PREFAZIONE
Il primo dato evidente – e rassicurante – nel lavoro di Maria Teresa Codovilli, è la sua autonoma fedeltà a una tradizione recente, ma più che consolidata, della nostra poesia, quella che ha attraversato gli ultimi decenni e ha proposto alcune grandi voci indimenticabili. Prima fra queste quella di Mario Luzi, di cui l’esempio si può anche cogliere in questi versi, dalla loro inquieta disposizione sulla pagina, che registra un ritmo del pensiero e una scansione metrica, fino al fluire continuo del pensiero stesso, alla sua incessante attività problematica, che dà vigore all’esperienza lirica della nostra autrice. La quale, tra l’altro, dedica una poesia allo stesso Luzi, rendendo peraltro omaggio anche a diverse altre figure di poeti, come Giovanni Raboni, Giuseppe Conte, Maria Luisa Spaziani. In ciò dimostra un’utile apertura su tendenze diverse che è anche ben visibile nell’originalità della sua voce, nella complessità così fittamente articolata del suo dire, nel quale alterna componimenti di ampio respiro a soluzioni di tipo epigrammatico o vicine all’haiku. Per approdare poi, nell’ultima parte del libro, al progetto di una omogeneità variegata con il poemetto, o canto teatrale intitolato
Nella palpebra del giorno.
Maria Teresa Codovilli, del resto, si riferisce anche a figure diverse da quelle dei poeti, e dunque a pittori come Chagall o Van Gogh, o a grandi personaggi della cultura contemporanea come Massimo Cacciari, Umberto Eco, Rita Levi Montalcini. A conferma di un’apertura intellettuale che non è solo all’interno della poesia, ma che cerca energia anche altrove, anche in regioni lontane. E in effetti uno dei caratteri particolari del suo lavoro poetico, della sua inquietudine lirica, è proprio nell’incrociarsi e mescolarsi di situazioni e temi, nell’accavallarsi di immagini e metafore in un linguaggio che tende all’alto ma che non disdegna certo innovazioni o soluzioni sperimentali. Così, nei suoi versi, possiamo trovare un interrogarsi sul tempo o l’immergersi nei movimenti fluttuanti dentro la natura come l’ascolto di telegiornali che parlano di guerre. Domina il senso della molteplicità dell’esistente tra sogno e senso della nostra provvisorietà, della precarietà umana. E il tutto produce un effetto che sembra quello di una realtà cangiante, capace di stupire nel suo improvviso e complesso variare di colori.
Maurizio Cucchi