PREFAZIONE
Il venditore di giardini non può non echeggiare nella memoria il leopardiano
Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, in cui la visione del futuro è salvifica attraverso il sotteso filtro dell’ironia. Quasi offrendosi al lettore come officiante, Raffaele Cecconi sparge le sue pagine di saggezza che coinvolgono soprattutto l’area degli autori istriano/dalmati. E con sapienza e concisione presenta scrittori e poeti caratterizzati da una comprensione intensa e incisiva come a pochi critici è data la possibilità di scandagliare. La sua lettura è di forma saggistica, in cui utopia e disincanto si rincorrono e si intrecciano secondo gli innovativi indirizzi di Alfonso Berardinelli, per cui la narrativa, la storia, la biografia, la geografia, l’aneddotica dell’autore si fondono spesso con la personalità del compilatore, attraverso parallelismi o discrepanze che collegano tracciati di vita, significativi e originali collazioni di pensieri, di sentimenti, di impostazioni artistiche, e nello stesso tempo può dare luogo a nuove creatività.
Il genere letterario saggistico non è certo nuovo, ma risale almeno al Settecento, alla linea illuministica del Settecento, con un primo sviluppo in Inghilterra e in Francia, come fusione di critica e letteratura e insieme al gioco dello scambio delle parti. Il critico non è solo il critico della letteratura, anche quando si occupa, oltre che di carta stampata, di costumi e di idee. Smascherare e mettere a nudo, che sono i tratti salienti, secondo Auerbach, dello stile di Montaigne, diventano parte essenziale dello stesso discorso della letteratura. Come in tutte le epoche di crisi e di rimescolamento dei generi letterari maggiori, la forma saggistica serpeggia e si diffonde più incontrollabilmente, portando un’estensione e penetrazione del saggio anche nell’interno del romanzo. Appassionato di epistemologia e conoscitore di psicologia del profondo, Giacomo Debenedetti scrisse sempre i suoi saggi come avventure della conoscenza. L’eleganza del linguaggio non deve ingannare. In Barthes è presente una vocazione storica e moralistica, piuttosto che estetica e contemplativa. Ma già nel beneamato da Cecconi Leopardi, il saggio dello
Zibaldone ha una maggior freschezza e maggiori potenzialità inventive e conoscitive, fino a poter inglobare, rielaborare e infine ereditare compiti e funzioni delegate in passato ad altri generi.
Se dal Settecento la forma del saggio dispiega tutte le sue potenzialità, importanti sviluppi si sono manifestati negli ultimi anni in Italia, con le ricerche formalistiche e linguistiche per esempio di Cesare Segre e di Maria Corti, nonché ultimamente di Raffaele Cecconi.
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Con penna invasiva e inclusiva, Raffaele Cecconi descrive una passerella di scrittori, soprattutto istriani e dalmati, scandagliando i loro stati d’animo, le loro inclinazioni letterarie, i loro risvolti di umanità. Spesso basta un incontro, un dialogo anche breve, una casuale stretta di mano per scoprire i cantucci spirituali più reconditi di scrittori, artisti, pittori incontrati, offrendo insospettate lusinghe alle loro capacità creative.
Molti sono gli artisti selezionati nella crestomazia di Raffaele Cecconi e non è facile indicarli tutti. E poi un riassunto dell’opera farebbe perdere la freschezza dei vari brani, dei “minisaggi” come satireggia l’autore con ironica modestia: “Si tratta di ‘brevi saggi’ di ‘minisaggi’ legati da sottili analogie e dedicati a personaggi che in qualche misura hanno attraversato o solo sfiorato la mia vita: alcuni li ho frequentati”.
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Il testo è diviso in due sezioni. Nella prima sono proposte osservazioni, particolarità, curiosità caratteristiche rilevate da incontri anche fortuiti con nomi di primo piano della letteratura novecentesca commentati da allegre o sapide considerazioni, come l’osservazione su Palazzeschi grande distributore di libri. Oppure l’evasione di Ugo Fasolo: “Di solito non si pensa quanto siano grandi le nubi”. Ancora più interessante può essere la meditazione di Diego Valeri: “Chi lo sa perché ancora oggi molti pensano che per essere profondi occorra in qualche modo essere arzigogolati e sofisticati”. È questa la sintesi poetica di Cecconi, che riprende “Valeri ha continuato a giocare a carte scoperte usando parole comprensibili, spesso le più semplici, accostandosi così sotto un certo profilo a Umberto Saba, che pure, come poeta, è da lui diversissimo”. Il concetto di poetica di Raffaele Cecconi è ben chiaro. Lo rimarca il periodo di una sua lettera del 2000, da cui stralcio il commento ad alcuni miei versi: “Mi piacciono di più quelle cose dove la letteratura, proprio perché non esiste, non affiora troppo, non si vede esplicitamente”. Insomma l’inclinazione alla poesia lirica!
Fine attenzione Cecconi rivolge al compatriota zaratino Aldo Duro, grande lessicografo, autore del
Vocabolario della lingua italiana edito dalla Treccani in cinque volumi, ed esperto di filologia europea. Certo, esponente più significativo della cultura dalmata si impone Niccolò Tommaseo, al quale Cecconi dedica due saggi ampi e profondi. Non si può non ignorare l’attenzione all’abbigliamento di Carlo Della Corte, la lettura magica di Dino Buzzati, le delicate pagine dedicate a Lina Galli di Parenzo, dalla difficile esistenza segnalata dal titolo della sua opera
Il dolore e rimarcata da diversi richiami poetici. Anche dell’esperienza musicale una delle tante prove è la rievocazione di Bruno Cervenca di Zara, allievo e amanuense di Antonio Smareglia di Pola, di cui scrisse le opere sotto dettatura quando divenne cieco.
Per la matrice aspra, cruda, illirica, l’autore non riserva remore anche ai grandi consacrati dalle enciclopedie. Le sue critiche vanno dalla mancanza di poeticità dell’episodio di Zaccheo di Montale alla banalità del
Cuore messo a nudo di Baudelaire. Ma la sincerità critica è un bell’esempio di coraggio.
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La seconda parte dei “minisaggi” del volume propone brani emotivi, creativi, spesso sul filo della memoria, legati agli affetti familiari e ai sottili messaggi che intessono l’esistenza. Particolarmente interessante è la relazione di una conferenza di Claudio Magris, il quale sosteneva come oggi “non vi siano più culture autonome. I popoli si mescolano. Nella globalizzazione ogni identità si sente minacciata”.
Il volume si conclude proponendo gli interessi primari dell’autore, che costituiscono un globo di vita / arte / cultura / lavoro / impegno / rapporto con i colleghi scrittori.
Ma sottesa per tutto il volume e espressa come valore unitario è la considerazione di Vassili Ròzanov, che sottolinea l’occulto pensiero dell’autore: “Mio Dio, la Terra, questo immane sepolcro”.
Liana De Luca
IL VENDITORE DI GIARDINI
La scrittrice americana di origine greca Eugenia Parry, studiosa di Storia dell’Arte con dottorato conseguito alla Harward University, ci ha offerto del pittore Normanno Soscia delle pagine molto belle cui fanno séguito altre non meno interessanti da parte di critici quali Pietro Cimatti, Marcello Venturoli, Pasquale Maffeo e molti altri.
“Normanno Soscia, scrive la Parry, vive con sua moglie su una altura sovrastante Itri, la sua città natale, in una casa di pietra da lui disegnata e costruita con l’aiuto del fratello. Questa dimora con i suoi giardini è per lui un santuario i cui riti definiscono il necessario equilibrio del ritmo quotidiano di vita e lavoro. Ogni mattina di buon’ora siede solo davanti a un tavolo a specchio e si rade lentamente nella mezza luce dello studio. Il suo respiro è regolare, reso più profondo da una veduta di montagne e dall’aroma dei limoni.
Coltiva carciofi, mantenendo assiduamente il vigore del suolo con gli avanzi della cucina e le ceneri del camino. Tutto fiorisce e prospera sotto la sua tutela: cardi, ravanelli, pomodori, uva, arance sanguigne e pesche. Al tramonto le scale dell’orto, illuminate come piramidi scheletriche, suggeriscono le simmetrie del mito che anima e pervade la sua arte”.
A me piace questa introduzione che colloca il pittore direttamente al centro dell’ambiente in cui vive ed opera.
Io ho conosciuto Soscia di recente ma ci scrivevamo già da molti anni. Egli non solo fa della pittura eccellente, calda e umorosa, ma osserva la realtà con una grazia carica d’ironia. Dire di lui che è un sognatore è poco. Poiché in questi sogni egli pone il catalogo del mondo e in questo catalogo fa l’elenco delle sue molteplici illusioni. Soscia è un equilibrista che racconta le cose con gli occhi di un cantastorie innamorato delle proprie favole. Nella sostanza è essenzialmente un poeta. Ne è prova il dipinto riprodotto sulla copertina di questo volume che ha come titolo
Il venditore di giardini. Un titolo che in questa sede ho voluto adottare, prendendolo in prestito da Soscia, per riunire sotto a un unico segno questa mia manciata di scritti pubblicati separatamente in tempi e in occasioni diverse.
Si tratta di brevi saggi legati da sottili analogie e dedicati a personaggi che in qualche misura hanno attraversato o solo sfiorato la mia vita: alcuni li ho frequentati e altri no, alcuni li ho amati, oppure mi sono serviti unicamente per coltivare avversioni o affinità. Sono saggi che a volte caratterizzano degli uomini oppure riflettono delle semplici situazioni. E questi saggi io li offro al lettore magari un po’ alla rinfusa, proprio come farebbe un volenteroso “venditore di giardini”. Magari non si tratta di giardini ugualmente folti e lussureggianti. Ma sono comunque tante piccole aiuole portate da un carretto girovago come si vede nella copertina dell’amico Soscia.
Normanno Soscia, tengo a ripeterlo, è artista che vive isolato fra i campi di una casa che si è costruita da sé. All’interno di questa casa, da sensitivo razionale, egli ha elaborato pazientemente quelle che qualcuno ha definito le sue “geometrie del sognatore”. Qui sono nati i suoi paesaggi, i suoi estrosi dipinti, compreso quello che reca come titolo
Il venditore di giardini.
Ed io ringrazio Soscia vivamente di avermi consentito lo stesso titolo per proporre ai lettori queste mie prove ripescate come cammei dalle memorie dell’altroieri.
Sono prove veloci e sincere: frutto anch’esse del mio percorso appartato di scrittore girovago e “venditore di giardini”.
Raffaele Cecconi