Simonetta Bachi 
Per misteriose strade
anno: 2005
pagine: 112
prefazione: Giovanni Ramella
prezzo: € 10
ISBN: 88-7414-013-4

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PREFAZIONE

Chi fa poesia, e non si accontenta di abbandonarsi alla gioia della scrittura, ma accompagna l’atto creativo con una riflessione sul senso e sulle condizioni del fare poesia, non sfugge alla domanda Perché i poeti? La grande domanda, ritenuta improponibile da Adorno dopo Auschwitz, ritorna proprio nell’ultima lirica, La giostra, di questa raccolta Per misteriose strade di Simonetta Bachi: “Perché scrivono ancora i poeti / in questo mondo condannato al male?” La tentazione di una risposta negativa, che neghi legittimità e giustificazione alla poesia, autorizzata non solo dalla presenza irrefutabile di un male senza misura né rimedio ma anche da foschi presagi di catastrofi ecologiche, è esorcizzata dalla fiducia ostinata nel potere della parola poetica, di infondere speranza a un mondo votato a un progresso disumanizzante: “Fino a quando un poeta canterà su questa terra di genti tese / ad un progresso senza più ritorno, / […] ci sarà speranza tenace e folle” (Fino a quando).
Il rapprendersi nel verso di un gesto, di un’emozione, di un ricordo, il farsi parola di un mondo interiore, altrimenti condannato all’oblio, è la sostanza dell’esercizio poetico della Bachi, sostenuto da una vocazione passata attraverso il travaglio del dubbio, della selezione tra la parola dissipata e la parola che dura, che fissa l’istante, di un assiduo interrogarsi sul senso del discorso umano, in un oscillare tra la paura delle parole che “fanno male”, “non servono”, “scavano / ferite lontane, sofferenze remote, / aprono cicatrici nascoste da sempre” (Non dire nulla), e l’attesa di “una parola per ritornare a credere” (Per ritornare a credere), nella consapevolezza che l’alternativa tra “la forza delle parole / o la loro inutilità”, tra “le parole che danno conforto” e “quelle che fanno male” (La forza delle parole ) è ineludibile. La certezza tuttavia che “la mia mente che ascolta, / la mia mano che scrive” e “la parola con forza / esplorandone il volto / ne riafferma la storia / su un nuovo foglio bianco” (Ad incontrare il mondo) è risolutiva della crisi, in una ritrovata gioia del canto che pone fine al silenzio: “cerco nella memoria le parole già scritte, / prendo una penna e con sforzo infinito / mi metto a buttarle giù. / All’improvviso sento che sono me stessa / e sopraggiunge la gioia” (I mesi del silenzio).
Una poesia percorsa dall’ansia di comunicare, dal carattere inequivocabilmente dialogico, quello della Bachi, che imprime al suo verso un andamento discorsivo, evidente già nel titolo della prima raccolta A due voci, che fa posto ad alcune liriche del consorte. Invano si cercherebbe il lussureggiare delle immagini, lo scatto metaforico, il gioco sapiente delle analogie, anche se taluni chiaroscuri cromatici e tonali non mancano di effetto. L’impressione di prosaicità che si può ricavare da una superficiale lettura è tuttavia contraddetta dal ritmo vibrante, talora serrato (si pensi a Farfalle silenti), o dalla ben calcolata struttura compositiva e dall’uso efficace di figure retoriche di suono e di stile. La trama dei simboli si rivela più scoperta in liriche come L’evento (“Non conosci l’evento che ti attende, / per cui porti un vestito inadeguato / […] Di rosso e d’oro splenderanno domani / o senza luce saranno i tuoi vestiti. / Nella nicchia da sola li dovrai indossare […]”) o in Sul lago d’Orta (“Sul lago il silenzio del tempo, / due canne spezzate / e la montagna scura, / sulla distesa d’acqua crepuscolare”) o ne La sera sul porto di Palau (“Le navi si muovono lente / tra isole brune / e colonne di luce brillanti / nell’acqua placata del porto”). Suggestioni pascoliane sono percepibili in Agosto in città (“La luce intermittente di una stella. / La luna arancione su una casa […] in questo cielo livido d’agosto”).
A volte l’incanto nasce dall’estrema sobrietà e parsimonia di effetti verbali e ritmici come in L’onda lunga o in Amore, per cui si sarebbe tentati di parlare di un grado zero di letterarietà, fine cui la Bachi sembra mirare nella sua ricerca di non affettata semplicità di mezzi espressivi, raggiunta spesso nella seconda parte della raccolta. Ricerca di essenzialità che non va mai disgiunta dal recupero di presenze smarrite nel tempo, sepolte nella dimenticanza, di eventi, di cose, di persone e soprattutto di un’immagine di sé restituita nei suoi lineamenti originari. Le coordinate dello spazio e del tempo segnano l’orizzonte in cui si muove la poesia dell’autrice, a partire dalla lirica della seconda sezione che dà il titolo all’intera raccolta Per misteriose strade (“Per misteriose strade sto seguendo / tracce di ciò che non conosco. / Per coincidenze sto osservando / segni di ciò che sto cercando”).
L’avventura dell’esistenza si configura come cammino o come viaggio già nella prima raccolta in Verso la luce (“Ho camminato felice / perché tu c’eri e la luce mi accompagnava […] lontana, estranea, sola nel mio cammino di donna […] Ora ci sei: il mio viaggio non è finito. / Ci muoveremo insieme”).
L’immagine della strada le è familiare per designare il suo passato (“le strade già percorse” in Ritornare bambina, come quella delle “scale salite da sola” in Le strade di Roma) e sta a significare un percorso arduo intrapreso nella speranza di un evento decisivo (“Dovrò salire un giorno là / sulla collina ed aspettare ancora / tra tanti che tu mi accolga / e illumini le mie speranze” in Salirò alla casa di mattoni rossi).
La dimensione dello spazio è inscindibile da quella del tempo, come si avverte sin dalla lirica d’apertura A Monemvasia, “città morta”, “roccia consumata dal tempo”, in cui “la storia s’intreccia, si fonde con il presente” e trova esemplare conferma in una delle liriche dalla struttura più elaborata, Torino è, in cui lo spazio è scandito dai ritmi e dai momenti significativi della storia cittadina (“una casa sul corso di fronte alle macerie della guerra, … una scuola, gli amici, una gita in collina, … un corteo, una piazza, un comizio … una strada del centro tra addobbi di luce / che annunciano il Natale”). L’ossessione del tempo “nemico che scandiva l’ora” (Il sogno), nella sua inesorabile furia distruttiva (“Non si ritorna indietro / nel tempo che divora tutto. / Tra fioriture brevi l’acqua consuma sassi / che sembrano indistruttibili” in Il torrente ad aprile), metaforizzata dall’immagine del “temporale [che] porta nel caos l’ordine delle cose che tu vedi” (Se il temporale), l’angoscia della fine (“Se fine ci sarà a tutto quanto è stato, / se la storia umana svanirà nell’ombra di un futuro / senza più presenze che percorrano il tempo” in Fino a quando), stimolano la ricerca di “momenti senza confini” (Momenti) o di “un giorno per sempre” (Un giorno come oggi), “il desiderio infinito di superare i limiti del tempo” (Ritornare bambina), nella speranza di una “felicità eternata / nell’attimo in cui si osserva” (Lo studio di Enrico Paulucci).
La tensione al futuro, l’attesa dell’evento che s’imprime indelebile nella memoria e “faccia storia”, accendono di luce e di colore la poesia della Bachi, che attraverso una costellazione di immagini, dai “gerani rossi nella neve sul balcone” in Dicembre, alle “rocce accese dal sole, verdi cespugli intorno” in Il disgelo, al fiore spuntato alla begonia in Aria di primavera, dà corpo ed espressione a uno sguardo lieve e delicato, ma fermo, teso a scoprire nel presente una traccia che duri e sfidi il tempo, “di attimi che sembrano fissati in eterno, / di generazione in generazione” (La sera di Kippur) in cui si riscopre e si rinsalda il senso di identità e di appartenenza a un popolo.

Giovanni Ramella

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Un giallo tra le parole

 

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Simonetta Bachi  

 

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2005

 

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