Sono poesie di carne e d’anima, quelle di Gabriella Bertizzolo, marchiate a fuoco vivo nel profondo, comprensibili soltanto a chi sia disposto a coglierne la tessitura quasi labirintica e le tensioni e i rimandi. Non semplici enunciazioni, cioè, elaborate su ritmi e intimismi di ordinarie metafore, bensì totem semoventi (perché le parole di questa raccolta si muovono quasi ritualmente e definiscono precise simbologie) che nel gioco continuo e incalzante delle espressioni celano verità esistenziali, proiezioni e desideri la cui efficacia non si identifica mai con l’edonismo ed anzi si vela, via via, di raffinate ed estenuate affabulazioni lessicali. L’uso di stesure comunicative, quasi richiamandosi all’intrinseca forza musicale delle partiture verbali, si trasforma in una trappola incantata che unisce l’autrice e il lettore nel medesimo ideale di libertà: una ricerca di spazio, d’autonomia e d’aggregazione – nel medesimo tempo – che evoca, di pagina in pagina, la condizione di conflittualità che ognuno di noi porta in sé nei suoi vari significati, che sconvolge i ritmi e la logica di ciò che credevamo – per formazione – essere delle certezze. La Bertizzolo compie, così, non soltanto un atto poetico, ma cerca di risalire, con questo suo percorso che è a ritroso e inquisitorio del presente, alle ragioni dell’io liberandosi dalle invadenze della convenzionalità, dagli stereotipi – forse anche inconsapevolmente – della sua femminilità che, talvolta, la condiziona o ne maschera lo spirito. Antagonista degli altri, dei tradimenti e del dolore, e al limite di se stessa, l’autrice riformula la semantica di un’esistenza i cui aspetti crudeli rappresentano le sue verità violate, esorcizzabili – almeno a livello espressivo e dunque poetico – con questo suo cammino di parole. Prigioniera dei recinti costruiti nell’infanzia, la Bertizzolo non fa mistero di questo suo impalpabile ma fortissimo cordone ombelicale che pure, lo ripetiamo, non è intuibile ad una percezione superficiale ed epidermica e diviene, nel momento stesso in cui se ne compenetra il sema, motivo di maturazione e di presa di coscienza, una specie di vettore energetico che attraversa e pervade ogni possibile alterità con rilevante forza d’amore.
Abbiamo detto, all’inizio, poesia di carne e d’anima. Senza dubbio. Ma anche un impasto di cromie e di messaggi olfattivi, di ritmi polivalenti e di quant’altro richiama in molti di questi versi una gestualità che è icastica e contestualmente densa e pastosa di materia ovvero di ciò che in fondo l’autrice ama e teme, che desidera e la spaura.
Il concetto del ricordo che è non tanto un guardarsi indietro o semplice attestazione memoriale, ma voglia di un ritorno o – come la stessa Bertizzolo ammette – di un nuovo inizio, è un’altra delle costanti, più o meno esplicite, di molte di queste poesie, una volta acquisito il senso d’annichilimento e d’impotenza nella dialettica uomo-corruzione che stritola chi non sappia ritrasformarsi e rigenerarsi. L’impronta, la presenza di questo sofferto procedere è qui attestata dalla parola. Un linguaggio che l’autrice veste di pieni e di vuoti che possono colmare le attese o farle precipitare con le angosce dissepolte che questa raccolta ci fa sentire anche nostre.
Giulio Panzani