Questultimo libro di Liana De Luca sorprende per latmosfera di giocosa rappresentazione della vita e del nostro tempo che contiene. In verità, la De Luca, fino dagli esordi, ha sempre prodotto una poesia di riflessione e di profondità, misurata sul tema dellinsanabile ferita o dellincurabile sfinimento che la conoscenza della vita procura alluomo. Proprio in questo la De Luca ha saputo cogliere così pienamente, in tutta la sua produzione, il sunto e il significato più alto del messaggio dellintero Novecento: nel rappresentare il dramma di consunzione e di inanità del soggetto poetico, che esplora il mondo e la vita e non ricava altro che la cenere dei suoi versi, sempre più in degrado, e tutto al più gli riuscirà di riscontrare, come solo esito avvalorativo della ricerca, gli echi dei versi che prima di lui sono stati scritti da altri poeti. Ciò ha sempre condotto la De Luca ai due principali sbocchi estetici e contenutistici della sua ormai vastissima creazione letteraria: alla poesia della memoria del
dejà vu, da un lato, che si attanaglia alla testualità della scrittura come fosse lunico dato proponibile del reale; ed in seconda istanza, alla poesia chimerica o della sirena, intesa come richiamo di voce mitica, di sogno ad occhi aperti, di esperienza orfica, di realtà che finisce in coda di uccello ovvero di pesce e che, quindi, è un insanabile inganno per tutti gli uomini, ancorché sia lesperienza di vita più affascinante ed irrinunciabile, come fossero le illusioni per il Foscolo o le illuminazioni per Rimbaud.
Questo ultimo libro di versi,
Ragazze & vecchiette, si inserisce armonicamente nella visione delle cose ricostruita dalla De Luca lungo lautorevole percorso dei suoi testi, ma sdrammatizza completamente il tragico contrasto sanità/follia, che sta dietro alla contrapposizione dicotomica tra la memoria letteraria e il sogno orfico, di cui prima si è detto, e che, di per sé, rappresenta il dissidio principale e più sconcertante di ogni poetica possibile e meritevole di essere esplorata fino ai limiti delleccesso
Sandro Gros-Pietro