PREFAZIONE
La specialità di Aldo Berti è quella di lasciare esterrefatto il lettore servendosi di prospettive nuove con cui osservare le situazioni risapute e di concludere con epiloghi inconsueti gli intrecci già scontati. L’autore mette in campo una fantasia ribelle e rivoluzionaria, ma che si insinua di soppiatto nella prassi di un determinato rapporto sociale o di uno stabilito quadro ambientale che noi avremmo definito di logora abitudine. Ma ecco che all’improvviso la vicenda esplode nell’irrazionale, nell’immaginario kafkiano, in una sorta di lucido incubo vissuto ad occhi aperti, pur seguendo passo per passo gli sviluppi dettati da una logica che è nel contempo ordinaria e mirabile, consequenziale e fantasiosa. Il segreto, da parte dell’autore, consiste nell’introdurre all’interno di un modello comportamentale ben conosciuto e ben studiato un fatto paradossale, ma anche banale e tale da non svelare di primo acchito al lettore il potenziale esplosivo che quell’immissione aliena è destinata a sviluppare nel contesto. Così accade che il virus agisca indisturbato, e che contagi subito tutta la vicenda narrativa, fino a renderla un intreccio diabolico, che affascinerà, a quel punto, per la sua totale incredibilità e leggerezza.
La prospettiva nuova con cui guardare un fatto risaputo, in questo caso, è proprio sotto gli occhi del lettore sino dall’inizio e sta nel titolo,
Una perla d’uomo, un’abusata locuzione figurativa che ci sta ad indicare una persona di encomiabili qualità e di eccezionali doti, e che, invece, in una prospettiva linguistica non metaforica, ci dovrebbe indicare un uomo trasformato in perla ovvero una perla originata da uomo anziché da una conchiglia. E sarà proprio in questa piana e rivoluzionaria prospettiva semantica che l’autore subdolamente si muoverà e giungerà a carpire il nostro stupore con un incubo mostruoso: c’è un uomo malato di
conchiolimìa, un terribile morbo che distrugge il fegato umano, ove si sviluppa come fiore d’agave dalla decadenza letale del paziente una perla di incomparabile luce e bellezza. Anzi, correggiamo pure: la malattia è già diffusa nel mondo, e non tocca solo l’uomo che noi seguiremo da vicino nella vicenda del libro, ma tocca tutte le altre
perle d’uomo, e cioè noi dobbiamo intendere che tocca tutti gli altri uomini encomiabili e dotati di eccezionali virtù. Ed ecco che la prima mostruosità ha già sortito il suo effetto dirompente: le perle d’uomo sono, in realtà, degli individui malati e destinati a sicura morte, senza essere risparmiati da sofferenze morali e fisiche. Essi soffrono perché il dono al prossimo della loro ineffabile bellezza di gioielli perenni avviene a scapito della distruzione e macerazione del loro fegato, organo deputato alla crescita della perla. È a tal punto evidente l’allegoria costruita da Aldo Berti che mi astengo dal commentarla; mi astengo dall’invocare il ricordo di
L’homme à la cervelle d’or di Alphonse Daudet, dal commentare l’olocausto ferino e bestiale che debbono patire i portatori delle virtù più eccelse da parte di chi, dentro al branco sociale, è dotato soltanto di un tetragono senso utilitaristico della contrattualità e della contrattazione, cioè della tecnica degli accordi e dell’appianamento delle diversità. Ed è, precisamente, a questo punto, che scatta la seconda trovata geniale del nostro autore. Ma anche qui l’invenzione consiste nell’usare in modo inconsueto una categoria mentale che per suo conto risulta essere nota, frequentata e fin troppo abusata dalla letteratura; si tratta, cioè, del concetto di accordo, di patto, di contratto solenne, di negozio affaristico tra due contraenti. La perla d’uomo, infatti, stringe giustamente un accordo di cessione del suo tesoro al migliore offerente, il quale diventa, a questo punto, portatore di diritti esclusivi sul gioiello che, nel corpo del cedente, è in formazione, in uno con le sue carni, le sue idee, i suoi affetti. Per estensione, mi sembra lecito potere paventare che l’acquirente della perla sia anche in predicato di proprietà tout court del corpo e dell’anima del malcapitato “conchiolimico”. È utile specificare che quest’esproprio della vita e dell’anima a danno della perla d’uomo è anche suggerito dall’autore stesso, come si legge nelle parole della signora Maletti, la donna che ha comprato il diritto al futuro possesso della perla, la quale apostrofa il suo protetto-prigioniero nel modo seguente: “
[…] Tu / hai accettato e ciò basta, tu hai consentito di / essere mio totalmente, fin quando tu campi, ci hai messo una / firma, per cui, che ti piaccia oppure no, mi appartieni anche in / quello che scritto non è, questa cosa la devi ficcare ben / bene lì in testa, capito?! […]”. Non mi sembra il caso di evocare Faust e la lunga serqua dei contratti diabolici con cui la letteratura d’Occidente si è arricchita nei secoli; mi basta sottolineare il fatto che Aldo Berti, anche nella sua qualità di studioso e di saggista della favola e dei suoi dintorni, ha una lunga ed accreditata esperienza di questo tipo di favolistici patteggiamenti. Ma proprio il fatto di non avere introdotto il diavolo come controparte del contratto di cessione dell’anima e dell’alienazione di sé rappresenta l’invenzione inusuale e geniale – che in un primo tempo passa del tutto inosservata –, per cui il lettore è portato a trascurare che anche il cessionario è un essere umano, con le identiche terrigne e mortali facoltà che ha il cedente. Salvo poi stupirsi per l’esplosiva bestialità diabolica con cui il cessionario si comporta, anzi, con cui si comportano entrambi, cioè la signora Maletti e il di lei marito. Solo a quel punto il lettore si rende compiutamente conto che l’autore ha messo i due coniugi ad interpretare un ruolo che, nella tradizione letteraria, è solitamente di competenza del Maligno e che quindi da lui i Maletti hanno derivato i geni comportamentali della suprema cattiveria. Ma non potrà sfuggire, a quel punto, la bellezza e la complessità dei cortocircuiti metaforici che l’autore, con solo due abili mosse, ha innescato, per cui tutta la società è diventata diabolica, e la virtù si è trasformata in una malattia che conduce alla morte, e l’oggetto di cessione dell’anima dell’uomo – cioè il suo cervello d’oro, cioè le sue opere d’arte cedute agli editori ovvero ai mercanti per celebrare l’eternità dell’umano pensiero – è svilito a produzione della conchiolina dei molluschi, è ridotto alla leziosità di un gioiello, al massimo sarà un reperto reliquiale, un materiale museale, infine, una fiera di caduche vanità che durano lo spazio di un mattino. Anzi, è ridotto ad affascinare per lo spazio di una sola serata: infatti, la signora Maletti, già alla prima sontuosa festa di società in cui esibisce il suo gioiello perlaceo ed antropico, medita di farsene acquistare uno nuovo dal facoltoso marito, ma questa volta prodotto dal fegato di un uomo di colore, perché pare che questi producano monili dalla luce più delicata e romantica.
A questo punto il lettore si è reso chiaramente conto di essere stato trasportato dentro una grande commedia che è una nuvola allegorica, è un’invenzione ipnotica, ma che è tanto più verosimile perché è connotata da una misurazione puntigliosa e precisa dei gesti, delle abitudini, dei tic comportamentali, dei caratteri personali, delle gelosie, delle astuzie, degli egoismi, delle golosità, delle bramosie di tutti i personaggi protagonisti, quasi con una pusillanimità flaubertiana per il ritocco anche minimo del particolare. Si tratta di una sorta di iper-surrealismo – se il lettore è disposto a concedermi l’uso di questa orrenda etichetta didascalica – dove l’autore si industria e si compiace di essere il più fedele ed aderente possibile nel raccontare una verità che assolutamente non esiste né mai potrà esistere in nessuna parte del mondo. Ma siamo proprio sicuri, poi, che questa realtà, così minuziosamente descritta, sia anche del tutto gratuita? È lecito chiedersi se questo gioco leggero non sia la maschera di una pesante denuncia e se quelle
monstruose e spettacolari invenzioni altro non siano che degli specchi volutamente deformanti nei quali l’autore ci rimanda l’immagine di noi stessi e dei nostri tempi: cinismo, egoismo, ruffianesimo, cannibalismo, paganesimo formano il fango – la biblica malta – con cui appare modellato questo
homo novus, nato già necrotico.
Una straordinaria grazia e un impegno non comune Aldo Berti trasfonde anche nel linguaggio poetico, ancora una volta agendo in sordina. Infatti, su un lessico volutamente mantenuto in forma ordinaria e corsiva, come se si esponesse un parlato tratto dal quotidiano, Aldo Berti introduce un controllo dell’armonia e della quantità del verso derivato niente meno che dalla metrica latina. Lo schema base è quello del distico elegiaco che alterna un esametro ad un pentametro. Se mi è consentito esprimermi in modo figurato e con molta approssimazione, direi che c’è l’alternanza di un verso più lungo ad uno più corto, secondo uno schema che resta sempre fisso, e che trasmette al testo un respiro sincopato e regolare, come il fluire scrosciante di un ruscello, che pur nel succedersi delle cuspidi canterine con i vuoti afoni ricostruisce costantemente l’identico timbro musicale. Anche se ovviamente non è così facile e neppure esatta la traduzione della metrica quantitativa dei latini nella metrica accentuativa e sillabica della lingua italiana – sono note a tutti le magistrali
Odi barbare carducciane –, i versi di Aldo Berti non hanno però un numero di sillabe oscillante, e sono caratterizzati gli uni da sei accenti tonici e gli altri da cinque. Ne risulta un impianto poetico-narrativo del testo molto fluente, musicale, calibrato e sonoro, assai adatto alla declamazione ad alta voce o anche alla recitazione.
L’impronta poetica di Aldo Berti è subito riconoscibile nell’impianto massivo e fluente del testo poetico, che assume un andamento prosodico e che è un paradigma di epica minore, di eroismi minimi e di semidèi anonimi, proiettati in un contesto di modernità rifratta e solarizzata, vagamente caricaturale, nella quale i personaggi paiono essere portatori di topoi derivanti, sì, dalla memoria letteraria e favolistica, ma anche dall’attento studio psicologico della società contemporanea e dalla vasta esperienza di umanità che lo scrittore ha maturato con il giornalismo e con l’insegnamento, oltre che sui libri. In ultimo, il suo messaggio è un missaggio di fantasia e di etica, cioè un discorso proteso verso le possibilità, ma alluso alle responsabilità dell’uomo moderno, imprigionato nella goccia d’ambra del suo egoismo solipsistico, ciecamente innamorato e deluso di se stesso.
Sandro Gros-Pietro