La natura e l’umanità si fondono in un solo disegno divino che informa di sé tutto il creato e illumina le testimonianze dell’arte e gli archivi della memoria in una prospettiva terrena di operosa speranza, evangelicamente ispirata alla buona volontà dell’azione e dell’intelletto, ma anche sublimata ed ampliata nel segno della redenzione finale. L’effimero del mondo è ponte verso l’eternità ed è anticipazione di quella vita celeste i cui valori rivelati debbono essere con urgenza ricercati già nella condizione terrena. Cosí, la poesia di Flaminio Gastone Pezzuoli, che nasce da una profonda ispirazione religiosa e ontologica, si trasforma in un impegno sociale di denuncia, di predicazione e di esortazione, e assume i contorni e la fisionomia di un corpo della morale e dell’etica cristiana, con cui si dovrà interpretare l’immensa scena dell’uomo contemporaneo nel mondo d’oggi: la cecità e la malvagità della sua violenza; l’inanità e la presunzione del suo orgoglio; l’orridezza e la blasfemità della sua irrisione verso il comandamento divino. Fino al punto che questi versi divengono, a loro modo, un vangelo di vita e, cioè, divengono una buona notizia sulla vitalità della poesia, che può ancora rendersi scala verso Dio e strumento di celebrazione e di ammirazione della verità rivelata. Il poema, già dal
Prologo, apre la visuale sullo scenario dell’intero pianeta dove si combatte l’eterna lotta del bene contro il male. Sono protagoniste le piazze delle città italiane, ove personaggi comuni commentano, con mirabile immediatezza e incisività, le vicende di perdizione e, raramente, di salvazione occorse alla loro città; al poeta spetta il commento di voce fuori campo, deputato a segnalare l’insegnamento, volta a volta, offerto dal Vangelo, dal Papa, dai Padri della Chiesa ovvero da qualche grande anima di poeta.
Sandro Gros-Pietro