PREFAZIONE
La poesia di Silvano Civorbini è epifania del potere rigeneratore delle parole. Proprio attraverso l’impiego sapiente e armonico delle parole il poeta compie una nuova creazione del mondo e dilata a dismisura i confini del pensiero, istituendo dei valori incorruttibili, che mai decadono ma che sempre brillano di luce autonoma. Poesia come palingenesi, dunque, cioè come totale rinnovamento e radicale rifondazione dello scibile umano. La cultura ne diviene pienamente investita e la poesia diventa la levatrice che porta alla luce una nuova concezione del mondo. In questo senso si deve intendere la valenza cosmica che Civorbini attribuisce alla poesia: un’estensione endemica che tutto contagia e informa di sé, senza confini di spazio e di tempo, senza limitazioni di specifici ambienti settoriali della cultura.
Silvano Civorbini è un pertinace umanista e si è dato agli studi principalmente di letteratura, filosofia e religione, ma non ha trascurato di impadronirsi anche delle scienze esatte, prima di tutto della fisica e in modo speciale dell’astrofisica, al punto che la sua poesia diviene anche esplicitazione per simboli e per metafore degli affascinanti enigmi della scienza ovvero delle teorie più complesse e più ardue da divulgare, e che si collocano in una zona estrema della ragione, là dove la consequenzialità logica della ragione sfuma in un’evanescenza sovrannaturale, le rette divengono curve, il tempo si assottiglia in spazio, la materia si trasforma in energia. Ciò che a rigore di logica dovrebbe essere così lontano dall’invenzione letteraria, diviene invece un territorio di comune alimento del sapere, per cui astrofisica e poesia sembrano gemellarsi insieme. Certamente, non è una novità, perché basterà pensare al
De rerum natura di Lucrezio per ritrovare l’antico e illustre progenitore di ogni epica scientifica e filosofica, ma è proprio la radice formale così antica del poetare di Silvano Civorbini che ci sorprende per i contenuti, a contrasto, della sua modernità e attualità interpretata con aderenza alle tematiche della nostra epoca.
La varietà dei registri stilistici è adottata con superba maestria da Silvano Civorbini, e tutti insieme ci danno conto dell’esercizio e della confidenza abituale con i rigori della metrica, da lui affrontati e risolti con scioltezza: si va dal verso libero, animato tuttavia da una grande armonia interiore, all’endecasillabo, talvolta leopardianamente alternato al settenario, alle forme chiuse del sonetto, e si arriva fino al riuscitissimo recupero dell’ottava, la strofa che è stata il cavallo di battaglia della grande epica poematica della letteratura italiana.
Poeta dantesco, Silvano Civorbini, pur nel pieno recupero e rinvigorimento della tradizione letteraria, è partigiano per l’uso esplosivo di un linguaggio moderno, come a suo tempo scelse di esserlo il grande Fiorentino: una parola che sappia accostarsi alla realtà, sappia entrarci dentro e sappia farla brillare di mille barbagli lessicali e semantici. Le tematiche predilette da Silvano Civorbini, oltre che poderosamente trovare l’occasione ampia di realizzazione nel poema ad ampio respiro di ispirazione dantesca, si concentrano intorno ai temi dell’amore, del fascino muliebre, della natura e delle mutazioni del tempo sull’ambiente, per la doppia azione interagente della civiltà umana e della metamorfosi biologica, fucina inarrestabile del Pianeta azzurro, verso cui, all’infinito, il nostro poeta indirizza la sua
intima aspirazione.
Sandro Gros-Pietro