardo Sanguineti, curatore insieme a Giovanni Getto di antologie di sonetti e sostenitore, con l’Ipersonetto, della definitiva perdita di attualità di questa forma chiusa della poesia italiana, a cui invece il nostro vuole e riesce a consacrare nuove e continue glorie letterarie.
Sandro Gros-Pietro
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